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Bruno Balestrini/ Grandi Cicli Pittorici/ Pisanello — Palazzo Ducale di Mantova
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Pisanello (1395 circa - 1455) e gli affreschi di Mantova (1439 - 44 o 1447)

Pisanello (1395 circa - 1455) e gli affreschi di Mantova (1439 - 44 o 1447)

Testo di Roberto Marini — foto di B. Balestrini

Nel mistero “cospirazionista” che circonda la saga del Graal, il ciclo di affreschi commissionati a Pisanello da Ludovico Gongaza intorno al 1440 meriterebbe un posto di rispetto. Per prima cosa, il lavoro è rimasto incompiuto. Poi è andato parzialmente, se non sostanzialmente, distrutto: il cedimento delle travi del soffitto, quindi robuste picconate e mani di calce, e una completa ristrutturazione della Sala, fino a mandarlo - letteralmente - in soffitta. Dimenticato e cancellato. Infine, il ritrovamento casuale se non “miracoloso” e abbastanza recente degli anni Sessanta del secolo scorso, e il faticoso ma proficuo recupero.

Cosa insolita per l’epoca, la sala non aveva un nome (ad esempio, “dei cavalieri della tavolo rotonda” o “di Lancillotto”), ma veniva chiamata “sala del Pisanello” - come per riconoscere grande importanza all’artista, o per lasciargli tutta intera la responsabilità di quanto raccontava.

La storia delle opere del Pisanello è segnata da crolli e perdite: Sala del Maggior Consiglio a Venezia, distrutta; affreschi del castello di Pavia, perduti; decorazione di San Giovanni in Laterano, rimossa dalla ristrutturazione di Borromini. A Verona, nella cappella Pellegrini di Santa Anastasia, resta solo il celebre e splendido episodio di San Giorgio con la Principessa. Forse è un destino comune a molte opere d’affresco, legate alla solidità del supporto; ma molto accanito contro Pisanello. Ovviamente, è solo una serie di sfortunati incidenti. Ma quell’intervento di Borromini… (A proposito, Borromini in quali rapporti era con la nobiltà vaticana? E perché, già alle dipendenze di Bernini, ne diventò un avversario non solo artistico?

Bernini era con Galileo uno dei massimi esponenti della setta degli Illuminati, e che fu praticamente messo in quarantena, salvo successiva riconciliazione, da papa Innocenzo X, che si oppose debolmente al trattato di Westfalia e al relativismo del cuius regio eius religio . Va bene, è fantasia, però… cosa sappiamo in realtà del suicidio di Borromini?

Torniamo a Mantova, dove resta la fortunata possibilità di vedere un’opera unica e per di più nel suo farsi. I frammenti di affresco rimasti e restaurati hanno bisogno di pochi commenti, per la compattezza d’azione della scena raffigurata, la visuale spericolata e i particolari curati come da chi non sospettasse di vedersi costretto a sospendere i lavori per un contrasto coi committenti. Le sinopie, i tratti veloci disegnati per la stesura successiva, non sono meno interessanti: mostrano le intenzioni dell’artista, i suoi ripensamenti, i pentimenti, il modo di inventare e disporre il numero enorme di figure che partecipano alla battaglia.

E il Sacro Graal? Che sia il protagonista non ci sono più dubbi, dopo le profonde analisi di Giovanni Paccagnini ( Pisanello e il ciclo cavalleresco di Mantova , Electa Editrice, senza data) che, dopo il ritrovamento da lui operato, ha scavato nella biblioteca dei Gonzaga alla ricerca dei riferimenti letterari che hanno originato l’idea dell’affresco: tra questi gli allora molto popolari cicli arturiani francesi, la Queste del Saint Graal , il Perceval ou conte del Graal di Chrétien de Troyes, il Roman de Tristan . La battaglia tra i cavalieri raffigurata da Pisanello non è un torneo come tanti, un’esibizione di valentìa davanti alle ben note e belle dame, Ginevra e Isotta. La posta in gioco non consisteva nelle loro grazie, ma nell’incarico di proseguire la ricerca (la queste ) del sacro calice che aveva raccolto il sangue di Cristo, prima metaforicamente durante l’ultima cena, poi concretamente, si dice, a opera della lancia di Longino. Lancillotto e Tristano si combattono a Louverzep per questa missione ben più alta, dopo aver visto o decretato la sconfitta di altri prodi cavalieri: Calibor as dures mains, Arfassart li gros, Malies de l’espine, Sarduc li blans, Kallas le petit, Calaarot le petit, Patrides au cercle d’or. E altri. Ma come sono stati identificati? Semplicemente perché nelle sinopie appaiono dei nomi accanto ai vari personaggi. Didascalismo inatteso, non necessario in un ambiente colto come quello dei Gonzaga, né richiesto per un’opera certamente non destinata in origine al grande pubblico.

Pisanello voleva forse identificare i suoi personaggi per dire che proprio di loro si trattava, dei nobili della Tavola Rotonda e non di combattenti di sua invenzione, e mandare un messaggio che uscisse dalle mura del Palazzo: far sapere quale disputa insana e distruttiva avesse scatenato la queste . Celebrava l’eroismo dei cavalieri, ma a modo suo: ne faceva vedere anche i cadaveri scomposti e le minacciate decapitazioni. La scena è di grande violenza, e già la decisione di illustrare la battaglia verso la sua fine, anziché nei suoi preparativi o almeno in una fase di equilibrato svolgimento, sembra una scelta di Pisanello che non deve essere piaciuta al marchese Ludovico. Troppi morti: cadaveri bocconi e riversi e sempre scomposti, esecuzioni minacciate sul posto, un cavaliere trafitto che si muove a quattro zampe, colpi inferti alla schiena, cavalli scossi. Una rappresentazione poco in sintonia col mitico codice cavalleresco. Da qui, probabilmente, l’interruzione dei lavori; come dice Paccagnini (op. cit., pag. 54), dovuta “forse [al]la scarsa rispondenza della visione decadente del Pisanello a quei concetti commemorativi” di “nobiltà, di virtù militare e cavalleresca”. Sfugge il significato di “decadente”: la visione di Pisanello era probabilmente solo realistica o almeno informata. Non risulta una sua passione per il macabro, anche se a Verona, sopra San Giorgio e la Principessa, è riuscito a inserire un paio di impiccati: elementi comuni nel paesaggio cittadino dei tempi.

I lavori sono quindi stati sospesi, poi nascosti, perché nella corte dei Gonzaga si riteneva che non fosse il caso di far vedere sotto cattiva luce altri e reali cavalieri scalpitanti: anzi, sarebbe stato utile dare loro un alone di gloria, mentre macellavano al servizio dei principi. Il committente Ludovico, come ricorda Maria Bellonci, “militava a stipendio”; e, lui che era detto il Turco, sperava forse di far partecipare le sue milizie alla crociata (mai iniziata) contro la Turchia voluta da Pio II, se ne aveva generosamente ospitato la dieta di convocazione nel 1459. Illustrare anche la battaglia per il Graal - per non parlare di una crociata - era faccenda di morte e polvere e sangue umano doveva suonare come una bestemmia.

La crudeltà ( crudus-crudelis e cruentus hanno in comune la radice CRU di cruor , sangue - nello specifico, quello venoso) di questi affreschi toglie non poca nobiltà all’attività “cavalleresca” diventata, o sempre stata, un lavoro da mercenari. Ma chi ha veramente bloccato Pisanello? E ci interessa davvero, fare gli investigatori? Forse può servire solo a guardare con un po’ più di attenzione i suoi affreschi e le sinopie di Mantova.

Le fotografie

Fonte
Sito tais.it di Bruno Balestrini