Roma
ROMA, Roma, nome famoso ed unico col quale venne in ogni tempo e presso ogni nazione appellata la CITTA’ che fu sempre, sotto i varii suoi aspetti, regina dell’universo, e che, fra lo stuolo immenso de’ lodatori, Ateneo non dubitò di qualificare con bella perifrasi, Orbis compendium; e vano tornò a qualche superbo imperatore il divisamento di rinnovarne il titolo, chè o l’antico prevalse o bastò la generica voce Urbs senz’altro aggiunto a dinotarla per eccellenza. Sorge Roma, città metropoli del culto cattolico, capitale degli Stati della Chiesa e capoluogo della comarca del suo nome, sotto la lat. N. (al collegio Romano) di 41° 53’ 54” ed alla long. E. (nello stesso punto) di 10° 9’ 32”. Trovasi nel S. dello stato Ecclesiastico, sulle due sponde del Tevere, a 5 leghe dalla foce da questo fiume nel mare Tirreno, a 40 leghe N.O. da Napoli, ed a 250 leghe S.E. da Parigi. Residenza del Papa e sede del Sacro Collegio dei cardinali; vi ha un tribunale supremo di cassazione, detto della Segnatura, e due tribunali d’appello, chiamato uno tribunale della Camera apostolica, e l’altro tribunale della rota. – Il Tevere, scorrente dal N. Al S., sparte Roma inegualmente, essendo la parte orientale, o situata alla sinistra del fiume, la più considerabile. Il circuito della città, segnato da un muro, è di poco più di 5 l., e la lunghezza del ricinto misura 1 lega 113, dal N.O. al S.E:, e la massima larghezza meno d’1 lega dal N.E. al S.O. I due terzi di questo spazio, all’E. Ed al S., sono occupati da vigne, da campi di grano, da case di villeggiatura co’ loro giardini. Dei sette colli alla sinistra del Tevere su’ quali fabbricata era l’antica Roma, il monte Capitolino è solo coperto di case; i monti Quirinale, Viminale ed Esquilino nol sono se non in parte, ed i monti Palatino, Aventino e Celio rimangono quasi nudi. La massa delle abitazioni sta oggi racchiusa tra il Tevere all’O., il monte Quirinale all’E., il monte Palatino al S., ed il monte Pincio al N.E. La parte alla destra del Tevere, appoggiata sopra due colli, il Gianicolo al S. Ed il Vaticano al N., non offre che due principali gruppi di case, uno al N.O., l’altro al S.E.; vi hanno molte terre coltivate sulle parti superiori delle colline. – Le porzioni meglio fabbricate della città sono l’estremità N. Della divisione situata alla sinistra del fiume, ed il quartiere di Borgo, nel N.O. della divisione della sponda destra. Sono in generale in Roma molte case superbe decorate col titolo di palazzi; ma gli sguardi rimangono talvolta ingratamente offesi dal contrasto che quelle formano colle meschine casuccie che le circondano; dall’altro canto ognuno resta compreso di maraviglia e da una specie di rispetto alla vista dei numerosi monumenti antichi e moderni così pittorescamente disseminati su quei colli e nelle valli, che, secondo l’osservazione d’un artista giudizioso, pajono disposti per dar luogo all’architettura di sfoggiare quanto ha di più bello. Quest’antica regina del mondo ha un aspetto grave, mesto e quasi funebre, nè rimbomba del moto e dello strepito d’una grande capitale. – Il Tevere, di rapido corso e di acque torbide, ha in Roma una larghezza media di 300 piedi, e vi forma 2 curve, la più settentrionale volta all’O. E la più meridionale all’E.; rinchiude l’isola di S. Bartolammeo e si valica sopra 4 ponti: al N., il ponte Sant’Angelo o Elio, di costruzione moderna ed elegante e sormontato da statue di marmo in faccia al castello S. Angelo; in mezzo, il ponte Sisto; al S., i ponti Quattro-Capi o Fabrizio e Cestio o S. Bartolammeo che uniscono l’isola di questo nome al continente. Veggonsi gli avanzi di 3 ponti ruinati; il ponte Vaticano al N., ed i ponti Palatino o Rotto e Sublicio al S. Vi sono poche riviere propriamente dette. Sulla sponda destra, verso il S., trovasi un assai lungo porto che chiamano porto di Ripa-Grande, e notansi sulla sponda sinistra, nel N., i porti della Legna e di Ripetta. – Le vie di Roma sono in generale assai larghe, e nei quartieri ne’ quali trovansene di strette e d’irregolari, non è l’aria per niente viziata stante la poca altezza delle abitazioni; molte sono lunghe e diritte, e spesso terminate da un obelisco, da una fontana o da una chiesa. Le tre più notabili partono, divergendo, dalla piazza del Popolo, situata all’estremità N. Della parte orientale della città; la strada di Ripetta dirigesi al S. O., la strada del Babuino, continuata dalla piazza di Spagna e dalla via de’ Due Macelli al S.E., e la strada del Corso, al S.: è questo il principale passeggio di Roma ed il teatro della allegrie carnovalesche, e misura circa ¼ di l. lunghezza. Tra le altre strade della medesima parte, si fa distinguere la via Maggiore, continuata dalla via S. Lorenzo Pane e Perna; la strada de’ Condotti, che va dalla strada del Corso alla piazza di Spagna; la via Giulia, che fiancheggia la sponda sinistra del Tevere; finalmente la lunga via, che corre dal N.O. al S.E. sotto i nomi di Sistina, via Felice, via delle Quattro-Fontane, ed è continuata, in mezzo a campi e vigne, sino all’estremità S.E. di Roma. Nella parte alla destra del Tevere, si osserva la via della Lungara, parallela al fiume, col Borgo Pio ed il Borgo Vittorio, che vanno dall’E. All’O. nel N. del quartiere di Borgo. Le case di Roma sono parte di pietra, parte di mattoni, e frequentemente coperte di stucco; il marmo vi è meno comune che nelle città del N. Dell’Italia. (...) – E facendoci primamente a parlare, col lodato Castellano, di Roma antica e profana, il colle Palatino ne addita la culla. All’intorno di questo, ove un ragunamento di casolari denominato Pallantia vuolsi prima esistito, segnò il fondatore, sia esso Romolo o altro capo di gente raunaticcia, l’umile fossa che ne costituiva il ricinto, a poco a poco dilatato quando, dopo la pace sabina, Tito Fazio compartecipò del regno, sino ad includervi il prossimo colle Saturnio; duplice clivo così chiamato dalla città preesistente, uno de’ quali fu quindi detto Tarpejo (oggi Caprino) per la precipitata vergine, ed ambedue resi poi immortali pel fausto presagio tratto dal capo umano disotterrato, onde chiamasi Campidoglio, capitolium, ed una parte dell’Aventino, tuttora coperto dal sacro bosco dove il volo degli augelli porgeva materia agli augurali prestigi. Raddoppiando la distruzione di Albalonga la nascente popolazione, determinò Tullo Ostilio a racchiudere il colle detto Querquetulano dalle spesse roveri, indi Celio da un possente duce etrusco che lo prescelse a sua dimora. Indi Anco Marzio, dopo di avere coi vinti vicini popolato il resto dell’Aventino, non per angustia di luogo, ma per torre agl’inimici una vantaggiosa posizione, dalla quale i Romani venivano spesso perturbati, occupò una parte del Gianicolo, ove credesi che in altra città detta Antipoli remotamente un Giano avesse regno. Così ebbe principio, varcato il Tevere per mezzo del primo ponte formato di connesse travi detto Sublicio e reso per bellici fatti memorando, la contrada di Trastevere nel suolo etrusco, ed erette si videro nelle alture i più antichi romani propugnacoli. Ben altro aumento però richiedeva la progressiva prosperità e la crescente moltitudine romana. Quindi Servio Tullio comprese nell’ampliato perimetro i due colli Quirinale e Viminale, de’ quali tracciava la non più apparente divisione l’antica porta Collina, e di là mosse esso re a racchiudere le biforcate Esquilie, il primo ramo delle quali dal foro Trajano giungea sino alla porta Esqulina, e l’altro dalla moderna basilica Liberiana estendevasi sino alla celebre via Labicana, che spartiva il duplice colle Esquilino dal Celio, e fra il voto de’ due rami sorgeva l’eminenza della Suburra. Tale fu la città detta allora setticolle, perchè sette appunto ne comprendeano intieramente le nuove mura turrite, non vi si comprendendo la parte murata del Gianicolo posta al di là del fiume. (...) L’antica Roma dividevasi in quattrodici quartieri che prendevano il nome della porta Capena, dalla Celimontana, dal tempio d’Iside e Serapide Moneta, dalla via Sacra, dalla Esquilina dall’Alta Semita, dalla via Lata, dal foro Romano, dal circo Flaminio, dal colle Palatino, dal circo Massimo, dalla Piscina pubblica, dal colle Aventino e da Trastevere. Una delle più fastose magnificienze di Roma era il Palatium, cioè l’abitazione di Augusto, alla quale era unito il tempio di Apollo e la ricca biblioteca palatina. I successivi Cesari abbellirono a gara ed ampliarono questa loro reggia, ma vi dispiegò lo sfarzo maggiore l’imperatore Nerone, da cui ebbe il tiotlo di Casa aurea. La sua statua colossale di marmo ne decorava il vestibolo: tremila colonne sostenevano il gran porticato, e nelle innumerevoli camere vedeansi largamente profusi le scolture, i metalli, le gemme. I giardini, i bagni ed uno stagno, tutto di belle fabbriche cinto all’interno, ne variavano il giocondo aspetto; nè il solo Palatino bastò a tanta mole che, penetrandovisi dalla via Sacra, tutto si percorreva il piano intermedio al Celio ed all’Esquilino con parte ancora di quest’ultimo colle, essendovisi congiunti gli orti di Mecenate. Lo circoscrissero poi nuovamente al Palatino i succeduti imperatori, e delle fabbriche distrutte fuori di quel limite giovaronsi Vespasiano e Tito ad erigere le Terme, il Colosseo ed altri pubblici monumenti. Di cotanta grandezza rimane appena la rimembranza, dacchè l’edera ed il musco ricoprono que’ ruderi abbandonati, e molit ne racchiudono i prossimi orti Farnesiani, la villa Spada, oggi dall’inglese Mills posseduta, ed il contiguo giardino del collegio inglese, onde può dirsi che l’area prima della città ora è totalmente deserta. Si contavano in Roma 17 foci, e fra essi per ampiezza e frequenza distinguevansi il foro Romano, il Boario e quello di Trajano; 29 erano le principali vie, il comodo e la solidità delle quali tuttora si ammirano in molti avanzi, e specialmente ragguardevoli furono l’Appia, la Flaminia, la Cassia, l’Aurelia, la Tiburtina, la Prenestina, l’Ostiene, la Nomentana; 36 gli archi di trionfo per lo più costruiti in marmo con pregevoli lavori di scarpello; 11 le basiliche ove si rendeva giustizia, e famosa era fra tutte l’Ulpiana anche per la copiosa sua biblioteca; 133 i tempi sacri alla fantastica innumerevole schiera degli Iddii tratta di Grecia, ed i principali eretti a Giove, fra’ quali il mirabile Panteon di Agrippa, a Venere, a Marte, a Giano ed a Giunone sotto più denominazioni, e due alla Fortuna, oltre molte Are ed un gran numero di quelle che chiamavansi Aedes sacrae e Aediculae; 9 circhi, cioè il circo Massimo in mezzo al Palatino e all’Aventino, il circo Flaminio al N.O. del Campidoglio, il famoso circo Agonale o di Alessandro, il circo Pinciano di Sallustio, quello di Flora nell’odierna piazza Barberina; quello di Eliogabalo sulle mura del Celio, l’altro di Caracalla sull’esterna via Appia, e fuori della città, oltre il Tevere, i circhi di Adriano e di Nerone; 3 anfiteatri, cioè quello incomparabile di Flavio Vespasiano sull’antico stagno e sui giardini neroniani, che dal trasporto fattovi del colosso di quell’imperatore tolto dalla sua Casa Aurea si chiamò Colosseo, il Castrense prossimo agli orti Variani, e quello di Statilio Tauro, le cui rovine formarono l’eminenza oggi chiamata Monte-Citorio,; 6 obelischi, oltre le due famose colonne coclidi ed altre minori; diverse naumachie pei combattimenti navali, precipue additandosi quelle di Augusto, di Nerone, di Domiziano, i teatri di Pompeo e di Marcello; i mausolei d’Adriano e di Augusto con incredibile magnificenza costrutti sulle due sponde del Tevere all’estremità boreale della città; i sepolcri di Romolo, di Numa, di Cajo Castio, degli Scipioni; i moltissimi grandiosi acquidotti e gli ampi ricettacoli (Castellum) delle acque Marcia, Giulia e Tepula. (...)
E primieramente diremo delle terme, delle quali tanta era la vastità, tanto grandi il lusso e la splendidezza, che attonito Ammiano Marcellino ebbe a definirle: Lavacra in modum provinciarum extructa (Bagni costrutti a guisa di provincie). Se ne contarono sino a dodici: (...) edifizj immensi che al lavacro erano destinati ed ai ginnastici. La prima parte conteneva nel suo recinto i locali pel bagno caldo o tiepido o freddo e sin 3,200 individui poteano insieme eseguire la lavanda in quelle di Diocleziano. V’erano poi camere per esporsi alla varia temperatura dell’aria, dall’aperto cielo gradatamente sino al sudatorio, loconicum; indi i luoghi per deporre le vesti, e finalmente celle unguentarie. Preziose erano le decorazioni della seconda parte ove tutto invenivasi che valesse a ricreare lo spirito. Quindi viali ornati d’alberi per delizioso passeggio, stadii pegli spettacoli e ludi, biblioteche, musei, sale di declamazione. Per avere un’idea della copia di colonne, scolture, marmi ed altri squisiti ornamenti profusi, basti dire che degli avanzi disotterrati d’una sola di queste anzi reggie che terme, si fanno belli esuberantemente molti e molti edifizi moderni, e quanto alla grandezza, le terme di Caracalla e di Diocleziano oltrepassano, per la circonferenza, i 4,200 piedi. (...)
Alla sinistra del Tevere trovasi Roma propriamente detta, e con esso fiume sono contermini, al N., i suoi bastioni, avendo da quel lato tre porte, la prima detta del Popolo corrispondente alla Flaminia, la seconda, Salara, la terza Pia; all’E., danno accesso le tre di San Lorenzo, Maggiore e di San Giovanni; al S., le due di San Sebastiano e di San Paolo, e non lungi dall’ultima il muro raggiunge la sponda tiberina alla falda meridionale del Testaccio. La destra parte del fiume comprende il quartiere di Trastevere protratto sino al principio della città Leonina col mezzo della via Lungara, che dall’arco aperto della porta Settimiana mena all’altro della porta Santo-Spirito. Al lato S.O. incomincia la muraglia che ne serra il circuito, intersecata dalle due porte, la Portese cioè e quella di San Pancrazio; prosegue poi molto dilatandosi verso l’O., e termina colle fortificazioni del Castelsantangelo poste al N.O. sopra il medesimo Tevere, avendo su questo fianco le altre due porte intermedie vedesi la traccia da chi circuisce il pomerio, state in diversi tempi murate. Il perimetro è, come dicemmo, d’intorno a 5 leghe; ma la parte abitata, ch’è tutta al N.O. nella pianura aggiacente al fiume, non eccede le 2 leghe, trovandosi nel rimanente grandiose ville, eleganti giardini, e molto terreno addetto all’orticoltura ed ai vigneti. Il graduato insensibile avvallamento de’ colli, le frequenti rovine degli edifizii, ed altrettali cagioni insorte nel lungo corso de’ secoli hanno innalzato il livello della moderna Roma (che ora si trova all’altezza media di sessanta piedi parigini sopra quello del mare), come si osserva ne’ continui scavi praticati per invenire a qualche profondità le vie, i pavimenti e le basi delle colonne. (...)
Serba la moderna Roma la divisione stessa ch’effettuò l’imperatore Augusto in quattordici parti, non avendone cambiato che i nomi ed i limiti. Diconsi Rioni, e si denominano coll’ordine seguente: Monti, Trevi, Colonna, Campo-Marzo, Ponte, Parione, Regola, Santo – Eustachio, Pigna, Campitelli, Santo-Angelo, tutti alla sinistra del fiume, alla destra trovandosi gli altri tre di Ripa, Trastevere e Brogo, nell’ultimo de’ quali è compresa tutta la città Leonina. (...)
Apresi in circolo una vastissima piazza, ed a lato della porta, a sinistra di chi entra, sorge la chiesa di S. Maria del Popolo, onde ebbe nome tutta la contrada, che dentro racchiude fra mille doviziosi ornamenti le cappelle Ghigi e Cibo, ricche di marmi, metalli, scolture e dipinti, con attiguo convento di Eremitani di S. Agostino, vedendovisi pure di bei sepolcri dell’XI secolo. A questo edifizio fa vaga simmetria, dal lato opposto, un’ampia e decorosa caserma testè costruita cui è annessa la sala destinata alla pubblica esposizione delle opere commendate di giovani artisti. Descrivono due emicicli la periferia di questo foro, ornati di marmoree sfingi, e sorgono nelle estremità di essi le quattro stagioni con perizia d’arte scolpite da ingegnosi allievi. Inalzasi nel centro l’obelisco egizio dell’altezza di 108 palmi, pregevole non meno per la materia di granito rosso che pei geroglifici ond’è coperto, il quale porta le impronte non più dubbie della prima epoca de’ Faraoni, e dopo di avere abbellito Eliopoli, ove sorgea sacro al Sole, e quindi il Circo Massimo a’ tempi di Augusto, fu da quelle reovine disotterrato nel regno di Sisto V, e quivi posto nuovamente a brillare; servendogli di base un piedestallo di 37 palmi e sormontandone quattro leoni che gettano copia d’acqua in sottoposti bacini; nuovi e splendidi ornamenti ch’ebbero in questi giorni compimento. Di fronte si aprono le tre principali vie rettilinee, del Corso in mezzo, di Ripetta a destra ed a sinistra del Babbuino. Due maestosi tempii con equali frontespizi e adorni di cupola elevata, dedicati alla Beata Vergine sotto i titoli di Monte-Santo e dei Miracoli, col dividere le tre vie, servono a magnificarne il prospetto. (...)
Piazza primaria è quella che oggi si dice Navona, e che fu già Circo prossimo alle natiche terme Alessandrine, chiamato poscia Agonale, essendosi sulle gradinate costruiti gli edifizi che la circondano. Si fa essa distinguere per la straordinaria sua ampiezza, servendo al bello spettacolo dei mercati settimanali, e per le quattro fonti che racchiude. Sopra le due che pure hanno pregio di marmoree vasche e sopra la terza appellata del Moro e ristorata nel 1819, che vantasi della figura del Tritone dal Bernini scolpita, incomparabilmente si ammira la grande fontana situata nel mezzo sotto gli auspizi di Innocenzo X. Sta in mezzo ad ampia vasca alpestre macigno, alto 60 palmi, che da fori laterali versa in abbondanza le acque. Sovra di esso, su base di granito, alta 23 palmi e decorata dalle gigantesche statue del Danubio, del Gange, del Nilo, della Plata, sorge un egizio obelisco rosso dell’epoca de’ Tolomei, alto 72 palmi, e tutto pieno di geroglifici. Coll’acqua di questa fonte si riempie sino ad un certo punto la piazza a bella posta fatta concava nel mezzo per dare nelle ore pomeridiane della state sollievo a’ grandi calori e lo spettacolo di numerosi cocchi che vi diguazzano. – Ma di fonti e di guglie non ha Roma penuria da ogni banda, poichè, emulo il pontefice Paolo V delle colossali imprese dei romani imperatori, addusse da Bracciano, a 14 l leghe di distanza, le acque del lago Sabatino sulla vetta del Gianicolo, ristaurando gli acquidotti di Trajano e nuovi aggiungendovi all’uopo; e bello è il prospetto, da cinque colonne ornato di grantio rosso, con analoga iscrizione, e dove precipitosa da tre vastissime bocche e da due minori scende l’acqua nel sottoposto bacino, onde non pure si alimentano le fonti tutte di Trastevere e della città Leonina, ma si muovono di annessi opifizii di carta e ferro, non che diversi mulini. Dalla celebrata Acqua Vergine, portata in Roma da 6 leghe circa di distanza per sotterranei condotti a cura di Marco Agrippa, trasse Nicolò V il ramo maggiore nel Trivio ov’è ora la gran fontana detta di Trevi perciò e non per qualche paese di questo nome, come il volgo erroneamente suppone. Ai due Clementi XII e XIII si debbe l’ornato della statua colossale dell’Oceano su gran cocchio di conche che i Tritoni guidano assisi sopra cavalli marini, e circondata da scolture e bassirilievi minori, fra quali rimarcasi Agrippa da un lato e dall’altro la Vergine che la sorgente accennando ad un soldato, diede alle copiose acque che fra scogli e dirupi in bella e bizzarra forma si veggiono sgorgare, indelebilmente il suo nome. Il primitivo nome di Sisto V fu parimenti eternato dalla fontana che non lungi dalle terme Diocleziane gitta l’Acqua Felice recatavi dalle sorgenti alessandrine per nuovi condotti costruiti in gran parte sui vecchi della Marcia e della Claudia, e dicesi volgarmente del Mosè da una statua di quel condottiero che sovrasta ai laterali bassorilievi di Aronne e Gedeone. Nè, fra le altre fonti, quella dee preterirsi che Paolo V aprì in capo alla bella strada detta Giulia dal pontefice Giulio II, la quale, presso alla sinistra sponda del fiume, da ponte Sisto in linea retta conduce sino al ponte Sant’Angelo; nè l’altra, detta del Tritone dalla figura che vi è scolpita, che sorge in piazza Barberini. Ognuna delle piazze però anche minori ed ogni via ridonda di vaghe fonti, che di per sè sole basterebbero ad adornare qualunque città illustre, tale poi essendo la copia delle acque, che nella più parte delle case e delle officine si conducono pegli usi quotidiani senza bisogno di attingerne. – La piazza colonna è la più centrale, e quella nella quale il popolo più frequentemente si raccoglie, da che apresi quasi a metà del corso. E’ anche la più regolare, mentre all’infuori d’una piccolissima parte dell’angolo S.O., quattro soli palagi ne chiudono il quadrato. Ed è ben dicevole simile fregio alla colonna che dicesi Antonina per essere stata eretta in onore di Marco Aurelio Antonino nel foro di Antonino Pio, del quale l’odierna piazza formava parte. Il basamento del piedestallo si addentra sotterra per sedici palmi, e, compreso questo, la totale altezza misura 217 piedi. La compongono 28 pezzi di marmo bianco ed è tutto all’intorno istoriata da bassi rilievi, ove sono rappresentate le vittorie di Marco Aurelio, alla cui statua, posta in cima, Sisto V surrogò quella dell’Apostolo delle genti. Un’interna scala di 190 gradini, illuminata da 41 spiragli ed incavata a chiocciola nel marmo stesso, serve ad ascendervi senza stento. Anche la piazza della Colonna Trajana, poco dopo la fine del Corso, aperta presso la falda del Quirinale, la quale dov’è tagliarsi da quell’imperatore a considerevole altezza nella formazione del magnifico suo Foro che racchiudeva la grande basilica Ulpia e le biblioteche Ulpie greca e latina, trovasi modernamente ornata da due chiese con cupole non molto dissimili che le fanno facciata al N.O.
La gran Colonna componesi di 34 pezzi di marmo bianco, 23 tra’ quali per la colonna propriamente detta, e s’innalza a 193 palmi e mezzo, corrispondenti a 132 piedi parigini, col diametro inferiore di 11 piedi 2 pollici e presso al capitello di piedi 10. Le vittorie di Trajano, il quale vuolsi ivi sepolto, sono scolpite a basso rilievo maestrevolmente in una spirale che gira 23 volte all’intorno contenente oltre a 2,500 figure umane e moltissimi altri oggetti relativi. La scala interna a chiocciola di 185 gradini, illuminata da 43 spiragli guida ad una ringhiera di ferro dove fu la statua del principe degli apostoli da Sisto V sostituita a quella di Trajano che un tempo vi sorgea in bronzo dorato. Anche la piazza di monte Citorio ha ricevuto dal pontefice Pio VI il preclaro abbellimento dell’obelisco solare dell’altezza di 130 palmi e 112, sormontato dal globo di bronzo, della prima epoca dei Faraoni, inalzato da Sesostri in Eliopoli, e quindi dall'imperatore Augusto che lo trasportò eretto in Campo-Marzio, dove servì di gnomone, ma rottosi di poi, fu nel 1748, per cura di Benedetto XIV, dalle rovine scavato. Fra le più ragguardevoli si nota pure la piazza che dalla residenza dell’ambasciatore di S.M. Cattolica prende il nome di piazza di Spagna. L’eleganza dei palagi e de’ molti sontuosi alberghi che la circondano, la bizzarra fonte di Urbano VIII, costruita a foggia di barca, e detta perciò la Barcaccia, e soprattutto la grandiosa scalinata che guida al tempio della Trinità de’ Monti innalzato sul Pincio, donde si gode di bella vista sopra quasi tutta la città, e la retta via detta de’ Condotti che di là mena insino al Tevere, coll’altra del Babbuino laterale alla piazza del Popolo, le danno un sì gajo aspetto cui nulla agguaglia, specialmente quando ne’ giorni iemali viene indorata ed intiepidita da’ raggi del sole nascente. Altre due guglie egizie tratte dall’antico tempio d’lside e Serapide ed ornate di geroglifici, ma di poca altezza, passarono ad abbellire il primo, la fontana posta sulla rimodernata piazza della Rotonda, e l’altro sul dorso di marmoreo elefante nella piazza della Minerva. – Acquista però la moderna Roma il maggiore suo vanto, e tale da non trovar paragone in qualunque altra città del mondo, dalla veneranda maestà de’ numerosi suoi templi. E qui gittando un occhio su’ bei ristauri con che i pontefici Nicolò V ed i due Clementi VII e IX adornarono di sculture il ponte Elio, oggi detto Ponte-Santo-Angelo, ne è forza portarci ad ammirare il miracolo della moderna architettura, la sorprendente basilica Vaticana. Tutto quanto in essa discopresi attesta la più magnifica splendidezza, e mancano termini per dipingerne, comechè in abbozzo, le bellezze. Tre grandi piazze precedono la gradinata del tempio, le quali in lunghezza complessivamente si estendono a 1561 palmi romani. E’ quasi quadrata la prima, che porta il nome di Rusticucci, e l’hanno testè adornata moderne fabbriche eleganti, come addiceasi al primo limitare dell’augusta mole. E da quella può l’occhio star fiso a contemplare la seconda di ovale figura e cinta di superbissimo loggiato diviso in due emicicli, ove si numerano 284 grosse colonne di travertino in quattro ordini disposte così bene, che da un punto della piazza guardate ne presenta un ordine solo, rimanendo i tre posteriori del tutto invisibili. Sormonta il portico una balaustrata, e vi sono vagamente situate 192 statue dell’altezza di 14 palmi. Tanta opera onora egualmente il pontefice Alessandro VII che l’allogò, ed il cav. Bernini che seppe così compiutamente eseguirla. L’obelisco che nel mezzo inalzò, verso il 1586, Sisto V, sebbene sia della terza epoca, cioè fatto in Egitto dai Romani ad imitazione dei vetusti, ha il pregio d’esser l’unico mirabil pezzo di granito rosso rimasto, dopo il corso di tanti secoli, intatto: alto 113 palmi, senza il piedestallo e la croce che lo sormonta, Caligola il trasportò a Roma, e lo elevò nel suo circo in mezzo al Campo Vaccino, donde Sisto il rimosse. Due perenni fontane ed uniformi gittano all’altezza di 14 palmi copiosi sprazzi dell’acqua braccianese discesa dal Gianicolo, che ricade prima in rotonde vasche di granito orientale d’un sol pezzo, e quindi in altre maggiori di travertino. Due corridori coperti a lato della terza piazza, decorati esternamente da pilastri e da statue colossali, guidano al vestibolo della basilica, mentre nel mezzo le due statue dei principi degli Apostoli indicano il principio de’ marmorei scalini a tre ripiani che conducono appiè della facciata, ultimo lavoro che su proprio non felice disegno vi fece lo architetto Maderno sotto il pontificato di Paolo V. Dopo il vasto interno portico, di dove ai vestiboli laterali si veggono le statue di Costantino e di Carlomagno, cinque grandi porte aprono l’ingresso al santuario, e l’una di esse, che vedesi chiusa, quella è che il pontefice apre solennemente in ogni venticinquesim’anno destinato all’universale Giubileo e dicesi Porta-Santa. (...)
La sua forma è di croce latina a tre navi. I marmi, le scolture, i dipinti, i mosaici, le dorature ridondano da tutti i lati, ed ogni cappella aduna tal copia di decorazioni da bastare ad ogni altra vaga chiesa. In fondo alla tribuna sorge sopra marmoreo altare la cattedra di s. Pietro maestosamente ornata al di sopra e sorretta da quattro dottori, due latini, Ambrogio ed Agostino, e due greci, Atanasio e Giangrisostomo, in figura colossale, e tutto questo enorme masso di bronzo dorata, materia della quale s’impiegarono 219,000 libbre tratte dal Panteon, è lavoro classico di Bernini e racchiude la sedia di s. Pietro usata di poi lungamente dagli umili successori de’ primi secoli. Nel mezzo della crociata sorge l’ara massima riserbata alla celebrazione dei pontificali solenni, e coperta da un grande baldacchino, cui sostengono quattro colonne spirali, opera tutta in bronzo di cui si onora lo stesso Bernini. E dinanzi a quella sta la discesa alla tomba, che dicesi Confessione di san Pietro, ed alle grotte Vaticane, per le raccoltevi ossa dei martiri tenute in tanta venerazione che a viemmeglio conservarle s’inalzò di 16 palmi il pavimento. Quivi ideò il famoso Bramante di erigere la più gran cupola dell’universo ed a tale uopo costruì i quattro enormi piloni; ma non potè andar oltre, ché la morte il prevenne, senza che però venisse dopo di lui meno l’ardire dell’immortale Michelangelo. (...)
Sulla vetta del Celio è la costantiniana basilica Lateranense dedicata ai due Giovanni, il precursore e l’evangelista, prima chiesa del mondo cattolico, detta perciò Urbis et Orbis Mater et Caput, ove suole il pontefice prendere della dignità suprema solenne possesso. L’antico tempio col palagio annesso fu sull’entrare del secolo XIV distrutto per un incendio, mentre Clemente V in Avignone faceva la sua residenza; ma le elemosine de’ fedeli vennero da lui nell’istante raccolte per riedificarlo, ed i successivi pontefici gareggiarono nel profondervi gli adornamenti ai quali diedero Pio IV e Clemente XII il maggiore risalto, quel primo colla facciata laterale, cui sovrastanno due campanili, e col soggetto portico, dove s’innalza la statua metallica del re di Francia Enrico IV, e l’altro col principale frontespizio, in cima al quale sur ampia balaustrata si elevano dieci grandi statue di Beati, con quella in mezzo del Salvatore. La gran porta di bronzo, ch’è nel mezzo delle cinque, vi fu tratta dalla basilica Emilia, e presso qui ancora si vede murata la Porta-Santa. Dividesi la chiesa in cinque navate, e frai pilastri, onde furono coperte le antiche colonne, trovansi in altrettante nicchie le statue dei dodici apostoli. Si ammirano per la rarità le due colonne di giallo antico, che sostengono l’organo, e la preziosità delle pietre rende assai pregevole il tabernacolo della cappella del Sagramento. L’altra di mezzo è veneranda per conservarvisi i sacri capi de’ principi degli Apostoli; e quella del Salvatore, in fondo alla tribuna, va ricca di stupendi musaici. La cappella della principesca famiglia Corsini vi si fa distinguere per dovizia di eletti marmi e per le scolture magistrali, avendo a titolare s. Andrea Corsini e racchiudendo i depositi del papa Clemente XII e del cardinale Neri Corsini suo attinente, nel primo de’ quali la statua in bronzo del pontefice acquista fregio dall’urna, il cui basamento vedesi sostenuto da due colonne di finissimo porfido. Anche il deposito di Martino V, in mezzo alla gran nave del tempio, è un bel lavoro di bronzo. Attigua sta la chiesa di s. Giovanni in Fonte che serve di sontuoso battisterio, ed ha un fonte di basalte con ornati di bronzo dorato; pur essendovi eccellenti freschi, colonne di marmo e di porfido e due vaghissime cappelle. In prossimità della basilica, laddove estendevasi lateralmente l’antico palagio lateranense, potè salvarsi dal grande incendio la cappella ed il cenacolo di Leone III, che dicesi Sancta Sanctorum per la quantità di reliquie che quel papa vi ripose. Sisto V la decorò di nobile portico, ed in mezzo alle quattro scale praticate per ascendervi, collocò la scala del Pretorio di Pilato, trasportata a Roma da Gerusalemme, che venerasi col nome di Scala-Santa. – La basilica Liberiana, sulla vetta Cispia dell’Esquilino, ebbe origine dalla neve prodigiosa che cadutavi nel dì 5 agosto del 352, ne tracciò il perimetro, ed oggi dicesi di Santa-Maria-Maggiore, perchè la più grande delle 26 chiese in Roma sacre alla madre del Salvatore. La statua di Filippo IV re di Spagna, che n’è salutato benefattore, elevata in bronzo, ne adorna in bella foggia il loggiato. E’ ancora qui, fra le cinque porte, quella santa ordinariamente chiusa. Le tre navi si trovano divise da trentasei belle colonne di marmo bianco e quattro ve ne hanno di granito presso la Ara massima, la quale è formata da un’urna di porfido, come di porfido sono pure le quattro colonne che sostengono il baldacchino. Anche nella cappella del Crocifisso, ricca d’insigni reliquie, fra le quali la culla del Redentore, sono profuse le colonne ed i pilastri di quella preziosa pietra. Al pontefice s. Sisto III è principalmente dovuto la splendida forma del tempio, e Sisto V ornò la cappella del Sagramento, ove ha magnifico il deposito alla destra, mentre a manca sorge quello venerando di s. Pio V. Dirimpetto sta la sontuosa cappella della famiglia Borghese, dove a fregiar l’immagine di Maria concorrono diaspri orientali, agate, lapislazzoli ed altre pietre preziose. Vi si trovano i depositi di Paolo V e di Clemente VIII; quelli poi di Clemente IX e di Nicolò IV incontrandosi ne’ due lati del primo ingresso. Un capolavoro può dirsi egualmente il fonte battesimale che Leone XII volle rimodernato, sopra il quale varie statue di metallo dorato spiegano il santo mistero, ed un’enorme tazza di porfido riceve le acque. V’ha di fronte una piazza, ove sorge la colonna scanalata di marmo tratta in gran parte dalla romana basilica che oggi dicesi di Costantino, volgarmente tempio della Pace, e sormontata da un’immagine scolpita di Maria Vergine. Anche la facciata laterale ha il suo gran pregio e vi s’innalza un obelisco egizio che dal mausoleo di Augusto fece trasportare il pontefice Sisto V.(...)
– Lungo sarebbe il solo accennare ad una ad una le moltissime chiese di Roma, a nessuna delle quali manca fregio singolare. Le principali però, delle quali sarebbe ingiuria omettere il nome, sono le seguenti: Santo-Agostino, ove si scorgono vari dipinti ed una prodigiosa immagine della Vergine, sottratta da Costantinopoli nell’occupazione musulmana: in una cappella di questa chiesa giace il corpo di s. Monica, madre di S. Agostino, traslatato da Ostia, dove fu rinvenuto sotto Martino V: il tempio va coperto dalla più antica cupola che siasi in Roma costruita ed è servito dagli Eremitani. Santo-Andrea-della-Valle, fornita d’uno de’ migliori frontespizi in travertino e di una cupola bellissima e condotta a tre navate con pregevoli quadri nelle principali cappelle e vari freschi del Domenichino: viene essa offiziata dai Chierici regolari Teatini: quivi presso erano la Curia ed il teatro di Pompeo Magno, davanti la cui statua venne pugnalato Cesare il 15 marzo dell’anno 44 innanzi l’era volgare. I Santi-Apostoli, bel tempio a tre navate che racchiude il deposito dell’ultimo contestabile Colonna, opera del Pozzi, e due insigni lavori di Canova, cioè il mausoleo di Clemente XIV, sopra la porta della sagrestia, e nell’atrio quello del celeberrimo Giovanni Volpato incisore: vi stanziano i Minore Convenutali, e venne decorata dal duca Giovanni Torlonia di moderna facciata che diverse statue sormontano. L’Aracoeli, dapprima detta S. Maria de Capitolio, divisa in tre navate da 22 colonne granitiche, con bei quadri e molti depositi della familgia Savelli: è in custodia dei Minori Osservanti: il tempio di Giove Capitolino, il più sontuoso dell’antica Roma, era su questa cima stessa cui si ascende per una spaziosa scala di 124 gradini. Santa-Bibiana, dove Bernini travagliò ad abbellire il frontespizio ed a scolpire la statua della Beata posta sull’altar maggiore, ed in cui sono buoni freschi ed 8 pregiate colonne. La ss. Concezione, tempio eretto dal card. Francesco Barberini cappuccino, a pro de’ suoi correligiosi che vi sono stabiliti; semplice d’ornato, i suoi quadri sono parti di abilissimi pennelli. S. Carlo-al-Corso, chiesa della nazione Lombarda, in cui la cupola, la facciata e la cappella della Concezione sono magnifiche. – S-Carlo-ai-Catinari, edificata in principio del secolo XVII dal cardinal Leni, vanta una prodigiosa cupola, bel frontespizio e parecchi dipinti: spetta ai Chierici regolari di s. Paolo, detti Barnabiti, e vi scorgono i monumenti dei cardinali Gedil e Fontana, onore di quella congregazione. Santa-Cecilia, posseduta dalle monache Benedettine, edificata sul luogo dov’era la sua casa in principio del III secolo e ristaurata nel IX da Pasquale I: il marmoreo baldacchino dell’altare principale, il ricco deposito del corpo della Beata ornato di pietre preziose e di analoga scoltura, gli antichi mosaici ed il Laconico, o camera sudatoria, venerato per avervi ella subito il martirio, ne formano il maggior vanto. San-Clemente, antichissimo tempio, in cui riposano i corpi del successore di s. Pietro e d’Ignazio martire antiocheno, e dove prossimo all’altare di mezzo si vede il bel deposito in marmo del cardinale Roverella. Santa-Corce-in-Gerusalemme, una delle 7 basiliche, detta la Sessoriana, costruita negli Orti Variani di Eliogabalo e da Benedetto XIV rimodernata: quivi un’urna posta appiè dell’altare principale contiene i corpi de’ ss.mm. Cesario ed Anastasio: scendendo alcuni scalini si entra nella cappella di s.ta Elena, che riponendovi gran parte della Croce, le impose l’odierno nome: vi dimorano i monaci dell’ordine Cisterciense. Il Gesù, ch’è la casa professa, Sant’Ignazio o Collegio Romano e Sant’Andrea a Monte Cavallo pel noviziato, sono le tre magnifiche chiese della compagnia Gesuitica: la prima fu dal cardinal Alessandro Farnese eretta con architettura del Vignola, e splendida oltremodo è la cappella destra della crociata, sacra a s. Francesco Saverio; ma superiore ad ogni confronto l’altra di rimpetto dedicata al Santo fondatore di cui serba in gemmata urna di bronzo le preziose spoglie e costruita dal celebre artista Pozzi, membro della compagnia, i pià fini marmi e le pietre più rare l’adornano, fra le quali vedesi un globo, figura del mondo, in un sol pezzo di lapislazzoli, del quale non si conosce il maggiore; si osserva pure in questo tempio il celebre Deposito del card. Bellarmino: la seconda fu edificata dal card. Ludovico Ludovisi coi disegni del Domenichino rifusi dal gesuita Grossi e con facciata dell’Algardi; le due cpapelle della crociata sono superbe ed uniformi e nella destra vedesi l’eccellente bassorilievo che rappresenta s. Luigi Gonzaga, di cui quivi si venera il corpo; grandioso è il mausoleo di Gregorio XV, posto presso la porta laterale: la terza finalmente fu innalzata dal principe don Camillo Pamfili, nipote d’Innocenzo X, con disegno del Bernini, e va tutta nell’interno rivestita di buoni marmi, in figura ovale: spicca oltremodo la cappella dedicata a s. Stanislao Kostka, del quale il famoso Maratta dipinse il quadro, ed una preziosa urna di lapislazzoli serba le mortali spoglie. San-Gregorio, cheisa eretta sulle rovine della casa Anicia, cui quel Magno pontefice apparteneva, e servita dai monaci Camaldolesi. San-Lorenzo-in-Damaso, celebre per l’antichità del suo capitolo e pel mausoleo di Annibal Caro. San –Luigi, tempio della nazione francese, decoratoa di belle p0itture da valentissimi artisti. Santa-Maria-dell’Anima, eretta dalla nazione tedesca, ricca di marmi e dipinti, coi depositi di Adriano VI, del cardinale Andrea d’Austria, del duca di Cleves e di Luca Olstenio. Snata-Maria-degli-Angeli, ch’è la slaa delle terme diocleziane ridotta a maestoso tempio da Michelango e ristorata da Vanvitelli; ammirabili ne sono le 8 colonne di granito alte 62 palmi con 23 di perimetro: nel vestibolo rotondo, che seve d’ingresso, sono i depositi dei cardinali Paolo Parisio e Francesco Alciati e degli artisti Carlo Maratta e Salvator Rosa; vi stanziano i monaci Certostini che hanno in cura la meridiana nel pavimento marmomero marcata da monsignor Bianchini nel principio del secolo XVIII. Santa-Maria-in-Cosmedin, detta la Bocca-della-Verità da un mascherone scolpito nel portico, fu già un tempio pagano di Cerere e Proserpina,s ino dal 772 ridotto a chiesa per opera di s. Adriano I; vi si ammirano le belle colonne di marmo, il pavimento di pietre dure e l’ara massima di granito rosso con uguali colonne che sostengono il baldacchino; l’immagine che con gran devozione si venera fu trasportata di Grecia. In chiesa di s. Maria-del-Sole fu pure cangiato il vicino tempio regionario di Vesta, rivestito di buoni marmi, ed alla beata Vergine venne pure dedicato l’antichissimo tempio da Servio Tullio già eretto alla Fortuna Virile.s.Maria-sopra-Minerva, che può chiamarsi un museo di eccellenti pitture: le migliori cappelle sono degli Aldobrandini, de’ Caraffa e degli Altieri: vi si osservano i mausolei dei pontefici Leone X, Clemente VII, Paolo IV e Benedetto XIII, come pure di Pirro Ligorio, del pittore B. Giannangelo da Fiesole, dell’archeologo Raffaele Fabretti, di Paolo Manuzio, figlio di Aldo e le iscrizioni a lode de’ cardinali Casanti e Mamachi di quel tempio e delle lettere assai benemeriti: dalle monache di Campo-Marzio passò questa chiesa, sotto Gregorio XI, all’ordine de’ Predicatori. Santa-Maria-in-Domnica o della Navicella, costruita sulla casa della matrona Ciriaca, racchiude 18 colonne di granito e 2 di porfido, con osservabili dipinti. Santa-Maria-della-Pace, dai fondamenti innalzata per cura di Sisto IV dopo l’ottenuta concordia della cristianità: il frontespizio ha un portico semicircolare di molto buon gusto e lo è del apri la cupola ottagona; ha molti bei quadri, un basso rilievo in bronzo e alcuni impareggiabili freschi di Raffaello: dopo di essere stata servita da’ canonici regolari Laternesi e quindi da’ Domenicani irlandesi, lo è ora da una congregazione di Preti secolari, che vi praticano con molta esemplarità divoti esercizi. Santa-Maria-della-Vittoria, donata da Paolo V ai Carmelitani scalzi, racchiude nell’altar maggiore gemmata immagine della B.V., alla cui intercessione si riferirono varie vittorie ottenute dai cattolici contro gli Ottomani: capolavoro del Bernini è il gruppo di s. Teresa in atto di essere da un angelo trafitta, e fra le molte pitture vi hanno due quadri del Guercino e di Guido. San-Martino, chiesa costruita dla papa s. Simmaco, e quindi adorna a profusione di marmi e separata in tre navi da 24 antiche colonne, con eleganti paesaggi di Gaspare Pussino: in sotterraneo altare vi sono i corpi dei santi papi Silvestro e Martino, e di là si passa ad un sottoposto vetusto tempio, che si vuole eretto da s. Silvestro: viene uffiziata dai Carmelitani calzati. Santa-Maria-in-Vallicella, detta La Chiesa nuova, fabbricata da s. Filippo Neri sotto gli auspizi di Gregorio XIII e del card. Cesi: magnifica la facciata, adornano i freschi la volta, la cupola e la tribuna; i marmi, i dipinti, gli stucchi dorati ne decorano ogni parte; metnre preziose pietre accrescono fregio alla cappella del santo apostolo di Roma ed istitutore della Congregazione dell’Oratorio ivi stabilita, di cui vi si venerano le sagre spoglie, ed il quadro in mosaico è tratto dall’originale di Guido conservato nelle camere già abitate dal Santo: annesso sta l’Oratorio che non manca di peculiari ornamenti, ed è singolare la sua volta piana, lunga 83 e larga 53 palmi. Sant’Onofrio, chiesa sul gianicolo, servita dagli Eremiti della congregazione di s. Girolamo, gloriasi di aver servato le ceneri di Torquato Tasso, alle quali son per fare gl’italiani onorevole ammenda della trascuratezza degli avi con erigervi splendido monumento: vi è altresì sepolto il lirico Alessandro Guidi. Venerando per la catena che strinse il princpe degli Apostoli è il tempio di San-Pietro-in-Vincoli, sostenuto da maestose antiche colonne di marmo: nel deposito di Giulio II è la famosa statua del Mosè di Michelangelo, e in una cappella vedesi la s.ta Margherita del Guercino; v’hanno pur tomba i frtelli Pollajolo, celebri incisori in bronzo del XV secolo, e Clovio, famoso fra’ miniatori d’un’epoca alquanto posteriore: ufficiano la chiesa i Canonici regolari Lateranesi. Santa-Prassede, bella chiesa a tre navi, con 26 colonne di granito e 4 di porfido che sostengono il baldacchino: i gradini della scala che conduce alla tribuna, sono i più grandi pezzi che si conoscano di finissimo rosso antico: un grosso brano di colonna trasportatovi da Gerusalemme credesi santificato dalla flagellazione del Redentore, e nel pezzo scavato in mezzo si vuole che la santa Donna conservasse il sangue de’ cristiani eroi periti per la fede. San-Lorenzo-in-Lucina e Santi-Vincenzo-ed-Anastasio, servite ambedue dai Chierici Minori: superba la prima pel famoso Crocefisso di Guido, conserva la tomba di Niccolò Pussino, cui vedrassi presto costruito convenevole mausoleo, e nell’altra si serbano i precordi di tutti i pontefici da Sisto V in poi, tranne quelli di Pio VI ceduti alla città di Valenza. Abbiamo già parlato della chiesa di Santa-Maria-ad-Martyres, ch’è l’antico Panteon, modello compiuto di architettura antica, e dove si veggono i busti del Dante, del Petrarca, del Pussino, del Metastasio, ecc. Santo-Stefano-Rotondo, che rimpiazza un tempio elevato ad onore dell’imperatore Claudio, e che adornano 56 colonne antiche. Santa-Maria-del-Popolo, dove si trovano bei depositi del secolo XI. San-Pietro-in-Montorio, che contiene il famoso quadro della Trasfigurazione di Raffallo. Tra’ molti conventi di Roma, non segnaleremo che quello dei Certosini, presso la chiesa di S.-Maria-degli-Angeli, notabile pel suo gran porticato quadrato formato da cento colonne di travertino. – Roma possede al N.O., sulla destra del Tevere, un forte, chiamato Castello-Sant-Angelo, Moles Hadriana. Ad emulare la magnificenza, della quale avea dato saggio Ottaviano Augusto coll’erezione del grandioso mausoleo sulla sinistra sponda del Tevere alle imperiali tombe destinato, dalla opposta parte l’imperatore Publio Elio Adriano, verso il principio del II secolo, elevò un superbo monumento che fu chiamato Mausoleo di Adriano. (...)
Passando ai palazzi non può negarsi per sontuosità ed ampiezza il primo luogo ai ponteficii del Vaticano e del Quirinale, da che il lateranese, sebbene ricostruito da Sisto V dopo l’incendio, non è più dai sovrani abitato. Meglio collezione di nobilissimi edifizi che grandioso palagio dee chiamarsi il Vaticano. La regia scala principale conduce alla gran sala, ove trovansi le due grandi cappelle papali, la Sistina, così da Sisto IV denominata, che contiene il capolavoro della pittura a fresco, cioè il Giudizio di Michelangelo, e diversi altri soggetti che riempiono la vastissima volta; e la Paolina, così detta da Paolo III, anch’essa ornata di pitture, e con un bel tabernacolo di cristallo fregiato d’oro. Dal primo piano delle celebri logge di Raffaello si va all’appartamento Borgia, ove sono raccolte pitture ed antichi monumenti in copia, e si passa quindi al gran museo Vaticano, che dividesi in Pio, Clementino e Chiaramonti. Incominciasi a percorrere il Corridore delle lapidi, raccolta la più copiosa che immaginare si possa di vetuste iscrizioni in bell’ordine disposte dal dottissimo monsignor Marini; prossima è la Biblioteca Vaticana, copiosissima di manoscritti codici, papiri, medaglie, stampe, ed ornata dalle gesta di Sisto V dipintevi a fresco. Pio VII le donò i due superbi candelabri di Parigi della fabbrica di Sevres. Si passa quindi al Museo Chiaramonti, il primo corridore del quale segue quello delle iscrizioni, e verso la metà di entra in quello che dicesi Nuovo-Braccio, aperto nel 1822, e quindi al Museo Egizio ed Attico, che formano l’emiciclo di Belvedere. Viene poscia il Museo che si dice Pio-Clementino, per esserne stati i fondatori Clemente XIII e Clemente XIV, e Pio VI, quegli che lo fece salire all’odierno grido. Le sue parti consistono nel vestibolo Quadrato, nel vestibolo Rotondo, nella camera del Meleagro, nel portico che circonda il cortile di Belvedere, nella sala degli Animali, nella galleria delle Statue, nelle stanze dei Busti, nel Gabinetto, nella sala delle Muse, che ha il bel pavimento d’antico musaico, nella sala Rotonda, ov’è la conca di porfido del perimetro di palmi 62, ed il pavimento di vecchio mosaico trovato in Otricoli, nella sala a Croce-Greca, nella scala principale del Museo sorretta da 22 colonne granitiche, colla rotonda camera della Biga, donde si passa alla galleria delle Carte geografiche e di là alla camera degli Arrazzi fatti sui cartoni di Raffaello, ed alle quattro camere dallo stesso Raffaello dipinte interamente e che han nome dai soggetti in esse trattati, cioè la camera dell’Incendio di Borgo, quella della Disputa del ss. Sagramento, quella di Eliodoro e la sala di Costantino. Si ascende poi al secondo piano delle logge dette di Raffaello, perchè egli tutte ne diresse le pitture, e quindi al terzo abbellito anche dalle carte geografiche del domenicano Iganzio Danti, donde si ha l’accesso alla raccolta de’ quadri classici ritornati da Parigi, e disposti in sei grandi camere dal famoso Camuccini. Numerosi e tutti vastissimi sono gli appartamenti qua e colà situati, ed incantevole l’ampio giardino cui dà l’accesso un vestibolo corrispondente alla camera della Biga del Museo, e la prima partizione dicesi Giardino della Pigna, essendovi quella in bronzo che fu prima in vetta al Mausoleo di Adriano. La seconda è abbellita da un casino e dal trasportatovi piedestallo della colonna di Antonino Pio. - (...)
Anche il palazzo, detto della Cancelleria per dimorarvi il cardinale vice-cancelliere di Santa-Chiesa, e formante un solo edifizio colla chiesa di S.-Lorenzo-in-Damaso, esige speciale menzione fra le pubbliche ruoli, ed è intieramente di travertino e marmo, condotto con bel disegno del Bramante sul finire del secolo decimoquinto, ma con danno degli antichi monumenti, e specialmente del Colosseo, da’ quali furono presi i materiali. (...)
Chiamasi esso anche anfiteatro Flavio o di Vespasiano e giace tra i monti Palatino, Celio ed Esquilino: è un immenso edifizio ovale, fabbricato di massi di travertino, ed ancora tutto intiero all’esterno dalla parte di settentrione, ma rovinato verso il mezzodì; potea contenere 107.000 spettatori: il circuito esterno n’è di 1,641 piedi parigini e l’altezza di 157 piedi; l’arena su cui combattevano i gladiatori, misura 285 piedi di lunghezza con 182 di larghezza; i due ordini superiori sono formati da mezze colonne e pilastri corintii; l’ordine inferiore dorico, e quello che gli sta sopra jonico; l’imperatore Vespasiano incominciò questo anfiteatro al suo ritorno dalla Giudea, Tito lo terminò e ne fece la dedicazione l’anno 80 dopo G.C.; nel 526, i barbari che Totila conduceva, ne ruinarono diverse parti per impadronirsi del bronzo che ne tenea connesse le pietre; poi i ricchi Romani, per ben dieci secoli, ne fecero levar materiali per fabbricarsi le case. (...)ù – Gli eleganti fabbricati che compongono il moderno Campidoglio, danno a quel colle, la cui rinomanza suona ancora famosa da un capo del mondo all’altro, un aspetto di particolare vaghezza. (...) – La sola delle innumerevoli statue equestri di bronzo che adornavano la antica Roma, sorge nel mezzo alla piazza e ci rappresenta il filosofo imperatore Marco Aurelio, scorgendosene ancora la doratura. Di fronte sta il palazzo Senatorio, a cui conducono due rami di grandiosa scala ornati nel centro da bella fontana, ove fra le statue di due fiumi è quella di Minerva scavata già nel feudo senatorio di Cora. Un’elevata torre sovrasta alla fabbrica e serve di campanile con oriuolo. Salendovi sopra, l’occhio spazia d a un lato su tutti i vecchi ruderi, dall’altro su tutto l’odierno abitato di Roma. Altri due palazzi sorgono a fianchi, e nel destro si racchiude il famoso Museo Capitolino, che da Clemente XII ebbe cominciamento, e da’ successori accresciuto, si vide per le cure dell’immortale Consalvi condotto, sotto il pontificato di Pio VII, all’attual perfezione. Presentasi nel cortile d’ingresso la celebre statua colossale dell’Oceano, che il volgo conosce sotto il nome di Marforio perchè tratta e martis foro, e di altre scolture ed iscrizione ridonda il rimanente anche dell’atrio che dà ingresso a tre camere terrene, la prima delle quali dicesi del Canopo, che racchiude statue d’imitazione egizia; nella seconda è una pregiata collezione di 122 iscrizioni imperiali in pietra o terra cotta; la terza, oltre ad alcuni monumenti, ha una bella urna sepolcrale, coperta in tre lati di eccellenti bassi rilievi, e che credesi racchiudesse le ceneri di Alessandro Severo nel caso vitreo detto ora di Portland, serbato nel Museo britannico, e chiamasi perciò Camera dell’Urna. La scala è ornata dagli avanzi della antica pianta di Roma scavi nella via Sacra sul tempio di Remo. Ripiena è pure di statue la lunga galleria, ed alla destra di essa si entra nella camera, cui da il nome bellissimo vaso di marmo pentelico scavato presso la tomba di Cecilia Metella. Altro di bronzo ve ne ha di greca provenienza, e alcuni sarcofagi e busti, co’ singolari monumenti archeologici della tavola italica che rappresenta i fatti della trojana guerra, e delle colombe in musaico, rinvenute nella Villa Adriana. Due camere a manca si dicono l’una degli Imperatori, l’altra dei Filosofi, perchè i busti di essi rinserrano, e vengono di poi le tre sale zeppe di statue ammirande, fra le quali è da notare il Fauno di rosso antico nella seconda, e nella terza, ornata de’ pezzi più rari, il famoso Gladiatore Moribondo, che i più accurati critici stimano essere piuttosto un guerriero della Gallia, la Venere fuori del bagno, emula della Medicea, l’Antinoo e la testa di Marco Bruto. – L’altro palagio che riempe il sinistro fianco, chiamasi de’ Conservatori, e fra le molte scolture e i monumenti sparsi nel cortile, sono le prime ad ammirarsi nell’ingresso le statue di Giulio Cesare, ritratto al naturale, e di Augusto. (...)
A sì grandiosi pubblici edifizi fanno degna corona ad ogni tratto i principeschi palagi della romana nobiltà, che lungo sarebbe il solo enumerare. Non ponno però trasandarsi quelli dei Farnese, costruito con travertini presi per la maggior parte dal colosseo, decorato coi tre ordini dorico, jonico e corintio, l’uno all’altro sovrapposti, ed adorno con dodici colonne di granito egizio che ne sostengono il vestibolo: alla sua architettura ebbero parte il Sangallo, il Buonarroti, il Della-Porta, e l’interno, che può chiamarsi un compiuto museo, prova il genio e la magnificenza di Paolo III, dal quale gli odierni monarchi di Napoli lo ereditarono, mantenendovi indi la regia Ambasciata e aprendo quivi largo campo all’ingegnosa applicazione degli artisti pensionati del loro regno. Quello de’ Barberini, non meno magnifico che vasto, edificato da Urbano VIII, dove sono a notarsi i bei freschi della gran sala e la copiosa raccolta dei preziosi dipinti onde sono decorati gli appartamenti: sorgeva nell’annesso giardino l’Edicola sacra a Giove, Giunone e Minerva, la qual rinnovata poi nel tempio di Giove Capitolino, fece dare all’area di questa più antica il nome di vecchio Campidoglio. Quello de’ Chigi, costruito pei nipoti di Alessandro VII, è rimarchevole non solo perchè ne viene ornato un lato della piazza Colonna, ma altresì per le scolture, dipinti e disegni originali che conserva. Quello degli Sciarra di assai bella architettura ed arricchito da una delle più superbe e compiute romane gallerie. Quello dei Doria, composto di tre grandiosi edifizi insieme uniti ed innalzati dai principi Pamfili, dai quali i presenti signori gli ereditarono: l’interno ornato all’apparenza risponde, e fanno fede della patrizia splendidezza i preziosi oggetti dell’ampia e scelta galleria. Quello de’ Rospigliosi, eretto sopra gli avanzai delle Terme Costantiniane al Quirinale dal cardinale Scipione Borghese, e quindi ai Bentivoglio, ai Mazzarini, e infine agli odierni possessori passato per via di acquisto: oltre la collezione di superbi quadri, ha nella volta del salone inferiore la celebre Aurora, incomparabile capolavoro dell’immortale Guido Reni. Quello de’ Colonna, che Martino V ed i successivi principi della sua casa innalzarono sulla estrema falda del Quirinale, si fa distinguere e per la vastità e per la galleria e pel giardino. Quello dei Borghese, detto il Cembalo per la sua esteriore figura, che Paolo V portò all’attuale magnificenza: le 96 colonne granitiche che sostengono gli archi del vasto cortile, danno al medesimo un’idea di sublimità singolare, e la profusione dei dipinti fa meglio apparire la sontuosità degli appartamenti. Quello dei Braschi, che vedemmo sorgere a’ nostri dì emulo delle più ammirevoli fabbriche romane per la stupenda architettura e pegl’interni ornamenti, ha il particolar pregio della marmorea scala, cui adornano belle colonne e pilastri di rosso granito finissimo: l’antica statua di Menelao sostenente il corpo di Patroclo, la quale dal primo che immaginò di affiggervi scritti satirici si disse Pasquino e a questi diè il nome di Pasquinate, posa su di un angolo esteriore. Quello de’ Massimo, osservabile per l’elegante portico immaginatovi felicemente dal Peruzzi, da sei colonne sostenuto e che dà adito agli interni cortili; nè manca di pittorici ornamenti, oltre la statua di Dioscobolo, ed ha nel posteriore frontespizio, rivolto al circo Agonale, i famosi chiaroscuri di Daniele da Volterra. (...)
Le ville, i giardini, formano pure uno dei migliori ornamenti dell’odierna Roma e de’ prossimi dintorni. Principal vanto menano nell’interno della città: la villa-Medici, sul Pincio, che spetta oggi all’Accademia reale di Francia, ed ebbe il nome dal card. Alessandro de’ Medici, che fu poi Leone XI, il quale acquistata l’avea dal card. Ricci, statone il fondatore. Il suo circuito supera ½ lega, magnifico n’è il palagio, ed il superbo giardino termina di appagare quanti dalla prossima passeggiata pinciana vi rivolgono lo sguardo. La Villa-Ludovisi, che occupa una parte degli Orti Sallustiani, e ridonda ne’ suoi tre casini di pregevoli scolture e dipinti, fra’ quali è l’Aurora, famoso capolavoro del Guercino. (...)
Due basiliche si elevano al di fuori delle mura romane. Una è quella di s. Sebastiano, sulla via Appia, riedificata dal card. Scipione Borghese, di cui sostengono il portico colonne granitiche e 4 di verde-antico sorreggono l’ara massima. L’altra è quella di s. Lorenzo, nella via Collatina o Tiburtina, sull’area del Campo Verano. Di antico musaico in pietre dure è il pavimento della tribuna, e moltiplici colonne di pavonazetto, con 6 di porfido, due delle quali di color-verde, ne formano il peculiare ornamento, unitamente a due antichi pulpiti marmorei (Ambones) lateralmente situati e alla sotterranea confessione dove si venerano i corpi dei ss. Stefano e Lorenzo. (...)
Rispondono a queste chiese esteriori altrettanti antichi cimiteri, che, molto estendendosi sotterra, si dissero Catacombe, altro non essendo in origine che cave di pozzolana prescelte dai primitivi cristiani per celarsi alle persecuzioni ed ivi praticare i sagri riti e dar sepoltura agli estinti. Il maggior cimitero è quello di Callisto, al quale si ha l’accesso dalla cappella di San Sebastiano, ed estentesi per 2 leghe 215, venduto venerando per esservisi riposto il corpo di quel santo Martire, di molti pontefici e di più migliaia di cattolici atleti. Da una cappella sotterranea di s. Lorenzo si scende nel cimiterio della romana matrona s. Ciriaca. Da s. Agnese ha il nome l’altro cimiterio sottoposto al suo tempio, e da san Cleopodio quello antichissimo di san Pancrazio. – Il porto principale di Roma sul Tevere è quello di Ripagrande, vicino a Porta Portese, ed un faro, innalzatovi da Pio VII, lo addita a quelli che dal Mediterraneo rimontano il fiume. Memorando è quel sito perchè ivi s’indicano avvenute le meraviglie di Coclite, di Scevola e di Clelia. (...)
Nell’altro porto di Ripetta, non lungi dalla porta Flaminia, fondato da Clemente XI, si fa principalmente il commercio del carbone e di altri combustibili, non che di vino e d’olio che vi sbarcano gli Umbri ed i Sabini, e quivi pure è stabilita una dogana col suo Governatore. (...)
Fra i luoghi destinati ai pubblici spettacoli tengono il primo luogo i teatri. Per vastità si fa distinguere quello detto di Aribert, da chi lo costrusse, e serve principalmente alle danze popolari, trovandosi non lungi dalla piazza di Spagna. Quelli di Argentina e Tordinona vengono poi, e l’altro Valle, sebbene più piccolo e più gajo. L’area del mausoleo d’Augusto, del quale rovinò la cupola e perirono o furono rimossi gli ornamenti, serve ora di anfiteatro, con logge e gradinate posteriormente costruite, per le giostre del toro, giuochi di cavalli, esposizioni di fiere e trattenimenti pirotecnici, che nell’estiva stagione riescono assai sollazzevoli. Presso il palazzo Barberini è il luogo destinato al giuoco del pallone, al quale mostrano i Romani particolare affezione. (...)
La storia degli avvenimenti de’ quali fu Roma teatro è così generalmente nota, e sarebbe in pari tempo sì lunga, che non possiamo qui intraprenderne un riassunto. Ci contenteremo adunque di una semplice indicazione cronologica dei fatti più risaltanti e più colla geografia connessi, non senza soggiungere, che intorno alla romana storia molto fu abbattuto e molto tentato di edificare in confronto delle narrazioni più ricevute, dal Niebuhr, la cui opera merita di essere studiata.
752 prima di G.C. Fondazione della Città.
509. Formazione della repubblica.
388. Presa e distruzione di Roma per opera de’ Galli.
64 dopo G.C. Incendio di Nerone.
307. Roma è indarno assediata da galerio.
330. E’ abbandonata da Costantino che stabilisce a Bisanzio la sede dell’Impero.
364. Diventa la capitale dell’impero d’Occidente.
387. viene saccheggiata da Alarico re de’ Visigoti.
455. E’ presa da Genserico, re dei Vandali.
472. Ricimero, re dei Goti, la prende e la saccheggia.
476. Oloacre, re degli Eruli, se ne rende padrone; divenuta Ravenna la sede del poter imperiale in Italia.
527. Assedio di Vitige, re dei Goti.
536. Ingresso di Belisario, generale di Giustiniano.
546 e 549. Roma vien presa da Totila, re degli Ostrogoti.
533. La è da Narsete, generale di Giustiniano.
568. Istituzione del ducato di Roma, che stendevasi tra Ostia, Orte e la foce della Marta.
578. I Lombardi devastano il territorio.
593. La città è assediata da Agilulfo, che ne devasta i contorni.
755. Astolfo, re de’ Lombardi, leva, all’avanzarsi di Pepino, re di Francia, l’assedio. Principio del potere temporale dei Papi.
800. Carlomagno incoronato imperatore.
846. Sacco del Vaticano per parte dei Saraceni.
1081. Assedio inutile dell’imperatore Enrico IV.
1084. Presa di Roma per parte di detto imperatore, che assedia nel castello Sant’Angelo il papa Gregorio VII, liberato da Roberto, duca di Puglia.
1036. Passaggio d’un corpo d’esercito condotto da Ugo di Francia e destinato alla prima crociata.
1305. Clemente V trasferisce la sede pontificale ad Avignone.
1375. Gregorio XI, la riporta a Roma.
1494. Ingresso di Carlo VIII, re di Francia.
1527. Sacco di Roma per mano delle truppe del contestabile di Borbone, generale di Carlo Quinto.
1703. Tremuoto; il grande traripamento del Tevere.
1798. Roma occupata dai Francesi.
1809 e 1810. Viene incorporata all’impero francese, di cui è dichiarata la seconda città; diventa capoluogo del dipartimento del suo nome; il papa Pio VII condotto in Francia il figlio primogenito di Napoleone riceve il titolo di re di Roma.
1831. Molti insurrezionali prontamente repressi.
Fontane delle vie
Fontana del Babuino
Via del Babuino Fontana del Babuino Fu il pontefice Pio IV Medici (1558-1565) a instaurare la consuetudine delle fontane dette "semipubbliche": quando il pontefice concedeva acqua a un privato costui si impegnava a costruire, a proprie spese, una fontana pubblica a ridosso della sua proprietà. Il nome di via del Babuino venne attribuito alla via Paulina alla fine del Cinquecento quando un ricco commerciante ferrarese, Patrizio Grandi, ottenuta l'acqua per la sua abitazione e i suoi orti, costruì per la popolazione della zona una pubblica fontana. La statua del Satiro sovrastante la vasca termale romana rettangolare di granito grigio, donata dal Grandi, non piacque per nulla al popolo che vi riconobbe le fattezze di "un babuino": così dal 1581 l'antica strada Paulina mutò nome divenendo via del Babuino. Il Babuino è una delle famose "statue parlanti" di Roma.
Fontana della Botte di via della Cisterna
Via della Cisterna Fontana della Botte Nel rione di Trastevere, all'angolo tra via della Cisterna e via San Francesco a Ripa è stata realizzata, nel 1927, la fontana della Botte, opera dell'architetto Pietro Lombardi ideata per evidenziare la tradizionale presenza in questa zona di osterie e mescite.
La botte, posta in verticale su un basamento, è il tipico "caratello" (usato in passato per trasportare il vino dei castelli romani), da un foro che essa ha al centro esce l'acqua che viene raccolta in un mezzo tino sottostante. Ai lati della botte trovano posto due misure di vino, del tipo ancora in uso nelle osterie romane, da cui pure sgorga acqua che si raccoglie a terra in apposite conche.
Fontana del Prigione
Via Goffredo Mameli Fontana del Prigione La villa Montalto, possedimento di Sisto V Peretti (1585-1590) sito sul colle dell'Esquilino era la più estesa proprietà privata presente entro le mura cittadine, ma a fine Ottocento, precisamente nel 1877, l'intera area venne lottizzata per realizzare la stazione Termini, piazza dei Cinquecento e altri quartieri moderni.
L'unica fontana sopravvissuta alla distruzione della villa, opera anch'essa di Domenico Fontana è stata ricostruita nel 1938 sulle pendici del Gianicolo a fare da sfondo a via Manara.
La fontana presenta oggi una grande nicchia (delimitata da due lesene e sovrastata da un frontaone riccamente decorato) al centro della quale l'acqua sgorga da una testa leonina per raccogliersi a terra in un bacino protetto da sei colonnine. La statua del prigioniero che ha dato nome a questa fontana nel tempo è andata perduta.
Fontana della Palla di Cannone
Viale della Trinità dei Monti Fontana della Palla di Cannone The Cannonball Fountain in viale della Trinità dei Monti.
Semplice ma decisamente elegante per la perfezione delle sue proporzioni è la piccola fontana posta al limitare del piazzale che si apre davanti alla maestosa villa Medici.
Voluta dal cardinale Ferdinando Medici nel 1589 e realizzata da Annibale Lippi la fontana entra nella leggenda in quanto si narra che la sfera di marmo bianco posta al centro della coppa circolare di granito, da cui si alza lo zampillo d'acqua fu sparata contro la porta di villa Medici da Cristina, regina di Svezia. Costei, giunta a Roma nel 1655 per una visita e rimastaci per 34 anni, cioè per tutto il resto della sua vita, fu donna molto colta e di temperamento audace.
La fontana, formata con antichi reperti, presenta una vasca ottagonale al centro della quale un robusto pilastro sorregge la bella conca circolare dai bordi arrotondati al centro della quale è appunto la "palla di cannone".
Fontana del Facchino du via Lata
Una delle più note "statue parlanti" (suo interlocutore il famoso e mordace Pasquino) detta il Facchino rappresenta un acquaiolo con il caratteristico costume. Secondo altri, invece sarebbe dedicata ai portatori di vino e riprodurrebbe le fattezze di un certo Abbondio Rizzio, celebre per la sua forza e la capacità di bere grandi quantità del vino trasportato. L'opera di origine incerta fu attribuita a Jacopo Del Conte che l'avrebbe realizzata tra il 1587 ed il 1598.
via margutta — Fontana degli Artisti di via Margutta
Su progetto dell'architetto Pietro Lombardi fu realizzata nel 1927 e rappresenta un insieme dei simboli degli artisti. Da una originale base triangolare si alzano due cavalletti da pittore sulle cui mensole poggiano i due mascheroni, uno triste l'altro allegro, a sottolineare le alterne fortune della categoria.
via margutta — Fontana del Cortile di via Margutta
L'anfora di terracotta inclinata, versa acqua in una vasca quadrata di marmo bianco di epoca romana.
Fontana dei libri di via Straderari
La Fontanella dei Libri fu eseguita nel 1927 in travertino su progetto di Pietro Lombardi per il rione di S. Eustacchio, ed è per questo che il simbolo rionale della testa di un cervo compare nella nicchia contornato da quattro libri antichi a ricordare forse la vicina Università della Sapienza. All'interno della vasca, la scritta con il nome del rione riporta un errato riferimento numerico: IV invece di VIII.
Fontanella delle Api di via Vittorio Veneto
Subito dopo l'esecuzione della fontana del tritone, al Bernini venne affidata nel 1644 la realizzazione di una fontanella per abbeverare i cavalli, com'era consuetudine costruire accanto alle fontane monumentali. L'opera, geniale saggio del barocco romano, fu nel 1867 smontata e portata in uno dei depositi comunali al Testaccio. Nel gennaio del 1916, su pressione di studiosi, venne ricomposta con i pochi pezzi originali ritrovati e con una esecuzione poco fedele (basta controllare il disegno dell'olandese Lievin Cruyl del 1665).
Fontana delle Vittorie Alate a Villa Borghese
Costituita da un sarcofago di epoca romana sul quale vengono rappresentate, tra festoni di frutta e maschere, delle Vittorie alate, e da due delfini posti ai lati di un mascherone che versa l'acqua nella vasca sottostante. Il mascherone (del Della Porta) è uno dei quattro della fontana della piazza della Rotonda trasferito qui alla fine dell'ottocento. Gli altri tre sono probabilmente depositati in qualche magazzino comunale.
Fontane delle piazze
Acea, Fontana dell'Acea
Piazzale Ostiense Fontana dell'Acea Davanti alla sede dell'Acea (Azienda comunale energia e ambiente), si può ammirare, inserita in un ampio spazio verde, una moderna fontana, realizzata nel 1962 su disegni degli architetti Ugo Macrì, Giorgio Quaroni e Americo Romitelli risultati vincitori del concorso appositamente indetto. Sopra un grande bacino oblungo si innalzano strutture verticali, decorate con bassorilievi, dalla cui sommità sgorga l'acqua che ricade a cascata. La fontana acquista particolare rilievo nelle ore notturne quando è sapientemente illuminata.
Fontana dell'Acqua Acetosa
Piazzale dell'Acqua Acetosa Fontana dell'Acqua Acetosa All'inizio del Seicento (1613) papa Paolo V Borghese (1605-1621) fece costruire una semplice fontana in aperta campagna, lungo la riva destra del Tevere, presso Tor di Quinto nel luogo in cui scaturiva una sorgente di acqua acidulo-ferruginosa ritenuta "salutare per reni, stomaco, fegato, milza, e mille altri mali". Fu però il papa "urbanista" Alessandro VII Chigi (1655-1667) a far progettare ed erigere la bella fontana ninfeo dalle linee avvolgenti giunta fino a noi. Il progetto di quest'opera deliziosa, degna del più bel parco privato, fu lungamente attribuito al Bernini, pare invece sia opera di un pittore: Andrea Sacchi, che si giovò per i disegni della collaborazione dell'architetto Marcantonio de Rossi. Dopo che la fonte dell'Acqua Acetosa risultò inquinata (alla fine degli anni Cinquanta) la fontana restò a lungo abbandonata; oggi finalmente la pregevole ed elegante fontana barocca è stata restaurata, ma non versa più Acqua Acetosa, bensì normale acqua potabile.
Fontana di Piazza Sant'Andrea della Valle
Piazza Sant'Andrea della Valle Fontana della Piazza Voluta da papa Paolo V Borghese (1605-1621) per la piazza della chiesa di Santa Maria in Traspontina, la fontana realizzata su progetto dell'architetto Carlo Maderno riprende motivi classici: è costituita da un'elegante vasca mistilinea, appoggiata su un basamento che ne riprende la forma. Al centro della vasca, sorretto da un basamento decorato con draghi e aquile (simbolo dei Borghese) è un catino circolare, oggi in cemento, che riproduce l'originale in marmo purtroppo perduto. Un getto d'acqua, si innalza sul catino per ricadere nella vasca sottostante ove, dal pelo dell'acqua, si innalzano quattro getti d'acqua.
Fontana di Piazza Aracoeli
Verso la fine del Cinquecento, nel 1589, durante il pontificato di Sisto V Peretti (1585-1590), Giacomo della Porta realizzò l'armoniosa fontana di piazza d'Aracoeli, sulla sommità della quale quattro putti, volgendosi le spalle, versano acqua da altrettante anfore che reggono in mano. Nel corso di un restauro ottocentesco alla fontana, sita ai piedi del Campidoglio, il grande bacino originario di forma ovaleggiante è stato sostituito con l'attuale bacino circolare; allora vennero rimossi anche i due gradini modellati secondo le linee della vasca sovrastante voluti dal progettista non per chi intendesse attingere l'acqua, ma come piedistallo per la fontana che appariva emergere dalle acque dell'ampio bacino ovaleggiante.
Fontana dei Tritoni
Piazza della Bocca della Verità Fontana dei Tritoni E' detta anche "dei tritoni" questa fontana settecentesca, costruita nel 1717 su disegno dell'architetto Carlo Bizzaccheri, che ideò la vasca a forma di stella in onore del pontefice Clemente XI Albani (1700-1721) nel cui stemma, sopra un simbolo che indica tre monti, si vede appunto una stella a otto punte. Al centro della vasca, sopra alcuni scogli due tritoni, posti di spalle e con le code intrecciate, sostengono un catino a forma di conchiglia che porta impressi gli stemmi papali. La fontana che si trova in un contesto suggestivo è purtroppo sempre stata afflitta da scarsità d'acqua. Clemente XI va ricordato come un pontefice che fece molto per l'urbanistica romana.
Piazza del Campidoglio — Fontana della Dea Roma
Fontana della Dea Roma La fontana del Campidoglio detta anche "della scala Senatoria" e "della Pallade rapita" venne ideata da Michelangelo negli anni attorno al 1536 non come fontana (l'acqua giunse in Campidoglio una cinquantina d'anni più tardi), ma come superbo ornamento della piazza. Nella nicchia al centro della scalinata Michelangelo previde l'inserimento di una colossale statua di Minerva (oggi nel cortile del museo Capitolino) che venne posizionata nel 1583, ma restò in loco solo per un decennio, poi fu sostituita con l'attuale statua, di più modeste dimensioni, della dea Roma triumphans. La statua della dea Roma, innalzata su ben tre basamenti, ha volto e estremità in marmo bianco, mentre il panneggio è in porfido. Ai lati della grande nicchia, nelle specchiature dello scalone Michelangelo inserì due enormi statue raffiguranti il fiume Nilo e il Tigri che in origine ornavano le terme di Costantino, sul colle del Quirinale. I Romani vollero trasformare il Tigri in Tevere e dunque mutarono la tigre in lupa e le misero accanto Romolo e Remo. Per adattare a fontana l'intero complesso della scala Senatoria, idea a cui l'architetto Giacomo della Porta si opponeva con vigore, venne bandito (caso unico per le tante fontane romane del Cinquecento) un concorso che fu vinto, tra mille polemiche, nel gennaio 1588 da Matteo Bartolani di Città di Castello.
Piazza del Campidoglio — Fontana dei Leoni
Fontana dei Leoni Alla base della scalinata che conduce alla piazza del Campidoglio nel 1562 vennero posti, su basamenti disegnati dal della Porta, due leoni egizi in basalto nero di Numidia che precedentemente ornavano l'ingresso della chiesa di Santo Stefano del Cacco. Nel 1587, quando l'Acqua Felice venne portata sul colle capitolino, rimasto privo di acqua corrente dopo la interruzione dell'acquedotto Marcio, i due leoni vennero modificati e adattati a fontane: nel 1588 lo scalpellino Francesco Scardua, su disegno di Camillo Rusconi, eseguì due conche per la raccolta dell'acqua gettata dalle cannelle inserite nelle bocche dei leoni. In almeno due occasioni, per l'elezione di papa Innocenzo X Pamphili (1644-1655) e di papa Clemente X Altieri (1670-1676) dalle cannelle di queste fontane anziché acqua venne fatto sgorgare vino bianco e vino rosso.
Fontana detta la "Terrina"
Piazza della Chiesa Nuova Fontana detta la "Terrina" Per volere di papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585), attorno al 1581 l'architetto Giacomo della Porta progettò una fontana per Campo de'Fiori, che, sita in centro alla popolare piazza (sotto al livello stradale, a causa della scarsa pressione dell'Acqua Vergine), venne rimossa a fine Ottocento quando fu eretto il monumento a Giordano Bruno. La grande conca ovale di marmo bianco, ornata da quattro delfini di bronzo (in seguito rimossi e andati perduti), inserita in una grande vasca, cui si accedeva scendendo due rampe di quattro gradini, venne chiusa nel 1622 da papa Gregorio XV Ludovisi (1621-1623) con un coperchio di travertino. In seguito alla copertura decretata per motivi igienici (l'immondizia lordava perennemente l'acqua in quanto la piazza da sempre è sede di mercato) i romani chiamarono questa fontana "la Terrina": cioè la zuppiera. Nel 1924, dopo essere rimasta per oltre un trentennio in deposito nei magazzini comunali, questa fontana fu ricostruita in piazza della Chiesa Nuova.
Fontana Piazza delle Cinque Scole
Piazza delle Cinque Scole Fontana della Piazza E' considerata una delle più felici ideazioni dell'architetto Giacomo della Porta questa fontana, detta anche di piazza Giudia (o Giudea) perché proveniente dalla piazza dell'antico ghetto, demolito nel 1888. Lo scalpellino fu Pietro Gucci. Sopra un basamento costituito da due gradini trova posto una vasca in marmo bianco di forma allungata, a pianta mistilinea, al centro della quale un balaustro sorregge un catino circolare con zampillo centrale, dal quale l'acqua viene versata nella vasca sottostante attraverso quattro maschere, ispirate alle Gorgoni, dunque con serpenti tra i capelli, gettano acqua dalle bocche spalancate.
Fontana delle Anfore
Piazza dell'Emporio Fontana delle Anfore Negli anni Venti l'architetto Pietro Lombardi vinse un concorso indetto dal Comune di Roma per la progettazione di alcune fontane rionali. La sua opera più maestosa è la fontana delle Anfore pensata per il rione Testaccio ove, nel corso dei secoli, con le anfore rotte proveneienti dal vicino porto fluviale di Ripa Grande è stato eretto un piccolo colle. La fontana di Lombardi, realizzata in travertino, ha pianta circolare ed è divisa in quattro raggi da altrettante rampe di scale; in ogni raggio, scavato a vasca, si versa acqua da un'anfora, mentre volute e pilastrini collegano le scale al sovrastante massiccio gruppo centrale di anfore.
Fontana dell'Acqua Paola
La maestosa fontana-mostra dell'acqua Paola, nota anche come "fontanone del Gianicolo", fu voluta da papa Paolo V Borghese (1605-1621), progettata da Giovanni Fontana e Flaminio Ponzio e completata da Carlo Fontana con l'enorme bacino in marmo bianco. La monumentale fontana mostra tre ampie nicchie (affiancate da due nicchie minori) da ognuna della quali sgorga molta acqua proveniente dal lago di Bracciano. Nella grande iscrizione posta al di sopra delle nicchie vi è un'inesattezza: è detto che vennero restaurati i condotti della fonte alsietina, invece di quella Traiana. Lo stemma pontificio come le figure che lo affiancano è accurata opera di Ippolito Buzio; fu solo nel 1690 che papa Alessandro VIII Ottoboni (1689-91) su progetto di Carlo Fontana fece sostituire le cinque conche poste alla base delle bocche d'acqua con il grande magnifico bacino, aprire verso il retrostante orto botanico il vano dell'arcata centrale e costruire il piazzale da cui si ammira un mirabile panorama sulla capitale.
Fontana delle Rane
Piazza Mincio Fontana delle Rane
Tra le fontane più recenti, ma non per questo meno interessanti, è da conoscere la fontana delle rane, realizzata in piazza Mincio nel 1924 su disegno dell'architetto Gino Coppedè. Su un basso bacino circolare, appena più alto del piano stradale, quattro coppie di figure sorreggono ciascuna una conchiglia che ospita una rana che versa acqua nella conchiglia stessa. Al centro del bacino, tra le quattro conchiglie si innalza una conca pure circolare, sul bordo della quale trovano ordinatamente posto altre otto rane in atto si spiccare un salto verso lo zampillo centrale.
Fontana di Piazza Nicosia
Piazza Nicosia Fontana della Piazza La prima fontana pubblica della Roma moderna, venne costruita (prima delle diciotto volute dopo la riattivazione dell'acquedotto Vergine) nel 1572 in piazza del Popolo su disegno dell'architetto Giacomo della Porta, ma non ebbe vita facile: spostata più volte e rimossa nel 1823, quando il Valadier riprogettando la piazza pose quattro fontane ai piedi dell'obelisco, rimase anche nei magazzini comunali. A metà Novecento la fontana è stata ricostruita in piazza Nicosia, ma di originale conserva solo il grande catino marmoreo ottogonale, mentre balaustro e catino superiore sono recenti. I quattro tritoni accosciati che ornano la fontana del Moro, di piazza Navona, furono in origine scolpiti per questa fontana, ma essendo risultati sproporzionati rispetto alle dimensioni di vasca e catino furono felicemente ricollocati nella attuale posizione.
Fontana delle Tartarughe
Piazza Mattei Fontana delle Tartarughe La splendida fontana detta "delle Tartarughe" è una creazione magica di Giacomo della Porta che fonde mirabilmente acqua, architettura e scultura; essa risulta inoltre felicemente inserita in un angolo di Roma rimasto piuttosto simile al momento della sua costruzione. Nel 1570 una fontana doveva trovar posto nel vicino ghetto, in piazza Giudia, ma l'intervento della potente famiglia Mattei fece sì che essa venisse costruita qui (1581), mentre il ghetto ebbe la sua fontana, solo nel 1591 (vedi fontana di piazza delle Cinque Scole). Al centro di una ampia vasca quadrangolare, su un alto basamento quadrato, dai lati concavi, trovano posto quattro grandi conchiglie di marmo al di sopra delle quali quattro efebi di bronzo immobilizzano, ponendo loro un piede sulla testa, altrettanti bronzei delfini. Gli efebi, tutti nella stessa postura, alzano un braccio verso la sovrastante conca di marmo. Nel progetto originario altri quattro delfini di bronzo (forse gli stessi che decorarono in un primo tempo la fontana di Campo de' Fiori) dovevano trovarsi ove oggi stanno le tartarughe, che vennero inserite a metà Seicento, in seguito a un primo restauro.
Fontanella della Pigna di Piazza San Marco
Piazza San Marco Fontanella della Pigna Progettata nel 1927 dall'architetto Pietro Lombardi per il rione Pigna, che anticamente prese nome da una colossale pigna ora custodita in Vaticano, questa fontanella è caratterizzata da una pigna sorretta da un basamento stilizzato; l'acqua si raccoglie a terra in piccole vasche protette da quattro colonnine.
Piazza San Bernardo
Piazza San Bernardo Fontana del Mosè Questa fontana-mostra dell'acqua Felice (acqua così chiamata in onore di papa Sisto V, al secolo Felice Peretti, che ripristinò l'acquedotto dell'acqua Alessandrina) è opera del 1587 dei fratelli Giovanni e Domenico Fontana. Costruita in travertino essa presenta tre grandi nicchie scandite da quattro colonne ioniche poste in simmetria con quattro leoni egizi, due di marmo bianco e due di marmo scuro.
Al momento dell'inaugurazione, nel giugno del 1587, la massiccia statua del Mosè, alta oltre quattro metri, non era ancora stata posta nella nicchia centrale della fontana. Nelle nicchie laterali trovano posto le statue raffiguarnti Aronne e Gedeone.
Nel frontespizio è presente lo stemma papale, mentre a protezione della vasche è una imponente balaustra proveniente, come dimostra l'iscrizione presente su di essa da un edificio eretto da Pio IV.
Piazza Santa Maria in Trastevere
Piazza Santa Maria in Trastevere Fontana della Piazza Secondo la tradizione questa sarebbe la più antica tra le fontane monumentali di Roma, compare infatti in una pianta della città del 1471 dovuta a Pietro del Massaio. La chiesa di Santa Maria in Trastevere fu detta anticamente Sancta Maria in fontibus e dunque si può pensare che la fontana del 1471 in cui al centro di una vasca poligonale posta su un basamento si ergono su balaustri due catini sovrapposti fosse il rifacimento di una ben più antica. A un restauro effettuato a fine Quattrocento dal cardinale Lopez (lupus) si deve l'epigramma in distici inciso sulla lapide apposta a un angolo della fontana.
La vita di questa fontana, l'unica situata in un quartiere povero, fu contrassegnata dalla mancanza di una continua e ricca offerta d'acqua. Fu Alessandro VII Chigi (1655-1667) che finalmente le fornì 36 once d'acqua (invece di 5) e la fece spostare al centro della piazza; i lavori furoni affidati al Bernini (1659): la parte superiore del monumento non fu modificata, mentre quella inferiore, cioè la vasca ottagonale, fu innalzata su alcuni gradini, vennero aggiunte le quattro doppie conchiglie (allora rivolte verso l'esterno), gli stemmi del Chigi e iscrizioni a ricordo del restauro. Ma già una trentina di anni più tardi (1692) il pontefice Innocenzo XII dovette procedere una lavori straordinari di ripulitura nel corso dei quali venne probabilmente ampliata la capacità della vasca e le doppie conchiglie furono rivolte verso la vasca quasi a proteggerla. Infine, nel 1873, il Comune di Roma ricostruì totalmente la fontana in marmo bardiglio anziché in travertino, ma sull'esatto modello del 1692.
Piazza Trilussa
Piazza Trilussa Fontana della Piazza Il fontanone di ponte Sisto (fontana-mostra dell'acqua Paola) realizzato in travertino da Giovanni Vasanzio (il fiammingo Van Zanten) nel 1613, per volere di Paolo V Borghese (1605-1621), e originariamente collocato in fondo all'elegante via Giulia, a ridosso dell'Ospizio dei Mendicanti, è oggi in piazza Trilussa, come edificio a sé posto in asse con il ponte Sisto.
Due colonne ioniche poste ai lati di un'ampia nicchia dalla volta a botte sorreggono un'architrave al di sopra della quale è posta un'epigrafe commemorativa. Lo stemma dei Borghese sovrasta il tutto. Da una apertura tagliata nella parte alata della nicchia sgorga abbondante acqua che ricade in una prima conca da cui precipita con fragore nella vasca posta a livello della strada. Anche due draghi scolpiti nei basamenti delle colonne gettano acqua nella vasca come fanno due teste leonine. Sei colonnine di granito rosso collegate mediante una struttura in ferro proteggono la fontana che, spostata nel 1879 quando venne deciso di allargare il letto del Tevere e realizzare il lungotevere di sinistra, venne ricostruita a fine Ottocento. Allora venne sopraelevata di una qundicina di gradini sul livello stradale per renderla più visibile dal ponte Sisto.
Fontana di Piazza Quiriti
Quiriti Fontana della Piazza Nel 1927 nel quartiere Prati veniva realizzata, su progetto dello scultore Attilio Selva, una fontana ispirata nella forma a quelle seicentesche, i cui nudi femminili suscitarono allora scalpore. Al centro di un grande bacino circolare si innalza un catino dai cui bordi cui scende un velo d'acqua; quattro figure femminili volgendosi le spalle stanno al centro del catino e sorreggono con la testa e le braccia un più piccolo catino quadrilobato al centro del quale da una grande pigna si innalza uno zampillo.
Fontana dei Dioscuri in Piazza del Quirinale
Piazza del Quirinale Fontana dei Dioscuri La fontana di piazza del Quirinale è detta dei Dioscuri perché due gigantesche statue dei Dioscuri con i cavalli si trovano qui sin dal 1588 quando Domenico Fontana per volere di papa Sisto V Peretti (1585-1590) progettò la sua unica fontana pubblica ponendo davanti alle statue una vasca ottagonale al centro della quale su un balaustro sorreggeva un catino.
Fu papa Pio VI Braschi (1755-1799) a far trasportare in piazza del Quirinale l'obelisco rinvenuto al Campo Marzio: il trasporto fu opera complessa, portata a termine nel 1786. L'attuale fontana di piazza del Quirinale risale però al 1818 quando Pio VII Chiaramonti (1800-1823) fece sostituire la precedente fontana, di cui si è persa traccia, con la splendida conca di granito sorretta da un balaustro e innalzantesi su un grande bacino circolare.
Fontana del Tritone in Piazza Barberini
Ritenuta una delle fontane più belle di Roma fu realizzata in travertino da Gian Lorenzo Bernini nel 1643. Fra le code dei delfini che sorreggono la conchiglia sulla quale si accovaccia il tritone, il Bernini ha posizionato due stemmi dei Barberini. Il tritone che soffia con impeto in una conchiglia fa uscire il getto d'acqua che, ricadendo nelle valve e poi dalle scannellature di queste nella vasca sottostante, crea una coreografia di grande effetto. Restaurata nel 1932 e nel 1990.
Fontana di Piazza Campitelli
L'elegante piccola fontana di piazza Campitelli fu ideata dal valente architetto Giacomo della Porta nel 1589 (e realizzata dallo scalpellino Pompilio de Benedetti). In origine la fontana era situata al centro della piazza, ma nel 1679 in seguito all'ampiamento della chiesa di santa Maria in Campitelli venne spostata nella posizione attuale. Il monumento, di travertino, è formato da un basamento ottagonale i cui lati rettilinei (più lunghi) sono alternati ad altri concavi, su cui si innalza una vasca pure ottagonale, decorata con gli stemmi della quattro famiglie preminenti nella zona (Albertoni, Capizucchi, Muti e Ricci che si accollarono l'onere dei lavori) e da due mascheroni che versano acqua. Sopra la vasca, sorretto da un balaustro di marmo a forma di calice, trova posto un catino circolare al centro del quale si innalza un getto d'acqua.
Fontana di Piazza Colonna
Il papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585) incaricò Giacomo Della Porta di realizzare il progetto e l'elegante fontana, su esecuzione dello scultore fiesolano Rocco De Rossi, nel 1577 venne collocata nel posto che ancor oggi occupa. Durante il restauro del 1830 vennero aggiunti i due gruppi di delfini con le code intrecciate, opera dello scultore Alessandro Stocchi. In quella occasione venne sostituito in catino superiore consunto, con uno più piccolo e modesto che con uno zampillo centrale fa scendere nella vasca sottostante un elegante velo d'acqua.
Piazza del Popolo — Fontana dell'Obelisco
La prima fontana costruita da Giacomo Della Porta su commissione del papa Gregorio XIII Boncompagni fu giudicata, anche se bella, non adeguata alla dimensione della piazza da Leone XII Della Genga che incaricò per il rifacimento Giuseppe Valadier, caposcuola del classicismo romano. Questi collocò attorno all'obelisco quattro leoni di stile egizio in marmo bianco che versano acqua a ventaglio in altrettante vasche rotonde di travertino appoggiate su una base quadrata di cinque scalini. Il Valadier progettò inoltre altre due fontane per completare gli emicicli laterali.
Piazza del Popolo — Fontana della Dea Roma
E' la fontana collocata nell'emiciclo destro, verso il Pincio, disegnata dal Valadier nel 1823 ed il gruppo scultoreo in marmo, che fu eseguito da Giovanni Ceccarini, rappresenta la Dea Roma armata di lancia e con l'elmo, con ai lati le statue giacenti del Tevere e dell'Aniente e della lupa che allatta i due gemelli. La vasca di travertino a forma di ampia conchiglia raccoglie l'acqua proveniente da una piccola tazza collocata alla base del monumento.
Piazza del Popolo — Fontana del Nettuno
Nell'emiciclo sinistro il Valadier contrappose una fontana con un gruppo monumentale, sempre scolpito dal Ceccarini, raffigurante un Nettuno con il tridente sopra due delfini guidati da due tritoni. L'acqua sgorga e viene raccolta similmente all'altra fontana.
Fontana delle Naiadi in Piazza della Repubblica
E' la più bella tra le fontane moderne di Roma. Costruita nel 1888 su progetto di Alessandro Guerrieri che attorno alla grande vasca circolare pose quattro leoni di gesso. Questi vennero poi sostituiti nel 1901 dai quattro gruppi di bronzo dello scultore Mario Rutelli che rappresentano la Ninfa dei laghi con il cigno, la Ninfa dei Fiumi, su un mostro fluviale, la Ninfa degli oceani, detta "Oceanina", su un cavallo selvaggio simbolo dei marosi, la Ninfa delle acque sotterranee, sdraiata sul dorso del drago. Al centro il gruppo del "Glauco", scolpito dallo stesso Rutelli ed aggiunto nell'anno 1912, sostituì uno precedente, che rappresentava il dominio dell'uomo sulle forze della natura e fu portato nei giardini di piazza Vittorio Emanuele, perché non piacque ai committenti.
Fontana del Pantheon in Piazza della Rotonda
Nel 1575, Giacomo Della Porta su incarico del Papa Gregorio XIII Boncompagni, progettò con un elegante disegno una fontana da collocare nel centro della piazza. Leonardo Sormani realizzò l'opera composta da una conca mistilinea alzata da tre gradini di travertino ed arricchita da quattro gruppi di delfini e di maschere con al centro una tazza con acqua zampillante. Nel 1711 su ordine del papa Clemente XI Albani, l'architetto Filippo Barigoni sostituì il catino con una scogliera, sulla quale fu posto l'obelisco di Ramesse II alto sei metri e ornato alla base da quattro delfini eseguiti dallo scultore Vincenzo Felici. Nel restauro del 1804 le quattro maschere del cinquecento vennero sostituite da copie eseguite da Luigi Amici.
La Barcaccia in Piazza di Spagna
Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo, progettò la caratteristica fontana su commissione del papa Urbano VIII Barberini. La tradizione recita che per il progetto il Bernini si ispirò ad una vecchia barca arenata dalla piena del Tevere nel 1598. L'opera fu costruita al livello del suolo per compensare la poca pressione dell'acquedotto dell'Acqua Vergine che in quel punto era molto bassa. Ornata all'interno da due "bocche di sole" barberiniane che immettono acqua a ventaglio. All'esterno due stemmi di Urbano VIII. Un filo d'ironia si può annotare, sapendo che quel tipo d'imbarcazione era adibita soprattutto al trasporto del vino.
Fontana di Trevi
Imponente ed artisticamente notevole è la più scenografica fontana non solo di Roma. Quando nei primi anni del 1730 il papa Clemente XII decise di sostituire la bella fontana disegnata da Leon Battista Alberti del 1453 con una di imponente maestosità, invitò i migliori artisti dell'epoca a presentare i loro progetti. Fu scelto quello di Nicola Salvi, ed i lavori ebbero inizio nel 1735 e si conclusero sotto il pontificato di Clemente VIII Rezzonico; la fontana fu inaugurata il 22 maggio 1761. Essa copre tutto un lato del palazzo Poli ed è larga venti metri ed alta ventisei. In alto lo stemma di Clemente XII scolpito da Paolo Benaglia, nella balaustra le quattro statue simboleggiano le quattro stagioni e sono opera degli scultori Corsini, Ludovisi, Pincellotti e Queirolo. Nel centro, sopra un carro a conchiglia trainato da due cavalli marini guidati da due tritoni, si erge maestosa la statua che rappresenta l'Oceano. Tutto il gruppo fu scolpito nel marmo da Pietro Bracci, di lato alle nicchie si trovano "la Salubrità" a destra e "l'Abbondanza" a sinistra e sono opera di Filippo Valle. Sopra le due sculture i bassorilievi opera di Giovan Battista Grossi e di Andrea Bergondi, ricordano la leggenda di Agrippa che approva il progetto dell'acquedotto e quello della vergine che indica le sorgenti ai soldati assetati. La grande vasca costruita a livello stradale simboleggia il mare ed è qui che i turisti gettano la monetina per augurare un piacevole ritorno nella città eterna. La leggenda dice che per impedire la vista dei lavori ad un barbiere eccessivamente critico, l'architetto Salvi fece posizionare un grande e pesantissimo vaso di travertino, ad ironica imitazione del recipiente per sapone, proprio di fronte al negozio dello stesso. Sul lato sinistro esterno si può vedere "La fontanina degli Innamorati", una semplice vaschetta rettangolare che riceve acqua da una cannetta. Si dice che gli innamorati che qui bevono non tradiranno mai.
Fontane di Piazza San Pietro
Gian Lorenzo Bernini su incarico di Alessandro VII Chigi costruì il famoso colonnato della piazza, spostò la fontana esistente del Maderno, costruita in posizione asimmetrica rispetto sia alla facciata della basilica che dell'obelisco, e per fare pendant ne costruì una seconda che fu inaugurata nel giugno 1677. La più antica reca sui lati maggiori lo stemma di Paolo V Borghese che fece restaurare la fontana, l'altra ha lo stemma con sei stelle di Clemente X, sotto il cui pontificato furono portati a compimento i lavori. Dal catino superiore partono sette zampilli che dovrebbero raggiungere otto metri d'altezza. All'epoca le due fontane consumavano circa sei milioni di litri al giorno, ora sono munite di un dispositivo che permette il riciclo dell'acqua.