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Bruno Balestrini/ Grandi Cicli Pittorici/ Vittore Carpaccio — San Giorgio degli Schiavoni, il ciclo della Scuola Dalmata
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Vittore Carpaccio

Vittore Carpaccio

Testo di Roberto Marini — foto di B. Balestrini

La consistente comunità dalmata residente a Venezia ottenne l’autorizzazione a costituire la propria confraternita, con la “scuola” come luogo fisico e simbolico di aggregazione, grazie a un decreto del Consiglio dei Dieci del 19 maggio 1451. Collocata inizialmente negli spazi dell’ospizio di S. Caterina, la scuola fu ricostruita nel 1551 a opera di Giovanni De Zan, proto dell’Arsenale e allievo del Sansovino. La facciata a due ordini, coronata da un’edicola con finestra ottagonale, ha infatti una serena compostezza sansoviniana (e anche il soffitto della sala inferiore, con travi dipinte a tempera, ricorda lo stile del Sansovino), interrotta solo dall’originale asimmetricità tra le due finestre ai lati del portale: una a bifora, l’altra squadrata. In posizione centrale, sopra la porta, appaiono due pale marmoree. Quella superiore è del XV secolo e rappresenta la Madonna col Bambino e S. Giovanni Battista che presenta un confratello a S. Caterina; di autore ignoto, doveva appartenere alla Scuola più antica. Quella inferiore risale al 1552, opera di Pietro di Salò, e mostra un S. Giorgio nell’atto di uccidere il drago che ha molti tratti in comune col dipinto del Carpaccio.

Una fortunata peculiarità della Scuola degli Schiavoni è quella di essere sopravvissuta alla caduta della Repubblica veneziana, che aveva comportato l’abolizione di tutte le scuole e l’avocazione dei loro beni, opere d’arte comprese. Visitandola, perciò, ci si trova in uno degli interni meglio conservati e autentici di Venezia, e la raffinata semplicità della casa veneziana del Rinascimento conferisce un fascino ancora maggiore ai teleri realizzati da Vittore Carpaccio tra il 1502 e il 1507, che costituiscono il maggior motivo d’interesse della Scuola. Non è un caso che John Ruskin, nella sua lunga ricerca di atmosfere perdute, sia rimasto particolarmente affascinato dalla Scuola e dal Carpaccio e vi abbia dedicato alcune delle sue pagine più entusiaste. Di fronte al Trionfo di San Giorgio invitava a servirsi di un binocolo per meglio ammirare la “suprema, serena, sincera, sicura dolcezza della perfetta arte pittorica.” E in realtà la ricchezza di particolari narrativi, allegorici, architettonici e paesaggistici del ciclo dedicato ai santi Giorgio, Gerolamo e Trifone merita un’attenzione paziente e richiede una vista acuta.

La confraternita dalmata avrebbe commissionato a Carpaccio le nove tele senza dare altra indicazione se non quella di narrare degli episodi le vite di quei tre santi, particolarmente venerati in Dalmazia, lasciandolo libero di scegliere i temi e le fonti cui ispirarsi; questo ha permesso all’artista di svincolarsi dai canoni dell’agiografia tradizionale, ancora visibile nell’opera del suo maestro Giovanni Bellini in cui permaneva un sentimento religioso di natura medioevale, per ricorrere a una narrazione che sa di novellistica rinascimentale, fatta di leggende popolari (la Legenda aurea, per San Giorgio e San Gerolamo), di cultura umanistica come nella Visione di Sant’Agostino, di amore per la sua Venezia, e di pittura come ricerca in sé. D’altra parte, già nel celebre ciclo di Sant’Orsola Carpaccio aveva dimostrato una grande autonomia (“indipendenza sentimentale” e anche “suprema indifferenza epica”, secondo Longhi) nella costruzione dei suoi racconti su tela, con ambientazioni da un lato fiabesche e dall’altro ricche di precisi riferimenti architettonici, e con un’abbondanza di particolari che ricordava la pittura analitica dei fiamminghi fatta conoscere, in quegli anni, da quello che forse era un ispiratore di Carpaccio, Antonello da Messina. È opinione diffusa, comunque, che Carpaccio non abbia avuto maestri da seguire, ma la fortuna di vivere in un momento particolarmente fecondo della pittura veneziana, ricco di apporti diversi e di influenze nuove; e che sia rimasto sempre fedele a se stesso, e così assolutamente originale.

S. Giorgio uccide il drago (databile circa 1504-1507)

Secondo la leggenda l’epico scontro avvenne nel IV secolo dopo Cristo nei pressi della città di Selene, in Libia. Si può notare subito come l’armatura del cavaliere, le sue armi, e la bardatura del cavallo siano una ripresa della moda d’arme dell’età cavalleresca, memore dell’Ariosto e anche dei romanzi francesi in voga nei circoli culturali veneziani. Quello che più importa è l’inserimento dell’azione nel paesaggio, esplorato fino all’infinito, coi lontanissimi velieri da un lato e la città orientaleggiante dall’altro, in cui convivono un minareto decorato con incredibili tarsie, una fortezza medioevale e una turrita cinta muraria che ricorda alcune città dell’entroterra veneto.

La vastità del paesaggio distoglie dal primo piano cosparso, tra serpenti e ramarri e squallide erbacce, di resti umani e cadaveri smembrati, con teschi assurdi e teste e busti irragionevolmente “in piedi”; un omaggio al macabro necessario del mito, ma trattato un po’ come libero esercizio di anatomia e di disposizione di oggetti nello spazio. Più interessante osservare la folla accalcata ai vari piani del minareto e sparsa per la città: sono tutti spettatori, voluti da Carpaccio come testimoni della scena da lui raccontata.

Il trionfo di S. Giorgio (databile circa 1504-1507)

Il Santo si permette di tenere il drago al guinzaglio (la cintura della principessa, vuole la leggenda) come se fosse un cagnolino, e sta per giustiziarlo di fronte a una folla in lussuosi abiti orientali e al variopinto corteo aperto dal re e dalla regina a cavallo, con la figlia che li accompagna a piedi. Una banda di suonatori con trombe e tamburo fornisce il commento musicale alla scena. Rispetto alla precedente, in quest’opera c’è un predominio di gusto decorativo, un’esibizione di costumi forse in rivalità con le tele di Gentile Bellini. L’unità spaziale è data dalle architetture riprodotte: il tempio posto in posizione quasi centrale ricorda il Santo Sepolcro e il Tempio di Salomone a Gerusalemme, mentre alla sinistra del quadro appare quasi alla lettera il campanile del Santo Sepolcro, vicino a una prospettiva di case che fa pensare a Piero della Francesca. Anche qui un folto pubblico, su spalti e terrazze, assiste alla scena.

Il battesimo dei seleniti (1502 o 1503)

S. Giorgio battezza il re e la principessa di Selene devotamente inginocchiati sulla scalea di quello che potrebbe essere un tempio o forse la reggia. Alle loro spalle, in piedi, la regina e un’ancella che regge il copricapo della principessa; più dietro, dei dignitari con grandi turbanti attendono il loro turno, mentre uno di essi, inginocchiato, ha lasciato il proprio turbante su un gradino, quasi a rubare la scena. La banda di musicanti disposta sopra un podio a sinistra è quella già presente nell’episodio dell’uccisione del drago, e questo è stato considerato da qualcuno un “riporto”, un segno di stanchezza. Gli animali che appaiono ai piedi della scalinata sono ovviamente simbolici: il pappagallo indica redenzione, il cane allude alla fedeltà cavalleresca di Giorgio. L’architettura non riprende più elementi orientali ma, a parte le torri svettanti simili a minareti, richiama con precisione l’edilizia della terraferma veneta.

Benedetto Carpaccio - La Vergine con il Bambino

Esorcismo di San Trifone (1507)

Il giovane Trifone, martire protettore della città di Cattaro in Dalmazia, era stato chiamato dall’imperatore Gordiano a esorcizzare la figlia. Il quadro lo riprende quando già il demonio ha abbandonato la fanciulla per prendere la forma del basilisco, bestia araldica molto in uso negli stemmi, qui in verità non molto mostruosa. Questo telero, il peggio conservato della serie, è anche ritenuto quello realizzato con minor cura: l’impianto rimanda al ciclo di Sant’Orsola (e in effetti l’imperatore romano è un “riporto” del re di Bretagna del Rimpatrio degli ambasciatori inglesi) e a quello della Presentazione al tempio del ciclo degli Albanesi. L’architettura è divenuta qui decisamente classicheggiante, con profili di imperatori che occupano le basi delle colonne e lo zoccolo dell’edificio. Notevoli il loggiato a sinistra e le molte finestre del palazzo sulla destra, dove appare una miriade di figure protese ad ammirare l’evento.

La preghiera nell’orto di Getsemani (1502)

Questo dipinto fa parte, assieme alla Vocazione di S. Matteo, di un omaggio a un ricco donatore, il cui stemma appare in entrambe le tele. Volutamente arcaico nello schema che ricorda Mantegna e il primo Giovanni Bellini, contiene delle novità assolute nell’uso del colore, come il rosso della veste del Cristo e lo stacco tra il primo piano che appare illuminato dalle torce dei soldati in avvicinamento e lo sfondo crepuscolare che avvolge la città in lontananza. Anche le gambe realisticamente incrociate di Pietro, sdraiato oltretutto su un pendio, sono un particolare che ancora non si era visto nella pittura dell’epoca.

La vocazione di S. Matteo (1502)

Il futuro apostolo, riccamente vestito da gabelliere ebreo, viene invitato dal Cristo (in un manto rosso che prefigura la passione) a lasciare il suo banco e a seguirlo. Sembra che Carpaccio abbia ripreso un angolo di Venezia dove abbondavano botteghe del genere, con le tipiche aperture medioevali e i parasole di legno. Nello sfondo, ma con peso notevole, la Cafarnao dei Vangeli si presenta con la porta di una città veneta, Treviso o forse Castelfranco. Tra i personaggi intorno al Cristo è riconoscibile il priore Sebastiano Michiel, committente diretto del ciclo della Scuola dei Dalmati.

S. Gerolamo conduce il leone nel convento (circa 1502)

Anche questo episodio prende lo spunto dalla Legenda Aurea, che narra del leone ammansito dal santo che gli ha estratto una spina dalla zampa. Il quadro è uno dei più tra i più arditi e inventivi del Carpaccio; gioca sulle forme e sui colori delle tonache dei frati che fuggono spaventati, su un’esuberante ricchezza di particolari e su una presenza sconfinata di animali, domestici ed esotici, tutti simbolici. Si vedono daini, castori, lepri, pavoni, faraone, pappagalli, e altri ancora. La concitazione della scena, in cui il meno agitato dei “personaggi” è il leone, perché anche S. Gerolamo è sbalordito dalla fuga dei confratelli, viene stemperata dalla tranquillità della scenografia, con un’architettura che trasmette tutta la pace del cortile di un convento.

I funerali di S. Gerolamo (1502)

Raramente si può osservare un funerale tanto sereno, e qui la famosa “indipendenza sentimentale” di Carpaccio è ben dimostrata. La scena principale occupa solo il terzo inferiore del quadro: il resto è scenografia tipicamente veneta, con in sovrappiù la chioma di una palma che sembra voler uscire dalla tela e insieme sostenerla. Si può ammirare il ritmo del bianco e dell’azzurro delle vesti dei frati, o lasciarsi perdere nell’atmosfera quasi da cascina dello sfondo (animali da cortile, persone affaccendate in attività o chiacchiere quotidiane); la tela lascia comunque straniati perché contiene un che di mistero. E il cartiglio con la firma recita fingebat anziché pingebat o pinxit, e di certo non è un errore di scrittura, anche perché si ripeterà.

La visione di Sant’Agostino (1502)

Datato dall’autore con l’aggiunta della dicitura fingebat, è il telero più ammirato di tutta la Scuola. Protagonista non è Gerolamo, ma un Sant’Agostino umanista che coniuga fede e scienza, trasportato con disinvoltura dal V al XV secolo, e colto (come narra non più la Legenda aurea, ma l’agiografia Hieronimus: Vita et Transitu) nel momento in cui una luce miracolosa gli comunica l’avvenuto trapasso del santo monaco cui sta scrivendo. Qui, tralasciando per il momento gli innumerevoli particolari, protagonista è la luce, che sorprende il santo come lo spettatore. Entra da una finestra, blocca il braccio di Agostino, illumina tutto il suo studio e scolpisce ogni oggetto. Sarebbe stato molto più facile, ma ingenuo, far apparire Gerolamo stesso in fase di ascensione alla beatitudine; ma Agostino non sarebbe rimasto altrettanto sbalordito, perché erano cose che accadevano nei quadri di tutti i giorni. Superato l’abbagliamento, restano da cercare i dettagli: libri aperti lasciati a terra, uno scrittoio felicemente ingombro di forbici, campanelli, calamai e conchiglie (attenzione: la conchiglia serviva a spianare le pergamene), spartiti musicali tanto leggibili da poter essere eseguiti e che contengono composizioni sacre e profane, una mensola con vasi e bronzetti probabilmente di valore archeologico, la sfera armillare, il leggio girevole in un’altra piccola stanza, sul fondo, assieme agli astrolabi, gli strumenti sacri come la mitra, il turibolo e il bastone pastorale appoggiati sull’altare dello studio. Ma nulla è in disordine, nemmeno lo stipo lasciato aperto sotto l’altare o i libri sparsi, perché ogni oggetto ha una vita sua, quella conferitagli dalla luce nel momento esatto del miracolo. Il cagnolino bianco, unico essere vivente oltre al santo, è invece immobilizzato; non tanto dalla luce-messaggio probabilmente o canonicamente da lui non percepibile, ma dall’improvviso arrestarsi a mezz’aria della mano di Sant’Agostino. Si può provare a prolungare la linea del suo sguardo, con la punta del naso come ideale tacca di mira, e vedere che non giunge al volto del santo e che, pur essendo rivolto alla finestra, sembra terminare tra la penna e il braccio. Forse sono solo suggestioni, o giochi di lettura; comunque un divertimento che Carpaccio avrebbe sicuramente autorizzato.

Numerose altre opere d’arte di varie epoche completano la ricca dotazione della scuola, anche se soccombono necessariamente di fronte alla prepotente presenza delle tele del Carpaccio. Notevole, anche per la collocazione centrale sopra l’altare della sala inferiore, la pala della Madonna col Bambino. È opera di Benedetto Carpaccio, figlio di Vittore, databile intorno al 1540. Si tratta di una Madonna regale, con un mantello riccamente arabescato, un cuscino per sorreggere il Bambino benedicente, e due angeli che le sorreggono la corona sul capo. Il grande trono su cui siede appare posato in aperta campagna, su uno sfondo di colline; e le nuvolette da cui emergono gli angeli sembrano, almeno in parte, scaturire dal paesaggio.

Fonte
Sito tais.it di Bruno Balestrini