Milano
MILANO, in francese Milan, in tedesco Meiland, ed in latino Mediolanum, città capitale del regno Lombardo-Veneto, capoluogo del governo del suo nome di provincia e di 4 distretti, a 50 leghe O. N.O. da Venezia, 140 leghe O.S.O. da Vienna, 110 leghe N. E. da Roma e 160 leghe S. E da Parigi. Latitudine N. 45° 28’ 2”; longitudine E.6° 51’ 16”. La sua elevazione maggiore sopra il livello del mare si computa a 135 metri. Dalla porta Nuova, la più elevata, alla porta Romana, la più bassa, vi sono 8,466 metri di differenza. E’ posta in una pianura fertile e ridente, circondata a qualche distanza da amene, ubertose e deliziose collinette, e dolcemente inclinata dal Nord al Sud, sulla riva sinistra dell’Olona a cui si unisce in questo luogo il Naviglio-Grande, che viene dal Ticino, il canal Martesana, che deriva dall’Adda, e che circonda la maggior parte della città propriamente detta, infine il canale di Pavia. Milano è residenza del vice-re, di un governatore, di un comando militare generale per le provincie Lombarde, e sede di un arcivescovato, da cui dipendono 8 vescovati, di una corte dei appello, di un tribunale civile, di uno di commercio, di una commissione centrale e di un instituto imperiale e reale di scienze ed arti, suddiviso nelle tre sezioni di Venezia, Padova e Verona, di un’accademia di belle arti, ecc. Questa città ha la forma di un poligono irregolare, la cui superficie è di 3 kil., 891 m., ed il perimetro di 10 kil., 637 m. E’ cinta di mura con bastioni, tranne al N.O., dal Portello del Castello sino alla porta Tanaglia, ove non evvi che un semplice muro di circonvallazione; queste fortificazioni sono però deboli troppo per servire di difesa. Un tale circuito, che rinchiude gli antichi sobborghi, ha 12 porte, cioè sei principali e sei minori. Fra le prima si distinguono l’Argentea, detta ora Orientale, e Renza per corruzione, che dicesi anticamente nel 1784, e costrutta in due spartiti edifizi sui disegni del Piermarini, non ebbe allora compimento. Demolitisi questi due fabbricati, si stanno ora erigendo sul sito stesso due grandiosi corpi, ad uso di barriera, secondo il disegno del bresciano Vantini; la Romana, costrutta nel 1598 per condecorare il ricevimento di Margherita di Austria, destinata sposa a Filippo III, monarca della Spagna e duca di Milano, tutta in pietra, e con bei lavori; la Ticinese, detta anche di Marengo, di recente costruzione e di architettura del marchese Cagnola, decorata da un maestoso portico o calcidico architravato d’ordine dorico, con colonne di straordinario diametro, e decorata da un maestoso arco isolato, di magnifica costruzione. Le altre porte maggiori sono: la Vercellina, disegno del Canonica, del 1805; la Comasina, fabbricata in pietra arenaria, e compita nel 1826, a spese dei negozianti; e la Nuova eretta, nel 1812, sui disegni del professore Zanoja, tutta pure di pietra arenaria, e di elegante ordine corintio. Sono le sei minori quelle della Tonsa o Tosa, vigentina, Lodovica, Portello del Castello, l’Arco della piazza d’armi, Tanaglia. Alle dette porte si possono aggiungere due altri accessi per le barche del canale Naviglio, le cui acque, derivate dall’Adda e dal lago di Como, entrano in città presso la porta Nuova, vi fanno il giro interno, servono al movimento di più mulini, ed escono presso la porta Ticinese, unendosi quivi con quelle dell’altro Naviglio, provenienti dal Ticino e dal lago Maggiore, per poi ritornare in parte al Ticino, sotto Pavia, indi nel Po. Questi canali, oltre il benefizio della irrigazione nell’adjacente pianura, e quello della navigazione felicemente continuata fino al mare Adriatico, da dove giungono le merci sino alla riva, formano particolarm. Il comodo e la ricchezza della città per la facilissima comunicazione colla stessa dei paesi vicini ai canali medesimi, e dei monti e delle valli che circondano il lago di Como, ed il Maggiore, e pel trasporto dei loro prodotti, consistenti in vino, carbone, legna da fuoco e da opera, materiali di ogni genere di fabbrica, e principalmente massi di marmo e granito, di cui tante belle colonne e numerosissime adornano questa città. Essa è fabbricata in generale senza regolarità; la maggior parte delle strade sono strette e tortuose, qualcuna soltanto avendo una passabile larghezza; tutte però , anche le più interne, sono bene lastricate, e fornite di due larghe file di granito, lontane circa 3 piedi l’una dall’altra. In ogni strada canali coperti e sotterranei ricevono le pioggie, nei quali, per mezzo di tutti coperti, colano anche quelle dei tetti, tolto di mezzo l’inconveniente degli stillicidii, e queste acque senza stagnare s’immettono in altri canali maggiori, similmente sotterranei, nei quali scorrono di continuo il Seveso, il Nirone, l’Acqualunga ed altre derivazioni dei maggiori canali, destinate allo spurgo della città ed al comodo degli abitanti. Le case, generalmente bene costrutte, hanno da 3 a 5 piani; molte sono bellissime, e meritano il nome di palazzi, essendo fra questi osservabile quello vastissimo e di grandiosa architettura della famiglia Serbelloni, la cui facciata è imponente, magnifico l'atrio interno, ed elegante il cortile, adorno di portici, distinguendosi nel mezzo della facciata un bellissimo pezzo architettonico con colonne isolate, che forma una maestosa loggia, decorata di un grande basso rilievo di stucco, rappresentante alcuni avvenimenti storici di Milano del tempo di Federico Barbarossa. Fra gli altri pubblici edifizj, monumenti principali, rami diversi di amministrazione, e stabilimenti civili, militari, e giudiziari sparsi per la città, si distingue: il palazzo della I.R. corte, rifabbricato, nel passato secolo, sugli avanzi dell’antico palazzo ducale, con facciata di ordine jonico moderno, disegno di Piermarini, con vasto cortile, magnifico scalone, e adorno nei suoi ricchi e comodi appartamenti di belle pitture, distinguendosi soprattutto il gran salone di ordine corintio, detto delle cariatidi; il palazzo Arcivescovile, dono dei duchi Visconti, ristaurato sulla fine del secolo XV, diviso in due separati cortili, il più magnifico dei quali venne costrutto dal Pellegrini, di cui è pure la facciata del palazzo, della quale per altro non fu eseguita che la sola porta maestosa, ed il suo compimento lo ebbe dal ricordato Piermarini; il palazzo del I.R. Governo, il cui interno consiste in un ampio quadrato arcato con colonne, e due belle e ben ornate scale, che mettono a varj comodissimi appartamenti, i quali servono di residenza al governatore, e a diversi uffizj appartenenti al governo, con gran facciata adorna di una loggia grandiosa; il palazzo della I.R. Contabilità, altra volta Collegio Elvetico, edizio di Fabio Mangone, e di cui san Carlo fu il primo a concepire l’idea per la educazione die seminaristi Svizzeri, soppresso il qual collegio dall’imperatore Giuseppe II, fu destinato ad uso di residenza del governo di allora: la sua architettura è bellissima, e non teme questa fabbrica il confronto di qualunque monumento dell’antichità, sia per la purezza dello stile, sia per la imponente grandiosità che vi domina; vi si entra per due cortili circondati da portici con colonnati, che vengono riuniti da uno de’ suoi tre gr. Vestiboli, servendo gli altri, uno d’ingresso, ed il terzo di comunicazione ed accesso ad una gran sala: le ampie abitazioni tanto del piano terreno, quanto del superiore, servono ora per gli uffizj della I.R. Direzione generale della Contabilità ivi collocata; il palazzo della I.R. Direzione generale delle pubbliche costruzioni, acque, strade e fabbriche, nel luogo eretto da s. Carlo pel seminario dei Chierici, e che chiamavasi la Canonica, e poscia destinato a varj altri usi, abbellito dal passato governo di nuova elegante facciata; la I.R. Stamperia, onorifico ed assai vantaggioso stabilimento, con numero consid. Di rotchj, ove sonovi impiegati più di cento operai, oltre alle persone addette agli uffici di amministrazione, con fonderia di scelti caratteri, litografia, calcografia, cartiera, ec.; la I.R. Zecca, grandioso stabilimento montario, eretto nel 1778, considerato come uno dei migliori esistenti, tanto per la quantità delle macchine, che servono alla fabbricazione delle monete, quanto per l’ottimo sistema introdotto, e per la scelta degli artefici ed operatori di ogni genere, ammirandosi in esso tutti i congegni necessarj alla funzione e partizione die metalli, l’officio degli assaggi, una sala per gli incisori dei conj, un’ampia, e comoda officina per estrarre i metalli dalle terre col metodo dell’amalgazione, fornita essa pure di macchine mosse dall’acqua ed un laboratorio docimastico: il suo gabinetto numismatico fu trasportato a Brera, nel 1817; l’I.R. Istituto Geografo-Militare, grandioso ed utilissimo stabilimento eretto e dalla sovrana munificenza protetto, in cui vedesi una ricca collezione di mappe, carte geografiche, stromenti relativi, e scelta biblioteca; il Monte del regno Lombardo veneto, edificio d’ordine Jonico, disegno di Piermarini, eretto sui caseggiati dell’antica famiglia Marliani, ed aperto il 5 settembre 1753, col nome di Monte s.ta Teresa, indi riaperto, nel 1804, sotto quello dell’Amministrazione dei fondi del debito pubblico, nel luglio 1805 denominato Monte Napoleone, dal 1814 a tutto il 1821 provvisoriamente chiamato Monte dello Stato, e che nel gennaro 1821 assunse la denominazione presente di Monte del reg. Lombardo Veneto; stanno in questo locale riuniti vari ufficj, quelli cioè della prefettura del Monte e della I.R. Commissione liquidatrice del debito pubblico; la I.R. Direzione generale del Censo risiede in una porzione dell’antico edificio del collegio dei Gesuiti, adattata perciò ai suoi vari ufficj, per cui vennero disposte nel piano superiore vastissime gallerie, con colonne isolate, e con grandi sale per la formazione e riunione delle mappe, per gl’ingegneri geografi, ed altre ad uso di archivio; il Dazio Grande, e gli uffizj delle I. R. Finanze e Tesoreria occupano il maestoso imponente palazzo altre volte di Tommaso Marini, nella contrada perciò detta del Marino, con facciata composta di tre ordini di architettura, ed il cui interno, formato da portici con colonne, fa risaltare una perfetta armonia coll’esteriore, per la ricchezza e profusione degli ornati. Diverse e grandiose sale nel pian terreno ornate di buone pitture, servono per la cassa del tesoro e delle finanze, il superiore essendo destinato, come lo fu, per alloggio de’ principi; il palazzo, altre volte Clerici, è la residenza dei tribunali civili di prima Istanza, di Appello, di Commercio, e della Pretura urbana o tribunale di conciliazione. I varj appartamenti che lo compongono fornirono tutte le comodità necessarie agli ufficj di tutti questi tribunali; il casino della nobile società, nella contrada di s. Giuseppe, occupa un vasto fabbricato, che le serve di adunanza sino dal dicembre 1815, e il cui disegno è in origine del Bramante, ma che il cav. Cagnola abbellì nell’interno con elegante e ricca decorazione. Numerose sono le sale, ma la più grandiosa è quella che serve alle grandi accademie ed alla danza, tutte però adorne di buone moderne pitture; il magnifico palazzo, inalzato da Leonardo Spinola, l’anno 1591, e che poscia passò alla famiglia Cusani, fu di recente acquistato dalla società detta del Giardino. Il suo cortile è decoroso, e le parti che compongono questo edifizio sono ricche, bene intere e grandiose; i migliori artisti ebbero parte agli ornati delle sale, di recente accomodate, vedendosi unito al fabbricato un giardino ridotto anch’esso a vaga forma, con passeggi, grotta, cascate d’acqua, ec. Passando dalla strada, detta Isara e Marina, che da Porta Orientale mette a quella di Porta Nuova, presentasi uno dei più ricchi e magnifici palazzi architettonici moderni, in tutte le sue parti decorosamente adorno, innalzato nel 1790 dal conte Lodovico di Belgioioso. L’interno e l’esterno annunziano la grandiosità di chi lo fece costruire, non meno che il buon gusto del suo architetto Leopoldo Polack, viennese. Esso è adorno di statue, bassi rilievi e pitture a fresco. Merita pure particolare osservazione il bellissimo giardino annesso sul disegno dello stesso architetto, il quale dacchè fu dato in proprietà a S.A. R. Il principe Vicerè, fu consid. Ingrandito colla unione dell’orto che apparteneva alla così detta Canonica. Dei 5 archivj, quello notarile, sta sulla piazza dei Mercanti, quello dello Stato, nella contrada della Sala, l’archivio diplomatico si trova nella Canonica, quello di giustizia al ponte di s. Damiano, e l’altro della guerra, nell’antica chiesa di s. Carpoforo.......
......Le piazze in generale meritano appena un tal nome, e sono piuttosto piccole; si eccettui però la vasta piazza d'Armi, che si estende in larghezza braccia 1,100 ed in lunghezza bracia 1,000, chiusa da un muro di cinta, che separa la città dalle campagne, e che serve di passeggio amenissimo; sul lato S.E. di questa piazza ed al confine delle antiche mura, Galeazzo II, signore di Milano, fece erigere l'anno 1358 u castello che prese la denominazione di Giove, dall'antica porta Giovia, soppressa ed incorporata nella fortificazione del castello medesimo, il quale, dopo la sua morte, fu demolito dai cittadini l'anno 1378. Il suo successore e figlio Giovanni Galeazzo, lo fece ricostruire nello stesso luogo, assai più forte, con alte muraglie, e di profonde fosse munito, e questo durò sino alla morte di Filippo Maria, ultimo dei Visconti, cioè sino all'anno 1447. Ammutinatasi la città col pensiero di reggersi in rep., fu di nuovo dal popolo rovinato e demolito. Nel 1450, impadronitosi della città Francesco Sforza, marito di Bianca Maria Visconti, fu da esso col consenso dei cittadini, per la terza volta rifabbricato con maggiore ampiezza e solidità, avendo sostenuto in varj tempi lunghi assedj. Finalmente nel 1801, come si disse, vennero atterrate tutte le esteriori fortificazioni e nel loro luogo formossi una vastissima piazza detta del Castello o del Foro, e vi si sostituirono al luogo delle antiche mura, dei beni ordinati viali pei pubblici passeggi, ombreggiati da piante esotiche ed indigene. Alla estremità della piazza d'Armi si sta per dar termine ai sublimi lavori dell'Arco di trionfo, ordinato nel 1804, ma incominciato nel 1807, col nome allora di Arco de Sempione, tutto marmo i fabbrica ed elevato dalle fondamenta sul grandioso e bene immaginato disegno del ca. marchese Luigi Cagnola; le vicende politiche fecero rimaner sospesi i lavori, ma ricominciati questi per munificenza, dell'augusta maestà di Francesco I, ordinò che condotta fosse a compimento un opera sì bella, accettandone la dedica coll'inauguramento di Arco della Pace. Al N. dell'atterrato castello si costrusse sotto il governo italiano, il così detto anfiteatro od Arena, disegno del Canonica, uno dei più insigni edifizj fatto per accrescere il decoro e lo splendore della città di Milano, che mancava ancora di un monumento di questo genere. Questo ampio e sontuoso recinto nel genere ant., e di forma elittica, è lungo baccia 400 e largo 200, e vedesi cinto da un muro altissimo d pietra, e circondato sino ad una certa elevazione, da comode gradinate al di sopra delle quali evvi una piattaforma di sufficiente larghezza, che offre un passeggio ombreggiato; può contenere quasi 40,000 spettatori e serve di circo, d'ippodromo e di naumachia, avendosi il comodo di riempirlo coll'acqua che scorre all'intorno. Nel giorno 17 giugno 1807, vi si diedi il primo spettacolo. Senza parlare delle altre piazze, ci limiteremo a citar quella dei Mercanti, posta nel centro della città, fiancheggiata da alcuni fabbricati di antica origine, ed altri di bella architettura, ch'ebbe prima il nome di piazza dei Tribunali, a cagione dei tribunali che ivi esistevano ed ora trasportati nel palazzo Clerici, e poscia quello di piazza dei Mercanti, perchè quivi questi si adunano quasi ad una spezie di Borsa, essendo stata per tale oggetto formata una sala nel fabbricato con portici. In questa piazza hanno la loro residenza varj pubblici dicasteri ed ufficj, cioè l'Archivio pubblico notarile e la commissione centrale di beneficenza, la cassa di risparmio, la congregazioine centrale, l'ufficio delle ipotetiche, la camera di commercio, la scuola elementre maggiore normale, la direzione generale dei ginnasi, e l'ispettorato delle scuole elementari normali, la delegazione del primo circondario di polizia, ed il gran corpo di guardia militare. - Per l'esercizio del culto cattolico vi sono in Milano 24 parrocchie, con varie altre chiese sussidiarie ed oratorj, ridotte a sole 71 dopo le soppressioni avvenute, mentre alla metà del XVIII secolo oltrepassavano il numero di 230. Fra i più celebri e rinomati edifizi dell'Italia, vanta Milano la sua cattedrale, dopo quella di s.Pietro in Roma, il costante oggetto di universal maraviglia per la mole gigantesca e singolarità del disegno di gotica costruzione ardita e bizzarra, sorprendente per magnificenza e ricchezza, osservabile per la leggerezza delle masse piramidali, per la moltiplicità delle statue, sculture e bassi rilievi, che in ogni parte l'adornano sì entro che fuori. Questo tempio, tutto costrutto in marmo bianco, estratto dal monte Candoglia, dicesi occupi il luogo di un famoso tempio d Minerva; esso ebbe principio l'anno 1386 il 15 marzo, ma non piacendo a Giovanni Galeazzo visconti questa sua prima costruzione, ordinò che gli si desse una nuova e più grandiosa forma, l'anno 1387. Fu desso compito per ordine di Napoleone, che vi si fece coronare re d'Italia Gli architetti ch'ebbero la direzione di questa fabbrica, incominciando a tal epoca da Marco da Campione, dicesi sieno 183. La forma interna è quella di una croce latina, diretta dall'E. all'O. , e divisa in 5 navate, delle quali quella di mezzo è al doppio più larga delle altre; 52 grossi piloni di marmo quasi ottagoni, dell'altezza di braccia 41, dividono queste navate e sostengono le volte gotiche, e 4 altri più grossi sostengono la cupola del centro della chiesa. La sua lunghezza è di 147 m. 55 c.; la maggiore larghezza di 86 m. 86 c., e l'altezza della gran cupola di 66 m. 63 c., talché aggiungendovisi la gran guglia di stile moresco e la statua i rame dorato della B.V., la elevazione totale di questo edifizio superbo ascende a 108 m. 86. Alla sinistra entrando, vedesi il bel battistero a foggia di tabernacolo isolato, formato da una grande urna di porfido, proveniente, senza dubbio, da qualche antico bagno romano, che servì di deposito alle sagre spoglie i s. Dionigi vescovo di Milano, con altri santi martiri, e che da s. Carlo fu destinato a conservar l'acqua battesimale per immergervi la testa dei bambini, secondo il rito Ambrosiano quivi professato; le colonne che lo circondano sono di marmo antico ed i capitelli di bronzo mirabilmente lavorati. Gli altari, le cappelle sono in marmo a colori diversi, e vedesi il tutto adorno di bassi rilievi i ogni genere, pitture pregiate e avori finissimi e ricercati. Vi si distingue la statua in marmo bianco di Martino V, quella pregiatissima di s. Bartolomeo, opera di Marco Agrati, che rappresentò questo santo scorticato e portante la sua pelle sul dorso; il magnifico monumento sepolcrale di Gio. Giacomo Medici, zio di s. Carlo; quello in marmo nero, del cardinale Marino Carraccioli, governatore di Milano; il deposito di Ottone Visconti detto il Magno e di Giovanni zio e nipote arcivescovi e signori di Milano; il mausoleo con tre busti rappresentanti gli arcivescovi Giovanni, Guido e Gio. Francesco Arcimbaldi, oltre tanti altri monumenti, sepolcri, lapidi, ec. E' degna soprattutto di minuta osservazione la sotterranea cappella, ove riposa il corpo di s. Carlo, di forma ottangolare, con la volta coperta di bassi rilievi, trofei ed ornamenti assai rilevati di lastra d'argento, i quali ricordano gli avvenimenti più rimarcabili della vita del santo, ed otto cariatidi negli angoli, pure di grossa lastra d'argento, rappresentanti le sue virtù. Nel 1817, si cangiò e rinnovossi l'aspetto di questo luogo con nuovo disegno dell'architetto Pestagalli, che lo rese più elegante e magnifico. Sull'altare posa il sarcofago che contiene le spoglie mortali del santo arcivescovo in abito pontificale, arricchito di gioje. Il sarcofago è composto di rarissimi cristalli di monte, legati in argento, dono di Filippo IV, re delle Spagne, li cui stemmi vi si vedono opposti in oro massiccio. Una grande finestra orizzontale, praticata nel pavimento della chiesa, illumina i sotterraneo, a dà luogo ai fedeli di poter assistere ai divini ufficj ch'entro vi si celebrano. Tutte le pitture che adornano questo tempio, sono dei primi maestri d'Italia. I vetri rappresentanti diversi tratti istorici, aggiungono maggior lustro alla sua maestà, ma lo rendono un poco oscuro. Il suo pavimento di marmo a colori diversi, fatto a compartimenti con disegno artifizioso, è già compito nella grande navata, ed in parte nelle laterali. Trovasi opportuno l'invitare i curiosi ad osservare la straodinaria quantità delle statue interne ed esterne che adornano questo sacro edifizio, essendo esse circa 3,000 quelle già poste in opera, e dovendo ascendere a più di 4,000 circa quelle che di ogni grandezza debbono dar compimento alla chiesa. Nell'esterno, la profusione delle colonne, delle statue, degl'intagli, delle medaglie, dei bassi rilievi, dei lavori pregiati di ogni sorta, gareggiano colla magnificenza dell'interno potensodi dire francamente che quanto la scoltura e l'architettura ha di più bello, tutto fu posto in opera all'adornamento della facciata di questo tempio, che ha cinque porte: le statue in marmo bianco, poste sopra tutto l'edifizio, e sembrano staccate come tante punto formano il più imponente colpo d'occhio. Le aguglie terminate ed abbellite di statue e gotici arabeschi, sono a quest'ora circa 80, oltre alle 24 minori, dovendo essere in tutti 135 ad opera compita. Verso la facciata è degna di osservazione una grandiosa Meridiana, che attraversa per intero il tempio, eseguita con diligenza e somma accuratezza sotto a direzione degli astronomi dell'IR. osservatorio di Brera. Fra le altre numerose chiese di Milano meritano particolar menzione quella di S. Maria presso S. Celso, una delle più ragguardevoli per la sua architettura, e delle più ricche pei capii d'opera dell'arte che l'adornano, la quale ebbe principio nel 1491, per ordine di Gio. Galeazzo Maria Sforza, nipote di Ludovico il Moro, sul disegno del Bramante; quella di S. Lorenzo che debb'essere antichissima. Distrutta dal fuoco nel 1071, l'antica chiesa venne rifabbricata i più piccola forma, e questa pure rovinata dal tempo, S. Carlo ordinò si rifabbricasse quella ora esistente, col disegno di Martino Bassi, e di ordine dorico, ricca di scolture, di dipinti pregiati, e di monumenti sepolcrali, fra i quali si distingue quello antico di Galla Placidia, figlia di Todosio il Grane, e del di lei marito Ataulfo: è pure osservabile l'antichissimo mosaico, che dicesi mostri Cisto disputante coi dottori; quella di S. Ambrogio, una delle più antiche e rispettabili basiliche della città, contraddistinta col nome di Ambrosiana, per essere stata edificata, nel 387, da S Ambrogio, che vi celebrò i divini ufficj, e volle in essa esser sepolso. Era in origine divisa in due chiese separate da un muro con tre porte, ma vennero riunite nel 1507, e si formò una chiesa sola, decorata da un atrio o cortile rattangolo, con portici adorni di antichi dipinti. L'interno è costruito in tre navate di gotica architettura, con magnifiche cappelle e pitture pregiate; quella di S.ta Maria della Passione, inalzata nel 1530, in forma di croce latina, con torreggiante cupola, tanto nell'interno quanto nell'esterno riccamente abbellita. E' divisa in tre navi, con altrettante porte, e contiene otto cappelle per parte, e forse più di ogni altra adorna di pitture; quella di S. Stefano Maggiore, altre volte collegiata, ed ora parrocchiale, la cui fondazione viene attribuita a S. Martiniano vescovo, e prima chiamata S. Zaccaria. Nel secolo XI devastata dalle fiamme, fu quindi rifatta, non però colla maestà della precedente, e venne denominata S. Stefano al Broglio ed alla Ruota. La chiesa attuale fu costrutta al tempo dell'arciv. Visconti, successore di S. Carlo, e perfezionata nel 1596: l'interno è diviso in tre navi, con sei arcate per parte, con cappelle corrispondenti, ed un coro maestoso, il tutto adorno di pitture e di statue; quella di S. Paolo, chiesa rimasta del vasto monastero di Agostiniane, dette Angeliche, sotto il titolo di S. Paolo, con bella facciata, ricca di ornamenti: la chiesa è di una sola navata d'ordine corintio, saviamente architettata e di bei dipinti adorna; quella di s. Nazzaro Grande, basilica edificata nel 382 circa ad onore dei ss. Apostoli, e quindi detta Nazzariana pel capo di s. Nazzaro in essa trasportato da s. Ambrogio. Forma vestibolo a questa chiesa il grandioso sepolcrale edifizio con cappella dedicata alla B.V. Assunta, costrutto nel 1518 dal maresciallo Gio. Giacomo Trivulzio, detto il Magno, che vivo volle prepararsi il soggiorno della morte.
La facciata di questo vestibolo è di figura quadrata, ma non ridotta a termine, ornata di pilastri, con te porte, che danno accesso all'interno, di figura ottagona, semplice e conveniente al carattere dell'edifizio, stato più volte ristaurato e rimodernato con statue e pitture; quella di s. Alessandro in Zebedia, grandioso tempio innalzato secondo la tradizione sulle rovine di una prigione detta Zebedia, costrutto, come attualmente si trova, nel 1602, con la forma di una croce greca, con magnifica cupola spazioso coro e comodo presbiterio: menzionata questa chiesa sono dal secolo XII, col titolo di parrocchiale, fu data nel XVI ai padri Barnabiti, i quali soppressi alla fine del secolo XVIII, vennero di nuovo ristabiliti, nel 1825, nel possesso di essa coll'assegno di una parte dell'antico collegio. E' adorna di buone pitture; ed il suo altar maggiore vedesi ornato di pietre dure stimabilissime; quella di s. Maria presso s. Satiro, inalzata su gli avanzi di un profano tempio, dal duca Lodovico Sforza, detto il Moro, sul disegno del Bramante, formata di tre navi, adorna di bronzi dorati, sculture, dipinti a fresco, statue, ec.; quella di s. Sebastiano, eretta per voto dalla città, nella occasione della peste dell'anno 1576, con disegno del Pellegrini, che riuscì una delle più belle di Milano, con tre porte che danno ingresso all'interno, il quale corrisponde alla bellezza esterna per la semplicità ed eleganza; quella di s. Eustorgio, annoverata tra le più antiche di Milano, e riguardata come uno dei primi cristiani edifizi, di cui viene da alcuni reputato fondatore lo stesso s. Eustorgio, nel IV secolo, assumendone il nome dopo essere stata dedicata ai Santi Re Magi. Ne' primi tempi era ben lontana dalla città, ma soggetta quindi alle incursioni ed al devastamento dei barbari, fu in varie epoche riedificata; nel XIII secolo rimodernata ed ingrandita, e finalmente ridotta con maggiore regolarità e decoro, come si trova al presente, con tre porte, corrispondenti alle tre navate dell'interno, adorno di belle cappelle, statue, monumenti e pitture; quella di s. Maurizio, detto il monastero maggiore, dedicata prima alla B.V., e nel secolo XII a s. Maurizio, posta secondo alcuni nel luogo ov'era il tempio di Giove. L'interno è di una sola nave adorna di buoni freschi. Il monastero serve al presente di ricovero a varie religiose di diversi soppressi monasteri; quella di s. Vittore al Corpo, basilica di antica fondazione, che dal nome di Porzio figlio di Filippo Oldani, suo fondatore, nell'anno 114, prese la denominazione di Porziana, ma essendovi stato trasportato, nel 303, il corpo del martire s. Vittore, fu da quel tempo chiamata col nome presente. Divenuta l'antica chiesa cadente dal tempo, venne riparata, nel 990, dal arciv. badia, e finalmente, nel 1507, fu data ai pp. Olivetani, i quali eressero l'attuale bellissima chiesa nel 1542, sul disegno di Galeazzo Alessi perugino: l'interno è fatto a croce latina, in tre navi separate da piloni con archi, con belle cappelle e con pitture di merito; quella di s.ta Maria delle Grazie, di gotica architettura fabbricata nel luogo ove esistevano i quartieri delle milizie del duca Francesco I Sforza, che donò, nel 1463, il fondo ai pp. Domenicani per fabbricarvi la chiesa ed il convento, unendovi somme grandiose. Lodovico il Moro, nel 1492, prese ad ingrandire questa chiesa in forma di croce latina, sui disegni del Bramante, ma per le di lui vicende restò l'opera imperfetta, però ripiena di fini lavori di cotto, stemmi, medaglie ed emblemi. La facciata è semplice, di gotica architettura, come lo è l'interno fatto a tre navi, con grandiosa cupola, ampio coro e cappelle semicircolari nei lati, disegno del Bramante, come la magnifica sagrestia ed il contiguo chiostro. Degne sono di ammirazione le belle opere a fresco e le pitture pregiate che adornano la chiesa e le cappelle, esistendo ancora l'avanzo della dipintura del famoso Cenacolo di Leonardo da Vinci nel refettorio del vasto monastero, che contiene diversi grandiosi cortili, ed ora ad uso del militare; quella di s. Simpliciano, basilica di gotica costruzione, ed una delle quattro che anticamente esistevano fuori della città, e che si vuole fondata da s. Ambrogio, sotto il titolo della B.V. Seppellito essendovi nell'anno 400 s. Simpliciano, prese il nome di questo santo: l’interno della chiesa è costrutto in tre navi in forma di croce latina, con cupola, e va adorno di buone pitture; quella di s. Maria Incoronata è formata da due chiese unite fra loro con eguale e semplice facciata, essendo di eguale forma il loro interno con due presbiteri, da poco tempo ristaurato ed abbellito. La prima fu eretta ad onore della Vergine Incoronata nel 1451, dal duca Francesco Sforza Visconti e la seconda 9 anni dopo da Bianca Maria di lui moglie, che dedicolla a s. Niccolò da Tolentino: essa va adorna di depositi e monumenti; quella di s. Angelo, che serviva altre volte coll'annesso grandioso convento ai pp. Minori Osservanti, è di costruzione imponente, con facciata di due ordini, e l'interno di una sola nave, che si allarga nel presbiterio. Benchè soggetta a diverse vicende, pure si conservarono molti freschi preziosi e varie pitture degne di ammirazione; quella di s. Fedele è di bellissima architettura del Pellegrini, non avendo però la facciata compita. I Gesuiti n'entrarono al possesso nel 1569, ma soppressi nel 1773, vi subentrarono i rr. Canonici della cappella ducale di s. Maria della Scala, cessati i quali, continuò ad essere nel numero delle parrocchie, conservando il titolo di cappella ducale. Di questo insigne edifizio due sono gli ordini architettonici della sua bella facciata, ed elegantissimo e sorprendente l'interno, composto del solo ordine corintio, con colonne pregiate e con magnifica cupola, spirandovi tutto grandiosità e bellezza. - Fra gli stabilimenti di beneficenza, spedali, orfanotrofj, ed altri luoghi pii vanta Milano lo spedale Maggiore col Foppone, lo spedal militare, la Senavra, od ospedale dei pazzi, lo spedale de' pp. Fate-Bene-Fratelli, e quello delle donne, l'orfanotrofio civile maschile e quello delle donne, il luogo pio degli esposti e delle puerpere, il luogo pio Trivulzi, il pio istituto delle monache, il collegio delle nobili vedove, due pie case d'industria, il monte di pietà, la cassa di risparmio, la commissione centrale di beneficenza, la compagnia di assicurazione contro i danni, ed il Lazzaretto. Meritando però alcuni di questi stabilimenti una qualche descrizione, avrà il primo luogo lo spedale Maggiore, nella contrada del suo nome, maestosa ed imponente fabbrica posta fra le due basiliche di s. Stefano e di s. Nazzaro grande. Devesi questo edifizio alla generosità di Francesco Sforza IV, duca di Milano e della di lui moglie Bianca Maria Visconti, ed alla contribuzione volontaria del popolo milanese. I suddetti principi diedero per tal opera pia un loro palazzo, ed alcune case e giardini vicini, ed essendosi a questa aggregati i vari ospedali sparsi per la città e diocesi, e riunite eziando le rendite dei medesimi, fu perciò detto Maggiore. La sua fondazione segna l'epoca 12 aprile 1456. Antonio Filarete, detto l'Averulino, fu l'architetto di questa fabbrica di gotica architettura, la quale forma un perfetto quadrato con portici inferiori e superiori. Possiede nove cortili, uno dei quali, il più vasto trovasi perfettamente nel mezzo. La distribuzione delle crociere, che per ogni lato sono lunghe braccia 160, e larghe 16, presenta la figura di una croce greca. A fianco scorre un emissario del Naviglio, che serve agli usi opportuni dell'ospedale Nel 1797 venne dato compimento alla fabbrica colla erezione di u fianco mancante onde circondare i 4 cortil stati ideati dall'architetto Francesco Richini. L'ingegnere Castelli ne concepì un disegno di gusto semplice e moderno, ma che non s'accorda col carattere di quell'imponente edifizio. DI fronte al magnifico ingresso della porta maggiore sta la chiesa di buona forma. Non avvi parte relativa ai bisogni dello stabilimento che non sia stata disposta con ordine La specieria, le cucine, le dispense, i mulini, i depositi o magazzini, le sale, gli archivi, gli ufficj, le camere pei sacerdoti, medici, chirurghi, nutrici, inservienti, per le scuole, ec., tutto presenta una rara intelligenza. Si conservano i ritratti dei pii benefattori, i quali vengono ogni biennio esposti alla pubblica vista nel giorno 25 marzo. Questa fabbrica conta di lungh. braccia milanesi 450 e 170 di larghezza. Il numero dei malati d'ordinario è di 1,200, ma in alcuni casi anche a 2,044.
Le scienze e le arti, coltivate con zelo in questa città, contano molti stabilimenti, accademie, biblioteche, licei, ginnasi, collegi, scuole, ec. annoverandovisi l'I.R. palazzo delle scienze ed arti in Brera, l'istituto di scienze, lettere ed arti l''Accademia delle belle arti, l'I.R Pinacoteca, l'I.R. Biblioteca, il Gabinetto Numismatico, l'I.R. Osservatorio, la scuola d'incisione ed altre scuole di belle arti; la biblioteca Ambrosiana, il gabinetto dei bronzi dorati, l'I.R. conservatorio di musica, il seminario, l'I.R. collegio Longone, il collegio Calchi-Taeggi, l'I.R. collegio militare, l'istituto dei sordi-muti, il collegio della Guastalla, l'I.R. collegio di S Filippo, il collegio della Visitazione, detto di S. Sofia, il liceo e ginnasio di s. Alessando, il ginnasio comunale in S. Marta, l'I.R. scuola elementare maggiore normale, la I.R. scuola elementare femminile, e la scuola Veterinaria. Non sarà inutile una qualche descrizione di alcuni di questi scientifici stabilimenti. Il più rimarcabile, tanto sotto il rapporto dell'architettura, ce sotto quello della sua destinazione, è senza dubbio l’I.R. conservatorio di musica, il seminario, l’I.R. collegio Longone, il collegio Calchi-Taeggi, l’I.R. collegio militare, l’istituto dei sordi-muti, il collegio della Guastalla, l’I.R. collegio di S. Filippo, il collegio della Visitazione, detto di S. Sofia, il liceo e ginnasio di s. Alessandro, il ginnasio comunale in S. Marta, l’I.R. scuola elementare maggiore normale, la I.R. scuola elementare femminile, e la scuola Veterinaria. Non sarà inutile una qualche descrizione di alcuni di questi scientifici stabilimenti. Il più rimarcabile, tanto sotto il rapporto dell’architettura, che sotto quello della sua destinazione, è senza dubbio l’I.R. palazzo delle scienze ed arti in Brera, uno de’ più grandiosi ed imponenti di Milano, con bella facciata e con interno magnifico, sede sempre delle pubbliche scuole, e sotto il governo della imperatrice Maria Teresa e degli augusti di lei successori arricchito di diversi rami di scienze, essendo presentemente il complesso ed il centro dei più celebri ed elevati istituti di pubblica istruzione. Vi s’insegna grammatica, retorica, logica, matematiche, fisica, diritto, istoria, botanica, chimica, anatomia, economia politica, diplomazia, architettura, scoltura, disegno, pittura ed incisione. Sono stabiliti in questo palazzo l’I.R. Istituto di scienze, la I.R. Accademia di Belle Arti, la I.R. Pinacoteca, la I.R: Biblioteca, ricca di rare edizioni e manoscritti, l’I.R. Gabinetto Numismatico, l’I.R. Osservatorio astronomico, la I.R. scuola d’incisione, e quelle di disegno, pittura, architettura, scultura, ornato, prospettiva, anatomia, gessi, ed altri oggetti di belle arti. Avvi pure un ginnasio imperiale con tutte le sue scuole, ed unito vi si trova un orto botanico. Uno dei più grandiosi e pregevoli stabilimenti, si è la unione delle numerose sale che compongono la I.R. Pinacoteca, nel qual prezioso deposito si riunirono tutti i quadri più insigni delle diverse chiese e monasteri soppressi, e vi si aggiunsero anche molti quadri di altissimo prezzo comperati dalla munificenza del governo italiano, sotto cui ebbe vita questo raro deposito, adorno delle opere insigni di Raffaello, Guido Reni, Albano, Domenichino, Palma, Giorgione, Gentile Bellini, Mantegna, Francia, Cima, Tiziano, Paolo Veronese, Carpaccio, ec. Oltre a’ quadri si trovano qui pure riuniti bassirilievi, modelli di busti e statue, disegni d’invenzione, e lavori premiati d’incisione, gessi tolti dai migliori originali, busti, vasi, candelabri, ec. La I.R. Biblioteca riconosce il suo principio dalla munificenza della imperatrice Maria Teresa. Nel 1763, la Congregazione dello Stato fatto aveva l’acquisto della cel. Libreria Pertusati, che unita alle due altre di Brera e di S. Fedele, venne collocata in questo palazzo delle scienze ed arti, in ampie e maestose sale, nel 1970. La benefica sovrana fece l’acquisto di gran porzione della preziosa libreria del famoso Alberto Haller; anche gli augusti di lei successori gareggiarono nell’arricchirla di novelli tesori con iscelte opere della biblioteca di Firmian, ed altre ancora. La soppressione de’ corpi religiosi aggiunge pure nuova e numerosa suppellettile di ogni specie di libri, oltre ai doni ed ai legati numerosi; che se questa biblioteca non abbonda di manoscritti e codici, come altre d’Italia, primeggia però nelle opere delle scienze esatte, e per tutte quelle più dispendiose e classiche, relative ai viaggi ed alla storia naturale. Il prezioso stabilimento dell’I.R. Gabinetto Numismatico ebbe principio l’anno 1803 nella Zecca, colla raccolta dei conii, e coi pezzi sottratti alla fusione, e meritevoli di conservazione. Fu costituito in gabinetto reale delle medaglie, con decreto 6 maggio 1808, ed arricchito da quel periodo con molti altri musei. Comprende questa collezione la classe antica e la moderna, colle rispettive loro diramazioni, ed è corredata di ricca e scelta analoga biblioteca. Questo gabinetto fu trasferito per sovrano decreto 22 gennaio 1917, nel palazzo delle Scienze ed Arti, ed aperto al comodo del pubblico. L’I.R. Osservatorio astronomico fu innalzato dai Gesuiti, nel 1766, sul disegno del celebre Boscovich. Questo stabilimento videsi sino da quel tempo, e molto più in seguito, arricchito dei più preziosi esteri istromenti. In vicinanza trovasi la scuola d’incisione, instituita dalla munificenza austriaca sotto Leopoldo II, e formata di una lunga sala, bene illuminata ed ottimamente disposta, adorna di un numero considerevole di stampe di classici autori. Fra i liberali istituti, di cui può vantarsi Milano, evvi la Biblioteca Ambrosiana, fabbricata e dotata di fondi dal cardinale Federico Borromeo, cugino di s. Carlo, ed aperta ad uso pubblico nel 1609. In questo grandioso edificio con facciata di ordine dorico, in molte stanze vedesi disposto un magnifico deposito generale delle produzioni delle arti e scienze di ogni paese, varj oggetti di storia naturale, pezzi di antichità e di scultura, pitture, modelli, gessi, statue; busti, lavori meccanici, ec. Contiene 140,000 volumi e 15,000 manoscritti preziosi, contandovisi le antichità giudaiche di Giuseppe Ebreo, tradotte in latino da Ruffino, sopra un papiro egiziano; un Virgilio del Petrarca, con note scritte di sua mano, e con miniature; il prezioso volume di Leonardo da Vinci, detto il Codice Atlantico ed altri ancora. Nella ultima sala si ammirano varie produzioni assai pregevoli del pennello e della matita, distinguendosi il cartone rarissimo originale della Scuola di Atene dipinta nel Vaticano da Raffaello, alcuni quadri di primi autori, e vari disegni a penna di celebri artisti e maestri. La grandiosa canonica dei P.P. Lateranensi, unita alla chiesa della Passione, fu dal cessato governo italico, nel 1808, convertita in un conservatorio di musica, dove giovani dell’uno e dell’altro sesso, sotto opportunissime discipline, e l’insegnamento di celebri maestri e professori, s’instruiscono nelle arti del canto, del suono, ed anche della composizione musicale. Ivi sono 24 piazze gratuite, 16 pei maschi e 8 per le donne, oltre a posti di pensione. Molti allievi si sono già distinti sui pubblici teatri per singolare capacità, ed intelligente esecuzione della musica vocale, ed istrumentale.
Milano possiede sette teatri. Il Grande, detto della Scala, perchè eretto sull’area dell’antica chiesa di S. Maria della Scala, è uno dei più grandi e magnifici della Europa, con architettura del Piermarini, aperto ai pubblici spettacoli nel 1778; e recentemente rimodernato e dipinto, con due ampie sale, e molti comodi luoghi. L’I.R. Teatro della Canobiana, così chiamato dall’antica scuola di dialettica e morale filosofia, che qui vicino esisteva fondata da Paolo Canobio, fu eseguito sul disegno dell’altro della Scala, del medesimo architetto Piermarini, ma in più piccola forma. La facciata è bella e regolare, e l’interno comodo e ben decorato. Per mezzo di due archi, il teatro comunica colla I.R. corte. Fu aperto nell’estate 1779. Sulla già soppressa chiesa di S. Salvatore fu eretto il piccolo ma elegante teatro Re, che prese il nome dal possessore, che lo fece non ha guari costruire con disegno dell’architetto cav. Canonica. Per essere nel centro della città è assai frequentato il teatro Carcano, così detto dal suo proprietario, fu eretto nel 1805 con disegno del cav. Canonica, ove anticamente esisteva la chiesa e monastero di S. Lazzaro. E’ assai elegante ed armonico, ma poco frequentato per la sua lontananza dal centro della città. Semplicissima è la forma del teatro Lentasio, costrutto tutto in legno. Porta il nome di Lentasio per esser stato costrutto nel sito della soppressa chiesa e monastero, fondati da un arcidiacono di quel cognome. Ove esistevano la chiesa e drl monastero dei SS. Cosmo e Damiano sorge ora un elegantissimo teatro di declamazione, eretto da una società che assunse il nome di Accademia dei Filo-Drammatici, e che contiene 800 persone sedute. Per l’addietro due erano i teatri delle Marionette, ma ora non rimase che quello solo detto Fiando, dal nome del proprietario, comunemente chiamato Girolamo. E’ elegante questo picc. Teatro, costrutto solidamente di mura, con bella facciata adorna di bassirilievi. Uno dei teatri diurni è stabilito nei pubblici giardini, e l’altro, detto della Stadera, è situato lungo il corso di porta Orientale, dirimpetto ai giardini. Sono entrambi costrutti in legno. Fra le cose degne di esser vedute in Milano, si osservano le 16 colonne in marmo bianco di ordine corintio, composte di quattro pezzi, ciascuna di 10 diametri di altezza, che stanno lungo il corso di Porta Ticinese, e che formano il monumento più grandioso delle antichità di questa città. Credonsi una parte preziosa delle Terme Erculee fabbricate da Massimiliano Erculeo; il corso di Porta Orientale, fiancheggiato da varj palazzi, il più gradito e frequentato trattenimento della popolazione, ove vedesi una quantità di carrozze ogni giorno; i pubblici giardini trovansi a fianco del corso suddetto. Alberi, siepi, boschetti, tappeti verdi, viali ben distribuiti, un circo che serve pei giuochi di equitazione, ed altri simili, come di teatro diurno, con una giostra ed un caffè, rendono delizioso questo soggiorno, e lasciano luogo a disporre e ad eseguire spettacoli popolari che nella state sono molto frequentati. Si ordinò di recente di dar compimento alla parte mancante della facciata e di costruire un teatro diurno, servibile anche per circo di equitazione; l’arco della Pace forma il principio della magnifica strada del Sempione, opera delle più dispendiose e difficili che siensi intraprese sotto il cessato governo italiano. Essa è degna di gr. Ammirazione non meno per la sua ampiezza e comodità, che per la forma elegante con cui fu eseguita. I punti di vista che si offrono lungo il suo corso sono mirabili e degni non meno della curiosità dei passeggeri che dell’uomo istrutto. Sono meritevoli di essere ricordati i Navigli ossia canali navigabili. Il primo, detto Naviglio grande, deriva dal Ticino ch’esce dal lago Maggiore; l’altro, detto della Martesana, esce dall’Adda, ch’è l’emissario del lago di Como. La unione di questi due navigli avviene fuori di porta Ticinese, presso le mura, nel qual punto ha origine un terzo canale, detto Naviglio di Pavia, alimentato colle acque degli altri due. Milano contiene, in genere di fabbriche e manifatture, tuttociò che serve al bisogno, al comodo ed al piacere della vita. Le arti meccaniche sono quivi lodevolmente coltivate al paro delle liberali, e se nelle prime non trovasi sempre il vanto della novità o della invenzione, non manca però loro il pregio di una pronta ragionata imitazione, spesso osservandovisi anche un certo perfezionamento del buon gusto. Ragguardevoli sono le fabbr. Di stoffe di seta in ogni genere e con oro ed argento, nastri e fettucce, velluti, tappezzerie, damaschi, veli creps, tulli, garze, articoli di moda, scialli, tessuti di cotone e tele, calzette a maglia lavorate a telajo, casimiri, maglie, lavori in oro e argento, bronzi dorati e verniciati, minuteria, adornamenti di smalti, orologi e pendoli, candelabri, lucerne e riverberi in varie fogge, istrumenti di matematica, fisica e chirurgia, armi, oggetti di ferro ed acciajo, acido solforico e piombo granulato, sapone, carrozze, cappelli di felpa e feltro impermeabili, terraglie, majoliche, vetri, cristalli, carta, specchi, ec. Contandovisi pure delle grandi concie ove si lavora il cuoio all’uso di Russia, e si fanno de’ marocchini pregiati, quattro raffinerie di zucchero, una di nitri, purghe per la cera, fabbriche di polveri, di tabacco per conto del governo, e di rinomata cioccolata. Vi si annoverano librerie, molte stamperie e fonderie, oggetto pure di un vivo comm., e si perfeziona sempre più la introdotta litografia. Una bella ed elegante manifattura è quella di fiori e frutta imitate perfettamente al naturale, di animali preparati, ed altri oggetti di fisica e storia naturale. Si distinguono molti intagliatori, indoratori, e verniciatori, per buon gusto d'invenzione e perfezione di arte, meritando di essere ricordati anche gli ebanisti, che pareggiano colle opere loro i mobili più accreditati che entrano dall’estero. Alcune di queste fabbriche sono privilegiate e premiate con medagli d’oro e di argento. Il comm. Abbraccia alcuni di questi articoli manifatturati e certe produzioni del territorio, come riso, seta, formaggi rinomati. In generale le fabbriche ed il comm. Di Milano molto perdettero della loro importanza, dacchè furono chiusi gli sbocchi che gli offerivano il Piemonte e la Francia. – Oltre le chiese, i palazzi, ed i pubblici stabilimenti vi si trovano in Milano anche presso i privati cittadini non poche gallerie, biblioteche, e musei contenti molti oggetti d’arte meritevoli di osservazione.
Contanvisi 8 alberghi di prima classe, e 18 di seconda. – La temperatura media in Milano è di 10° 1/4 (R.), l’adeguato dei massimi calori arriva a più di 25 gradi, e quello dei freddi di gradi meno 5 ¾ sotto il zero. Il massimo dei calori è stato osservato di gradi più che 27, ed il massimo dei freddi di gradi meno 12. La costituzione dell’atmosfera è tale, che il numero dei giorni sereni è alquanto minore della metà del numero intero dei giorni dell’anno; l’altra metà, con qualche aumento, è formata da giorni misti di sereno, di nuvolo e di nebbia, di alcuni interamente nuvolosi e nebbiosi, di altri piovosi, ed alcuni nevosi. Le grandini non sono frequenti sebbene frequenti sieno nella primavera e nell’estate i temporali, che alle volte scaricano rovesci di pioggie. La quantità media della pioggia, che cade in un’anno, è prossimamente di pollici parigini 35. Il vento dominante è il Levante. L’aria vi è salubre, nè rilasciata, nè frizzante. – Questa città è patria di molti uomini distinti, e fra gli altri di S. Carlo Borromeo, del poeta latino Cecilio, dello storico Valerio Massimo, del giureconsulto Beccaria, del dotto Laciati, di Gregorio Leti, di Ottavio Ferrario, del cardinale Moroni, del matematico Cavalieri, del Cardano, di Verri, Parini, Giulini, dei pittori Bossi ed Appiani, ec. Ec. Conta pure la cel. Agnesi, che ottenne una cattedra di matematica nella università di Bologna, e la famosa Manzoni, che s’illustrò nella poesia. Diede alla chiesa 5 papi, cioè Alessandro II, Urbano III, Celestino V, Pio IV, e Gregorio XIV. La popolazione di Milano, compresi i sobborghi, è di circa 150,000 abitanti, dicendo il Verri, nella sua storia, che verisimilmente, verso la metà del secolo XV, ascendeva a circa 300,000; la sua costituzione fisica apparisce sana e fresca, e di statura e forme per lo più regolari. Il carattere morale dei Milanesi gli mostra inclinati alla beneficenza, alla tranquillità d’animo, ai comodi della vita, ai divertimenti, senza pregiudizio della industria, delle arti e manifatture, e dei buoni studj, che distintamente vi si coltivano. La dovizia e bontà dei cittadini, e la ricchezza degli stabilimenti pubblici provvedono generalmente alla classe indigente. Le donne sono rimarchevoli per una figura svelta ed elegante, per belle fattezze, e bianchezza di carnagione. – Si celebrarono in questa città diversi Concilj, il primo dei quali nell’anno 344 o 346, e l’ultimo nel 1584. – Vaghe ed incerte sono le opinioni sulla etimologia del nome di Milano. Risalgono alcuni alle origini etrusche, e supponendo Olenio od Olano Caleno, lucomone etrusco, venuto nella Insubria, altro capo introducono di quella nazione detto Medo, e da quei due nomi riuniti deducono quello di Milano o Mediolano, come accenna l’Alciati. Altri la credono così detta, quasi in medio amnium, perchè posta tra i due fiumi Ticino ed Adda; ricorrono altri ad origini celtiche, dalle quali verrebbe quella denominazione ad indicare una città posta in mezzo alle terre ed alle pianure e come ora direbbesi mediterranea. Sembra priva di fondamento la supposizione del ritrovamento di una troja col tergo lanuto solo per metà, all’epoca in cui Beloveso determinossi alla fabbricazione o piuttosto alla riedificazione di Milano; si abbracciò tuttavia quella tradizione, confermata dai versi di Claudiano e di Sidonio Apollinare, perchè, riguardandosi Milano a qualche epoca come una seconda Roma, vi si trovò una certa conformità con Roma medesima, ponendosi la troja quasi al confronto colla lupa allattatrice di Ormolo e Remo. Se però è vero che i Galli giunti in Italia, cogli Insubri si collegassero più facilmente, perchè trovarono il nome di una città corrispondente a quello di un loro borgo o villaggio, sotto il nome di Milain, presso Autun, convien supporre il nome di Milano più antico della venuta dei Galli. Non certa è dunque la origine di quel nome, che potrebbe forse derivare, più probabilmente, da qualche radice celtica, riferibile soltanto alla situazione della città in mezzo alle terre ed ai fiumi. Ommettendo le opinioni che alcuni storici e filologi ci lasciarono sui primi abitatori del suolo milanese, e non disputando se tal preminenza si debba accordare, secondo Strabone, ai primi discendenti di Noè, o agli Orobii, secondo altri, i quali scampati, come si pretende, dalla irruzione dell’oceano fra Abila e Calpe, stabilirono la loro sede sulla vetta del monte Barro, oppure agli Insubri, la cui principale residenza dicesi essere stata Castel Seprio, e passando sul dubbio se quei due popoli, vinti e soggiogati dagli Etruschi, abbiano questi ultimi ad essere considerati come i principali abitatori del Milanese, sembra essere quasi una certezza che Milano, situata nella Insubria, sia stata fondata od almeno ingrandita nell’anno 590 prima di G.C., da Belloveso, capitano dei Gallo-insubri nella Italia superiore, e nipote di Ambigato principe dei Celti. Sconfitto ed ucciso in battaglia Viridomaro, ultimo re dei Galli-cisalpini, il vincitore Marco Claudio Marcello, console romano, entra in Milano, e riduce il paese in provincia romana, essendo stata la città, insieme a tutta la Gallia-Cisalpina difinitivamente assoggettata al dominio di Orma dal console Publio Cornelio Scipione Nasica, l’anno 1919, prima dell’era volgare, dopo la ritirata di Annibale. Sotto il consolato di Pompeo, fu onorata del nome di seconda Roma. L’imperatore Massimiano Erculeo abbellisce Milano con sontuosi edifizj, e nel 295 la cinge di mura, il cui giro dicesi fosse allora di due miglia e ½ all’incirca, nel luogo ove presentemente scorrono le acque del Seveso e del Nirone in coperti canali. Costantino, nel 313, dividendo la Italia in due parti, stabilisce Milano la capitale della settentrionale, e la residenza di un vicario distinto e vi fissarono la loro ordinaria sede gl'’mperatori istessi nel secolo IV e nel principio del V. Continuando ad aumentare in ricchezza e magnificenza, giunge questa città al suo più alto grado di splendore nel 380. Presa e saccheggiata da Attila, nel 402, o, secondo altri, nel 452, cessa di essere residenza degl’imperatori. Nel 476, cade in potere degli Eruli, comandati da Odoacre, che si proclama re d’Italia. Passa sotto il dominio dei Goti, condotti in Italia da Teodorico, che se ne rende padrone, nel 493, vincendo Odoacre. Urala, nipote e generale di Vitige, re dei Goti, abbatte e spoglia Milano, come ribelle, nel 539; e nel 553 distrutto il dominio dei Goti, in Italia, e da Belisario e da Narsete, generali di Giustiniano, diventa suddita degli imperatori di Oriente. Nel 568, passa sotto i Lombardi, condotti e stabiliti in Italia da Albonio loro re, avendo principio il regno dei Longobardi, del quale Pavia diventa la sede. Nel 575, s’introduce un governo aristocratico, che dura dieci anni, ma Agilulfo, marito di Teodolinda, riprende la podestà reale sino a Desiderio genero di Carlo Magno, ultimo re d’Italia, da esso vinto e fatto prigioniero nel 775; avendo con ciò principio un nuovo regno d’Italia, del quale si nomina re Pipino suo secondogenito. Milano si accresce colla distruzione di Pavia, ordinata da Berengario, condottiere degli Unni. Nel 945, vi si tiene la prima dieta per la elezione di un re d’Italia. Valperto de’ Medici, arcivescovo di Milano, invita Ottone il Grande a venire in Italia, e lo incorona re nella basilica di s. Ambrogio, e incominciano da quell’epoca i diritti dei re di Germania sulla Italia. Ariberto Arsago d’Intiminao, arcivescovo di Milano, invita pur egli l’imperatore Corrado II, detto il Salico, a discendere in Lombardia, e lo incorona re d’Italia, prestandogli grandi soccorsi, ma viene scacciato da Milano nel 1042, dal capitano Lanzone, capo della plebe maltrattata dai nobili, che vengono pure scacciati. Nel 1093, Milano si sottrae nel politico da ogni dipendenza dall’impero, regnando Enrico IV ed Enrico V, e cede nell’ecclesiastico alle pretensioni pontificie. Nel 1100 i Milanesi si governano a repubblica coi loro consoli, prendono e distruggono Lodi l’anno dopo; nel 1127 distruggono Como, sconfiggono i Cremonesi nel 1137, e riedificano Tortona, città loro alleata nel 1155. Due anni dopo Milano viene cinta di bastioni e di un’ampia fossa. Federico I, imperatore di Germania, detto Barbarossa, chiamato in Italia dai nemici dei Milanesi, prende Milano, dopo lungo blocco, nel 1158, ma scacciatone l’anno dopo, nel 1162 riconquista Milano, la distrugge quasi interamente, e costringe gli abitanti ad andar esuli e raminghi, e non vi ritornano che nel 1167, epoca in cui, riparate le distrutte fortificazioni, Milano risorge più bella e vigorosa di prima. Ritornato Federico in campo contro i milanesi, viene sconfitto tutto il suo esercito presso Legnano, nel 1176. La coorte milanese di soli 900 uomini, detta della morte, fa in tale incontro prodigi di valore, e fa decidere la vittoria. Colla pace di Costanza si assicura ai Milanesi la libertà municipale sotto una determinata protezione dell’imper. Federico I diventa loro alleato per sostenere i suoi diritti in Italia. Nel 1186 si crea in Milano un magistrato col nome di podestà, e viene eletto Uberto Visconti piacentino. Questa magistratura è soggetta a varie vicende, secondo le dominanti fazioni, sembrando fosse dispotica. Avidi di dominio, ricorrono i Milanesi all’imperatore Ottone IV, e lo incoronano re d’Italia, onde essere soccorsi nella conquista delle città lombarde. Innocenzo III, partigiano di Federico II, nipote di Barbarossa, gli scomunica per la parte presa da essi a favore di Ottone, e nel 1235, sostenuti da Gregorio IX, prendono il partito di Enrico contro Federico II suo padre. Battuti da questo, Pagano della Torre, signor della Valsassina, protegge e scorta la loro ritirata, ma, impazienti di recuperare la gloria militare, ritornano in campo contro Federico, e nel 1239 lo battono compiutamente, distinguendosi in questa battaglia la coorte detta degl’Incoronati. Pagano della Torre, nel 1240, è nominato dal popolo milanese suo protettore contro la nobiltà, e, morto questo, viene suo nipote Martino, proclamato Anziano della Credenza, carica equivalente alla dignità tribunizia del popolo romano. Nel 1253, insorte essendo delle dissensioni fra il popolo ed i nobili, Manfredi Lancia, marchese d’Incisa, è creato signore di Milano per tre anni, essendo dopo nominato per anni cinque il marchese Oberto Pallavicino, che prende il titolo di capitano generale. Nel 1257, Martino dalla Torre scaccia dalla città i nobili coll’arcivescovo Leone da Perego loro capo, ma, nell’anno venturo, si conchiude la pace, detta di s. Ambrogio, tra i nobili ed il popolo, nella quale bilanciati vengono i diritti dei primi con quelli del secondo. Nel 1261, Ottone Visconti è nominato arcivescovo di Milano, e da lui incomincia la fortuna della sua casa. Morto Martino della torre, gli succede Filippo suo fratello, col nome di podestà, e signore perpetuo, ma attesi i dominanti disordini, viene, per cinque anni, nominato signor di Milano il conte Carlo d’Angiò e di Provenza, fratello di Luigi IX, re di Francia. Napo o Napoleone della Torre, figlio del famoso Pagano, succede nel titolo e potere del morto Filippo, e nominato da Rodolfo I, imperatore, suo vicario imperiale, fa rivivere il diritto già spento degl’imperatori di Germania su questo paese. Nel 1277, sorpreso e fatto prigioniero dall’arcivescovo Ottone, entra questo prelato trionfante in Milano, e ne nomina signore Guglielmo Lungaspada, marchese di Monferrato, colla lusinga di sedare coll’autorità sua partiti dominanti in città; ma nel 1282 ne scaccia il marchese, e vi governa solo, facendo nominare nel 1287 capo del popolo Matteo Visconti, suo nipote, e l’anno dopo, podestà di Milano, con ampii poteri; essendo stato nominato anche vicario imperiale dall’imperatore Adolfo nel 1294. Morto Ottone, impaurite le città lombarde del crescente dominio di Matteo, stabiliscono in Pavia una lega contro di esso, ma egli scopre e distrugge la congiura ordita. Nell’anno 1302 è però costretto a fuggire per opera dei torriani, ricondotti dalla loro fazione, e, nell’anno 1310, rientra in Milano coll’imperatore Enrico di Lussemburgo, che lo riconcilia con essi, ritornando in possesso del primitivo suo potere. I Torriani sono inaspettatamente assaliti e per sempre scacciati dalle truppe tedesche, ma, per opera e maneggio dei Visconti, Galeazzo, figlio di Matteo, è proclamato signore di Milano, a cui succede Azzone suo figlio, che fa cingere la città di nuove mura e di torri; essendo stato il primo dei Visconti, che, nel 1339, siasi apertamente dichiarato sovrano, e che abbia fatto porre sulle monete il suo nome e la sua effigie. Il suo successore e zio, Luchino Visconti, introduce l’ordine in Milano e la pubblica sicurezza, colla monarchia assoluta nel 1341. Avvelenato da sua moglie, Isabella del Fiesco, gli succede Giovanni suo fratello, arcivescovo, che compera Bologna e Genova, proteggendo le arti e le scienze, e colmando di onori e doni il Petrarca, da esso chiamato a Milano, avendo ricusata la offertagli signoria di Roma. Alla sua morte i di lui nipoti Matteo II, Bernabò e Giovnani II, dividono il principato, ritenendo in comune Milano e Genova. L’imperatore Venceslao, erige la città ed il territorio di Milano in ducato, l’anno 1395, che non cessa di essere soggetto ai Visconti sino al 1447, epoca della morte di Filippo senza prole legittima, e della estinzione di questa famiglia. Nell’anno istesso Milano si proclama repubblica, e nomina suo capitano generale Francesco Sforza. Nel seguente anno, varie fazioni nascono, e si contendono il governo. Gli oligarchi si collegano coi veneziani, loro nemici, contro Francesco, il quale blocca Milano, e, nel 1450, vi rientra, ed è acclamato signore e duca. Il figlio e successore Galeazzo Maria, nel 1476, è assassinato nella chiesa di s. Stefano, e quindi Bona, sua moglie, principessa di Savoja, governa lo stato pel figlio minorenne, Giovanni Galeazzo Maria. Lodovico M. Sforza, detto il Moro, zio paterno del giovine duca, usurpa la reggenza alla madre, regna in di lei nome sul ducato di Milano,e cita Carlo VIII, re di Francia, alla conquista del regno di Napoli, e lo invita a scendere in Italia. Morto Giovanni Galeazzo Maria, secondo alcuni avvelenato dallo zio Lodovico, questi, nel 1495, assume il ducato di Milano, investitone con diploma dall’imperatore Massimiliano I. Il duca di Orleans, pretendente allo stesso ducato per le ragioni della moglie di Lodovico, anima ed incoraggisce il marito a stringer lega con altri principi, onde scacciare i Francesi dalla Italia, il che avviene nel 1496, ma vi rientrano però nell’anno 1499, epoca in cui Lodovico è costretto a fuggirsene. Nell’anno venturo ritorna in Milano, scaccia i Francesi di nuovo, ma fatto prigioniero per tradimento sotto Novara, è condotto in Francia, e contemporaneamente riprendono i Francesi Milano. Nel 1505 l’imperatore Massimiliano I investe con diploma del ducato di Milano il re di Francia. Sconfitto Massimiliano Sforza, nel 1515, rinuncia al ducato, e si ritira in Francia con una pensione. I Francesi sono nuovamente scacciati dal Milanese nel 1521, e perduta l’anno seguente la battaglia della Bicocca, si ritirano dalla Italia, ma passate di nuovo le Alpi, nel 1523, tornano ad assediare Milano; costretti di abbandonarlo, vengono battuti dai collegati ad Abbiategrasso, nell’anno venturo, in cui una peste fatale rapisce a questa città più di 50,000 persone. Francesco I, re di Fr., ritornato in Italia con un’armata, riconquista Milano, ma perduta la battaglia di Pavia, vien fatto prigioniero dagli Spagnuoli, e Francesco Maria Sforza, ricupera Milano nel 1525. Caduto questi in sospetto degli Spagnuoli, e bloccato nel castello di Milano, ne cede ai medesimi il possesso, nel seguente anno. L’imperatore Carlo V, mediante grossa contribuzione, rinvestisce Francesco Maria nei diritti del ducato Milanese, avendo ceduto ogni suo diritto su di esso Francesco I, a Carlo V, pel trattato di Cambray, dell’anno 1529. Colla morte di Francesco Maria Sforza, senza figli, finisce il dominio della sua famiglia. Carlo V investe suo figlio Filippo, conosciuto poscia col nome di Filippo II, del possesso del duc. Di Milano, al quale succede, nel 1598, Filippo III suo figlio, e nel 1621, a questo, Filippo IV. Morto Carlo II, figlio di Filippo IV, i Francesi occupano lo stato di Milano in nome del duca di Angiò, nel 1700, e la morte di Carlo cagiona la guerra famosa di successione alla monarchia spagnuola. Nel 1706, il principe Eugenio di Savoja batte colle armate imperiali i Francesi sotto Torino, e conquista lo stato di Milano, che unito a quello di Mantova, formò il possesso conosciuto sotto il nome di Lombardia-Austriaca, di cui dichiarossi Milano la capitale. Alla morte di Giuseppe I, imperatore di Germania, e duca di Milano, Carlo VI, suo fratello, gli succede nei titoli e nel potere, essendo il possesso di detto ducato confermato all’Austria dal trattato di Baden. Nel 1733, l’esercito Gallo-Sardo occupa Milano, ma Carlo VI imperatore ricupera questo stato colla pace di Vienna, nel 1736. Gli succede l’unica sua figlia Maria Teresa, che ne ripiglia il possesso nel 1746. Succedutogli, nel 1780, il figlio Giuseppe II, questo principe filosofo sopprime il senato di Milano, e fa la riforma del sistema giudiziario. Alla morte di suo fratello, Leopoldo II, Francesco suo figlio, imperatore attualmente regnante, gli succede nel 1792. I Francesi condotti in Italia dal generale Napoleone Bonaparte, occupano Milano il giorno 14 maggio 1796, e proclamasi nell’anno venturo la repubblica Cisalpina, della quale è Milano dichiarata capitale. Nel 1799, dopo la battaglia di Verona, sono i Francesi costretti a ritirarsi, e con essi le truppe Cisalpine, ed entrano in Milano gli Austriaci unitamente ai Russi. Nel 1800 Napoleone, reduce dall’Egitto, e creato primo console, alla testa della vittoriosa sua armata rientra in Milano il giorno 2 giugno, che viene proclamata capitale della risorta rep. Cisalpina la quale nel congresso di Lione, del 1802, prende il nome di rep. Italana. Creato poscia nel 1805 il regno d’Italia, viene dichiarato Milano la sua capitale ed il capoluogo del dipart. Di Olona, ed in essa Napoleone si fa incoronar re, il giorno 26 maggio. Abdicate, nel 1814, da questo conquistatore le corone di Fr. Ed Italia, e ceduta dal principe Eugenio vicere la sua rappresentanza, le armate francesi abbandonano la Italia, e le austriache occupano la città e lo stato di Milano. Creato nel 1815 il nuovo regno Lom.-Ven., del quale Milano diviene la sede di uno dei due governi in cui trovasi diviso, nel giorno 31 dicembre Francesco I fa il suo solenne ingresso, e nel 1818 ne nomina a vice re il di lui augusto fratello, l’arciduca Rainieri, divenendo Milano la definitiva capitale ndel regno. I 4 distretti di Milano rinchiudono 98 comuni e 149,650 abitanti.
Gio Ponti a Milano
Nato a Milano nel 1891, Gio Ponti ha esordito come progettista nel 1923 partecipando alla Biennale di Arti decorative di Monza. Dal 1923 al 1930 ha lavorato par la Manifattura ceramica Richard Ginori, nel 1928 ha fondato la rivista Domus. Dal 1936 al 1961 è stato professore presso la facoltà dl architettura del Politecnico di Milano. Nel 1941 ha dato vita ad un'altra rivista, Stile, edita fino al 1947. Numerose le sue opere. Nel campo dell'arredo ricordiamo la sedia Superleggera del 1955 e gli arredamenti per i transatlantici Giulio Cesare e Andrea Doria. Per quanto concerne invece l'architettura, l'Istituto di matematica di Roma (1932-34), la villa Pianchart a Caracas (1954), il grattacielo Pirelli a Milano (1955-60), la Concattedrale di Taranto (1971), il Museum of Modern Art di Denver (1972). È morto nel 1979
Il Museo Civico di Storia Naturale di Milano
ha sede in un edificio ottocentesco nei Giardini di Porta Venezia, nel centro della città.
L’edificio fu costruito da Giovanni Ceruti tra il 1888 e il 1893, anno in cui fu inaugurato, e completato nel 1907. Nel 1943, a causa dei bombardamenti, fu quasi completamente distrutto. Dal disastro si salvarono soltanto parte della biblioteca e alcune collezioni che erano custodite in sale protette.
Il Museo viene riaperto al pubblico nel 1952 e, da allora, è stato oggetto di continue opere di restauro e riallestimento, tali da garantire sempre uno stile espositivo adeguato alle nuove esigenze.
Attualmente le sezioni scientifiche trattate dal Museo sono: Mineralogia, Paleontologia, Paletnologia, Botanica, Zoologia degli invertebrati, Entomologia, e Zoologia dei vertebrati.
Diorami, animali imbalsamati, scheletri plastici e documenti grafici fanno di questo Museo non solo la raccolta più vasta e importante d’Italia, ma anche una delle più note e riconosciute in Europa.
Il Museo, oltre alle esposizioni, è fortemente impegnato nella didattica museale e nella ricerca, avvalendosi di laboratori interni e di collezioni essenzialmente dedicate allo studio e alla ricerca scientifica.
All’interno del Museo troviamo anche una ricca Biblioteca, specializzata in tutti i campi delle scienze naturali.
Nel complesso le esposizioni occupano ventitré sale, per un’estensione di 5000 metri quadri, e le raccolte contano circa due milioni e mezzo di esemplari.
Nella prima sala, oltre alle vetrine che illustrano la storia del Museo, troviamo: una libreria specializzata in libri scientifici e divulgativi, alcune vetrine destinate all’esposizione dei nuovi materiali e a piccole mostre temporanee e, infine, una parte dedicata al Museo Settala, che raccoglie oggetti naturalistici superstiti del vecchio Museo.
Le sale due e tre sono dedicate alla Mineralogia e, entrando nello specifico, possiamo notare come nella sala tre sia stata realizzata una classificazione dei minerali su base cristallochimica. Per ogni classe sono stati descritti i minerali più importanti ed esposti diversi campioni significativi. In questa sala segnaliamo anche una mostra di Pedologia, la scienza che studia i suoli, con una parte dedicata all’introduzione generale, alle caratteristiche e all’importanza dei suoli e un’altra ai tipi fondamentali propri del territorio lombardo.
Le sale dalla quattro alla otto sono dedicate al settore della Paleontologia, la scienza che studia i fossili, resti di organismi animali e vegetali vissuti in epoche remote e in gran parte ormai estinti. Visitando queste sale si possono ammirare insetti imprigionati nell’ambra, piccoli pesci all’interno di una lastra, un eccezionale caso di conservazione delle parti molli, dato da una seppia del Giurassico francese, un gigantesco modello, a grandezza naturale, di Pteranodonte, un grande rettile volante vissuto circa 70 milioni di anni fa, la cui apertura alare misurava circa 6 metri.
La collezione possiede altri pezzi straordinari tra cui ricordiamo un dromeosauro, carnivoro veloce e molto feroce, calchi dello scheletro di un camptosauro, di uno stegosauro e di un tirannosauro, e ancora le ricostruzioni a grandezza naturale di un triceratopo e di un cranio di tirannosauro.
La sala otto è invece interamente dedicata ai fossili provenienti da giacimenti italiani e appartenenti a diverse ere: paleozoica, mesozoica, cenozoica.
Si arriva poi alla sala nove, che tratta un altro settore delle scienze naturali: l’origine e l’evoluzione dell’uomo. La parte centrale e quella sinistra della sala sono riservate a mostre temporanee.
Questo settore è stato diviso in due sezioni: la prima analizza in modo particolarmente dettagliato le scimmie antropomorfe, i primati più vicini all’uomo, mentre la seconda è dedicata alla storia evolutiva dell’uomo con un’accurata presentazione delle caratteristiche principali degli ominidi, la posizione eretta, l’evoluzione del cervello e l’uso della mano. Dalla sala dieci fino alla ventitré, il Museo offre una ricchissima esposizione sul settore della Zoologia, la quale è suddivisa in zoologia degli invertebrati, entomologia, zoologia dei vertebrati.
La sala dieci è riservata alla sistematica, all’anatomia, alla morfologia e biologia degli invertebrati inferiori, dei molluschi e degli artropodi (animali con le zampe articolate in segmenti). Degni di nota sono due esemplari di dimensioni eccezionali: per i molluschi, una tridacna gigante (classe dei bivalvi) e, per gli artropodi, un granchio gigante proveniente dal Giappone (classe dei crostacei).
La sala undici è dedicata all’entomologia. L’esposizione degli insetti, che possono essere considerati come artropodi che hanno raggiunto un altissimo livello evolutivo e che hanno occupato ogni tipo di ambiente, è divisa in quattro sezioni: biologia, ecologia, sistematica e storia dell’entomologia.
Dalla sala dodici iniziano le esposizioni che riguardano i vertebrati attuali, e si alternano tra quelle dedicate alla sistematica e alla biologia e quelle in cui l’ecologia viene presentata attraverso suggestivi diorami, in cui sono perfettamente ricostruite determinate zone protette del mondo come parchi e riserve naturali.
Daremo ora una veloce carrellata sugli argomenti trattati nelle sale suddette.
13 – anfibi e rettili.
14 – le foreste equatoriali e gli ambienti umidi tropicali.
16 – foreste temperate, taiga e montagne.
17 – mammiferi, i vertebrati più evoluti, con una classificazione che vede dapprima gli animali che si riproducono attraverso le uova, ma allattano i piccoli (ornitorinco e echidna), si passa poi all’ordine dei maldentati (armadilli, formichieri, ecc.) e, infine, ai primati (roditori, proboscidati, ecc.)
18 – ambienti artici e antartici, mammiferi marini. Tra tutti gli esemplari esposti risalta, appeso al soffitto, uno scheletro lungo 19,30 metri, di balenottera comune, recuperato in Sardegna nel secolo scorso.
19 – savana africana. Qui si trova il diorama più grande di tutto il Museo, ispirato alla savana africana della Tanzania settentrionale, caratterizzato dalla presenza di un grande esemplare di maschio adulto d’elefante e di un rinoceronte bianco, ormai quasi estinto a causa della caccia indiscriminata.
20 – savane, praterie e deserti. Qui vengono trattate le praterie e i deserti più importanti del mondo.
Arriviamo, infine, alle ultime tre sale, dedicate ai parchi e alle riserve naturali del territorio italiano, in cui fanno da protagonisti i vertebrati della nostra fauna. La sala ventuno ospita i diorami ambientati nei più importanti parchi nazionali italiani: quello d’Abruzzo, quello dello Stelvio e quello del Gran Paradiso. Nella sala ventitré, invece, vi sono ben ventisei diorami di piccole e medie dimensioni che, al contrario di quelli presenti nelle altre due sale, trattano in particolar modo gli uccelli, gli anfibi e i rettili.
Architettura — Gio Ponti a Milano
CASA DI VIA RANDACCIO (1925)
Questa casa, la prima progettata ed abitata da Ponti, sembra quasi un piccolo monumento palladiano. La pianta è a forma di ventaglio e la facciata concava presenta una decorazione ad obelischi. Fra le caratteristiche degli appartamenti bisogna segnalare la quasi totale assenza dei corridoi e uno scalone, disegnato in modo tale da poter essere guardato anche dal basso.
CASA DI VIA DOMENICHINO (1928-29)
Il progetto di questo edificio, redatto da Gio Ponti ed Emilio Lancia, è caratterizzato da una pianta a L e da una torre d’angolo.La struttura è in cemento armato e laterizi con fondazione a palafitte e solai in cemento armato con elementi in cotto. Per il rivestimento delle facciate è stato utilizzato l’intonaco rosso Terranova, ad eccezione del piano terreno e il primo piano per i quali sono state usate lastre di travertino. La decorazione è piuttosto limitata e l’architettura è stata risolta con uno straordinario rapporto tra massa materiali e colore. Ponti tenta in questo progetto di adattare gli elementi della tradizione ad un nuovo impianto, rappresentato da una nuova formula abitativa: il condominio. Gli elementi classici sono dunque intesi come fatto esclusivamente figurativo ed il loro uso è funzionale alle esigenze d’identificazione dell’utenza borghese.
CAPPELLA BORLETTI (1929-30)
Il monumento, composto di due cappelle, si presenta su una pianta quasi quadrata. L’ossatura è in calcestruzzo e il rivestimento esterno in lastre di marmo di altezza differente. Nella facciata anteriore si trovano due ingressi: quello a sinistra, che conduce alla cappella superiore, dove si trovano l’altare e il monumento al capofamiglia, e quello a destra per l’accesso diretto alla cappella inferiore, in cui si trovano le tombe.
STABILIMENTO ITALCIMA (1932-36)
Il complesso edilizio per l’Italcima è situato in un lotto trapezoidale ed è costituito da tre diversi edifici, uno stabilimento per la produzione della cioccolata, una palazzina destinata ad uffici ed abitazioni ed una portineria. L’ossatura portante dello stabilimento è in cemento armato con i pilastri arretrati rispetto al muro perimetrale ed ha quattro piani fuori terra. Le aperture sul fronte principale sono a nastro, schermate da solette a sbalzo.La palazzina, che si trova davanti allo stabilimento, si presenta con tre piani fuori terra e la portineria, che ospita l’appartamento del custode. La progettazione del complesso è di Baldessari e Ponti. In questo complesso sono degne di nota l’unità urbanistica e quella stilistica ma soprattutto il raggiungimento dell’obiettivo, da parte dei progettisti, di realizzare un edificio estremamente funzionale.
DOMUS JULIA, FUASTA, CAROLA (1931-32, 1932-33, 1932-33)
CASE TIPICHE DI VIA DE TOGNI – DOMUS JULIA, FAUSTA, CAROLA (1931-32, 1932-33, 1932-33) via De Togni 21, 23, 25 I tre edifici sono dotati di giardinetto antistante la strada. La struttura delle tre case è in mattoni pieni, i solai in cemento armato e laterizi, la copertura in lastre di eternit su piano inclinato.Tutti gli appartamenti sono dotati di elementi comuni: doppio ingresso, uno padronale e uno di servizio, pavimenti in linoleum.- La Domus Julia ha in totale sette piani fuori terra, disposti a corpo doppio e ogni piano alloggia un unico appartamento. La facciata è rivestita in travertino fino al terzo piano, mentre per piani successivi è stato usato l’intonaco Terranova verde.- La Domus Fausta presenta una pianta quadrata, sei piani abitabili verso strada e sette verso corte. La facciata è rivestita in intonaco Terranova giallo-ocra e grigio, lo zoccolo in pietra di Vicenza ed il portale in travertino; la facciata sul cortile è in intonaco grigio.- La Domus Carola, che presenta pianta rettangolare, si sviluppa su cinque piani fuori terra, oltre al piano terreno e un sesto piano arretrato rispetto al filo stradale. Secondo Ponti, le case per essere considerate moderne devono essere dotate di grandi finestre, finimenti tipici e nuove sistemazioni interne. Gli aspetti che il progettista intendeva realizzare sono praticità e signorilità, disposizione studiata e controllata dei locali negli appartamenti e facciate colorate. Il lavoro degli architetti, infatti, non si limita al disegno della facciata, ma riguarda lo studio della casa nell’insieme: la divisione degli alloggi, gli impianti, i servizi e i materiali.
TORRE LITTORIA AL PARCO – TORRE BRANCA (1933)
La Torre Littoria compare nel parco nel 1933 per la V Triennale. Si presenta come un prisma metallico alto ben 108,60 metri, costruito totalmente in tubolare d’acciaio (cosa piuttosto insolita perché in genere erano usati i profilati) e con i collegamenti realizzati quasi del tutto tramite saldature elettriche. Il prisma, che presenta pianta esagonale, si restringe dal basso verso l’alto. All’altezza di 97 metri c’è una piattaforma che sostiene la cabina del ristorante e, sopra, si trovano il belvedere e la lanterna del faro.All’interno del prisma si trova un’altra torricella esagonale che funge da gabbia all’ascensore e regge la scaletta ad elica.
CASA RASINI (1933)
Questo rappresenta l’ultimo progetto redatto da Ponti e Lancia e già si vedono i segnali della loro separazione. Nell’edificio, infatti, composto di due corpi distinti, sembra evidente che ci sia la mano di Lancia nella “torre” (fatta eccezione per le terrazze a gradoni degli ultimi piani, tipicamente pontiane) e quella di Ponti nella “villa” di forma cubica. La torre è in mattoni, mentre il corpo cubico è rivestito in marmo bianco. La pubblicazione sulle riviste di architettura aveva dato un’immagine della torre quasi metafisica, accostando le terrazze a pergolati deserti. Al contrario Ponti le aveva progettate con l’idea che fossero abitate e corredate da tende, parasoli, alberi e fiori.
CASA MARMONT (1933-34)
The building presents an L-shape block of different heights with openings on more sides. It has a mixed structure in reinforced concrete with a concrete roof and roof tiles from Marseilles. The façade has a travertine skirting with red, Terranova plaster-work walls. The building has a total of eight floors of which the floor below the ground was destined in part as a cellar and a five-roomed study.According to Ponti, this building represented the apex of important results in the field of construction and the techniques of housing: orientation of the building in relation to the perfect insulation of the rooms, the separation of the apartment into well-defined zones (services, day and night), the presence in each apartment of a balcony or terrace, architectonic elements with windows and vases for flowers, a double entrance (family and staff), luminous cellars, the presence on the top floors of an apartment-villa and finally a series of services (office and a walk-in wardrobe) included in the original construction.To obtain even better results, Ponti proposed a variety of apartments in the same building with the consequent elimination of a typical plan and the roof with its large terrace from which, thanks to its placemen,t that is further back from the building, apartments may be found on all the floors
DOMUS FLAVIA (1933-34)
L’edificio presenta pianta a L e si sviluppa su sei piani fuori terra, di cui l’ultimo arretrato, oltre ad un piano sotterraneo, destinato ad uso cantine.La copertura è in parte a terrazza e in parte in legno e tegole marsigliesi; la struttura è in mattoni pieni e il solaio in cemento armato e laterizi speciali. Questa casa rappresenta un tipico esempio delle sale d’angolo collegate con terrazze.Questa tipologia della casa, isolata, è simile a quella di Casa Marmont, ma qui il problema del loggiato che toglie area abitabile all’appartamento viene risolto con un balcone d’angolo, che si collega alle innovazioni distributive dell’alloggio. Ponti, in questo edificio, punta sulle destinazioni funzionali, sul corredo di attrezzature fisse e sulla ingegnosa distribuzione dei locali di passaggio.
DOMUS LIVIA, SERENA, ONORIA, AURELIA E FLAVIA (1933-37, 1933-36, 1933-37, 1933-37, 1938)
Le caratteristiche comuni di queste cinque case sono: ossatura in muratura portante per i muri perimetrali, cemento armato per i pilastri interni, solai in cemento armato e laterizi, copertura in eternit ondulato e tegole marsigliesi, serramenti in legno, pavimenti in linoleum per i locali di soggiorno ed in marmette per quelli di servizio.- La Domus Livia ha una pianta irregolare, si sviluppa su sei piani fuori terra, di cui l’ultimo arretrato. La facciata è caratterizzata dai balconi, che corrispondono al salone, e da lunghe finestre intermedie.- La Domus Serena si presenta con cinque piani fuori terra più un sottotetto mansardato, che ospita l’appartamento del custode. La facciata è caratterizzata dalle logge, che corrispondono ai locali di soggiorno, mentre i locali di servizio affacciano sul cortile.- La Domus Onoria ha pianta a L, con ingresso decentrato e sei piani fuori terra. La facciata è alta e stretta ed è caratterizzata da balconate sovrapposte, con porte e finestre alternate che corrispondono ai locali di soggiorno, mentre quelli di servizio si affacciano sulla corte.- La Domus Aurelia, come la Domus Onoria, presenta pianta a L, ingresso decentrato, sei piani fuori terra, i locali di servizio verso corte e quelli di soggiorno verso la strada. La facciata è caratterizzata da un doppio ordine di balconi sovrapposti, leggermente arretrati rispetto al filo di facciata, affiancati da due ordini di finestre.- La Domus Flavia, con pianta a L, si presenta con cinque piani fuori terra, il piano terreno e un sesto piano sottotetto. Anche questo edificio presenta gli affacci dei locali di servizio verso corte e quelli dei locali di soggiorno verso la via. Sulla facciata il terrazzo del grande ambiente di soggiorno presenta due porte-finestre e tra queste una finestra-vetrina. Lo zoccolo e il portale sono in cemento, le fasce marcapiano in klinder e la facciata in intonaco Terranova.Secondo Irace il programma edilizio di Ponti è basato sul ripetersi delle tipologie, sull’uso di materiali poveri e sulla semplificazione volumetrica caratterizzata dagli sporti, dalla sagomatura delle aperture e dal colore degli intonaci.
DOMUS ADELE (1934)
L’edificio in questione presenta pianta a L e sette piani fuori terra. La struttura è in muratura e cemento armato, l’ossatura in mattoni pieni, solai in cemento armato e laterizi, il tetto in legno e eternit, la copertura in tegole marsigliesi, le facciate in pietra ed intonaco speciale. Anche qui gli appartamenti hanno i due ingressi separati: quello padronale e quello di servizio. L’intento di Ponti, in questo edificio, era quello di permettere a tutti gli appartamenti di godere della vista sul giardino, perciò aveva escogitato il gioco dei vari corpi arretrati a scalinata.Ponti riserva particolare attenzione alla sala d’angolo, di cui è dotato ogni appartamento, aperta su un grande balcone o un grande terrazzo, con una finestra d’uscita ed una finestra-vetrina. Quest’ultima, oltre ai piacevoli effetti luce ha la prerogativa di non privare le pareti di spazi utili per la disposizione degli arredi.
VILLA SIEBANECK (1934-36)
La villa è costituita da sette locali disposti sui due piani, più il sottotetto. La finestra-vetrata del grande soggiorno dà accesso diretto al giardino, situato sul fianco, la facciata posteriore presenta il terrazzo loggiato della camera, il locale del sottotetto affaccia su un terrazzino. Anche in questo progetto Ponti mette in risalto gli elementi architettonici che caratterizzano il suo lavoro: l’idea della pittura murale sulla facciata, grandi finestre che illuminano gli ambienti principali, il gioco di logge e terrazzi.
CASA SISSA (1934-36)
L’edificio si sviluppa su cinque piani fuori terra, più un quinto arretrato rispetto al filo stradale e un sottotetto, in cui sono stati ricavati i solai e un grande terrazzo.La facciata principale è caratterizzata dai balconi che corrispondono ai locali di soggiorno, fatta eccezione per quelli del quinto piano che sono serviti da un grande terrazzo.La caratteristica principale degli appartamenti di questa casa è un unico grande ambiente che comprende soggiorno, studio e sala da pranzo, opportunamente separati da particolari e ben studiati serramenti e vetrine.Il rivestimento esterno della facciata è in marmo, quello verso corte è ad intonaco, mentre per quanto riguarda i pavimenti interni erano previsti, già in fase progettuale, il marmo bianco e nero e il parquet in noce.La differenza sostanziale di questa casa, rispetto a quelle esaminate fino ad ora, consiste nella sua classificazione come casa di lusso.
CASA LAPORTE (1935-36)
La casa, che ha pianta rettangolare e sorge su un quartiere giardino, si sviluppa su tre piani fuori terra. La struttura portante è in mattoni e i solai sono in parte in cotto e cemento armato e in parte in ferro e tavelloni.La facciata verso strada si basa su un rapporto proporzionale di elementi (finestre rettangolari e rotonde, il serramento verticale del vano scala, le due pensiline a sbalzo e i contorni delle finestre a filo del muro) e sull’unità di volume, accentuata dalle pareti che contornano la terrazza dell’ultimo piano.La facciata verso il giardino, invece, su cui affacciano gli ambienti principali, è caratterizzata da due grandi terrazze, al piano terreno e all’ultimo piano, e da ampie vetrate corrispondenti al salone dell’appartamento del secondo piano. Su ogni piano vi è un appartamento con la tipica divisione pontiana in tre quartieri: giorno, notte e servizi.L’appartamento al secondo piano ha una scala interna che conduce alla terrazza, sotto la quale è ricavato uno studio. La sala di soggiorno, alta due piani, si affaccia su una balconata, situata sopra lo studio, dalla quale si accede alla terrazza. L’ultimo piano, infatti, è in parte occupato da una grande terrazza con piscina, campo di sabbia e un piccolo orto. Ponti per questo edificio punta molto sulla semplicità dell’esterno e l’unità di volume. Secondo l’architetto, la terrazza chiusa da pareti, oltre a dare l’impressione di una stanza con il cielo al posto del soffitto, ricorda i giardini chiusi tra mura dell’antichità.
DOMUS ALBA (1935-38)
La casa si presenta con pianta a L e sei piani fuori terra, l’ultimo dei quali è arretrato rispetto al filo stradale. La struttura è in mattoni pieni, i solai in cemento armato e laterizi, il rivestimento delle facciate in intonaco Terranova giallo-ocra, la copertura a terrazze.Anche qui ritroviamo gli elementi cari a Gio Ponti: i due ingressi separati (padronale e di servizio), la dotazione per ogni appartamento di un ampio balcone e di terrazzino di servizio per la cucina, la distinzione degli ambienti in giorno, notte e servizi, la presenza di armadi a muro e di office arredati.Il terzo e il quarto piano ospitano un solo appartamento di undici locali in cui il soggiorno è dotato di una grande finestra-vetrina, che affaccia sul terrazzo ad angolo, di una porta a scomparsa che lo divide dalla sala da pranzo e di una scala che conduce direttamente al giardino pensile.
PALAZZO MONTECATINI (1936-38)
Il palazzo presenta pianta a H, il corpo corrispondente all’asta centrale separa due cortili, uno interno e uno verso Via Moscova. Sul cortile verso la via si trovano l’ingresso principale e quelli per gli impiegati. L’atrio principale, riservato a pubblico e dirigenti è delimitato da una grande vetrata a quattro battenti, con serramenti di alluminio, pavimento in marmo e rivestimento in alluminio. Ai lati di quest’atrio ve ne sono due minori, pavimentati e rivestiti in marmo, riservati a funzionari e impiegati. Le facciate esterne sono rivestite in marmo cipollino apuano di colore verde chiaro.Il Palazzo Montecatini è riconosciuto come il primo edificio per uffici di “carattere nettamente moderno” sorto a Milano, sia per quanto riguarda la struttura vera e propria, sia per quanto riguarda gli impianti tecnici (fondazioni, isolamento dalle vibrazioni esterne, impianto di condizionamento dell’aria e quello della posta pneumatica).Per Ponti è essenziale la determinazione del modulo, rappresentato dall’elemento caratteristico che dovrà misurare l’edificio: lo spazio del lavoro, coordinato, organizzato, collettivo e in continuo mutamento, per cui è prevista l’elasticità della distribuzione.Altro elemento fondamentale nel Palazzo è l’uso dei materiali: l’alluminio, insieme a marmo e cristallo, infatti, formano la “fisionomia estetica” dell’edificio.
PALAZZO FERRANIA (ora FIAT) (1936-42)
L’edificio si presenta con quattro piani fuori terra, più un piano terreno, destinato ad ospitare negozi, ed un piano arretrato. La struttura è in mattoni pieni, i solai in laterizi speciali e cemento armato e la copertura a terrazzo. Il rivestimento della facciata è in marmo di Musso levigato. La particolarità di questo edificio ad uso uffici è che i piani destinati a questa funzione non presentano indicazioni di tramezze. Ponti spiega questa caratteristica affermando che aveva voluto lasciare la massima elasticità di suddivisione. I serramenti in facciata sono metallici e il partito d’angolo con portici ha un motivo di grandi finestre. Nel progettare questo palazzo, Ponti cura ogni minimo dettaglio, dalle lampade del portico all’androne con le porte in cristallo securit, agli ascensori, fino all’arredamento degli uffici.
CASA PIAZZOLI (1939-40)
Come progettisti di questo edificio figurano Ponti, Fornaroli e Soncini. L’edificio si sviluppa su sei piani fuori terra, di cui gli ultimi due arretrati, con muri perimetrali in mattoni, solai in cemento armato e laterizi e rivestimento della facciata verso la strada in pietra.Nel marzo del 1940 lo studio PFS presenta una variante della facciata con una copertura a terrazza al posto del tetto precedente, ed un progetto di decorazione del frontespizio che prospetta la proprietà della Scuola Svizzera. A novembre dello stesso anno Ponti scrive al Podestà che la casa di tipo medio con le migliorie apportate ha raggiunto le caratteristiche di una casa di lusso.
PALAZZI DI PIAZZA SAN BABILA (1938-46)
Questo progetto di ricostruzione di Piazza San Babila tra Via Monforte e via Borgogna è stato redatto da Ponti, Fornaroli e Soncini con la collaborazione di Casalis e De Min.Gli architetti precisano che, data la forma eterogenea della piazza, hanno voluto dare al palazzo un aspetto calmo ed unitario ed hanno adottato un abbinamento verticale di aperture che inquadrano delle aperture più grandi, come elementi accentratori, che corrispondono alle sale alte due piani.Per quanto riguarda il colore, attenendosi alle armonie esistenti nella piazza, hanno adottato la pietra giallo caldo per il basamento, che va dal piano terreno al secondo piano, il rosso per gli elementi in marmo dello zoccolo, mosaico di colore giallo per il rivestimento delle superfici dal terzo piano al culmine dell’edificio, mentre le finestre e le grandi aperture sono state incorniciate con marmo bianco.L’architettura è legata alla definizione della pianta, in base alle suddivisione delle proprietà. Ne risulta un’architettura unitaria, caratterizzata in senso orizzontale con un’evidente sovrapposizione di piani di diversa destinazione: piano terreno ed ammezzato per i negozi, dal primo al terzo piano uffici, al quarto, che segna il coronamento della zoccolatura, gli uffici rappresentativi, dal quinto in poi si susseguono i piani destinati alle abitazioni, con la precisazione che il sesto e il settimo piano ospitano gli appartamenti su due piani, cui corrispondono i grandi finestroni dei saloni alti sette metri.
PALAZZO EIAR (ORA RAI) (1939)
L’edificio è stato progettato da Ponti assieme a Fornaroli e Soncini, in collaborazione con l’ingegnere Bertolaia.L’intento, soprattutto da parte di Ponti, consisteva nel far sì che i tre corpi che compongono il palazzo (uffici, trasmissioni e teatro) fossero separati ma ben riconoscibili.Tra il corpo destinato agli uffici e quello delle trasmissioni si apre un intervallo luminoso formato dal corpo verticale trasparente delle comunicazioni.Nel tempo l’edificio ha subito diverse modifiche, ma ha mantenuto alcuni particolari architettonici, come il portico e i portali su strada, che sostengono tuttora l’intento originario sulle proporzioni.
CLINICA COLUMBUS (1940-48)
Ponti asseriva che una clinica non dovesse presentare, sia all’interno sia all’esterno, l’aspetto di un ospedale, bensì quello di una casa. Solo in questo modo il paziente potrà sentirsi trattato da uomo e non da malato, e potrà essere grato all’architetto.Non appena gli si presentò l’occasione, con la progettazione della Clinica Columbus, Ponti mise in pratica queste sue idee.Le caratteristiche di questo edificio sono: camere situate a sud, comunicazioni e controlli di piano nel baricentro, reparto operatorio a nord. I piccoli accorgimenti usati dall’architetto in modo che l’edificio non presentasse l’aspetto di una clinica vera e propria consistono in: camere colorate, in modo differente, mobili non in metallo ma in legno, tutte le stanze della maternità dotate di un balconcino e una pergola, l’ala di medicina e chirurgia con le terrazze che affacciano direttamente sul giardino, in modo da far godere ai convalescenti una visuale piacevole.
QUARTIERE HARRAR-DESSIé (1950)
All’interno di questo quartiere, la cui caratteristica principale è il raggrupparsi di edifici differenti tra loro, immersi nel verde e molto colorati, troviamo due case di Ponti: una rossa e bianca, la quale presenta degli alloggi duplex all’ultimo piano e una bianca e gialla, progettata insieme a Gigi Gho. Ponti in questo progetto voleva assolutamente contrapporsi alle nuove composizioni planimetriche che lui stesso giudicava come “finto paese”, o addirittura “teatrino architettonico”. Per Ponti, infatti, nel progettare un nuovo quartiere era essenziale fondarsi su un determinato ordine geometrico.
PALAZZO RAS (1962)
Questo complesso sorge in un’area del centro e comprende un edificio destinato ad uffici, uno residenziale e un giardino.Il progetto iniziale presentava una soluzione compositiva differente da quella realizzata. La soluzione adottata è introversa, vede cioè gli edifici a filo della strada e il giardino all’interno. Ponti, invece, contava di adottare una soluzione estroversa, con l’edificio maggiore arretrato rispetto al filo stradale e, di fronte, una piazza sopraelevata con parcheggio sottostante. Anche per quanto riguarda il rivestimento della facciata, per cui è stato utilizzato il granito rosso, il progetto iniziale prevedeva un materiale diverso: splendente ceramica.Il progetto è stato redatto dallo Studio Ponti Fornaroli Rosselli con la collaborazione dello Studio Portaluppi.
SECONDO PALAZZO MONTECATINI (1951)
Il secondo Palazzo Montecatini sorge accanto al primo, con gli stessi vincoli dimensionali imposti dal regolamento edilizio.Le ali di questo edificio presentano le stesse soluzioni adottate nel primo palazzo, mentre per il fronte, Ponti decide di adottare una soluzione differente. L’architetto, infatti, per ovviare al fatto che questo fronte sovrasta troppo poco la mole delle ali dell’edificio vicino, opta per un motivo a trama esile sull’intero prospetto, in modo tale da conferirgli una dimensione apparentemente maggiore.La caratteristica principale di questo motivo consiste nello straordinario mutamento che assume il prospetto a secondo della prospettiva: osservandolo di fronte, infatti, appare tutto cristallo, mentre di lato appare tutto alluminio.Nonostante questi accorgimenti sul prospetto principale, l’aspetto più interessante di questo edificio resta il fronte posteriore, che presenta uno spettacolare movimento di superfici disposte a diamante.
POLITECNICO - FACOLTà DI ARCHITETTURA – EDIFICIO TRIFOGLIO
La Facoltà di Architettura fu progettata da Ponti con la collaborazione di Giordano Forti. L’edificio purtroppo non rispondeva all’idea primaria di Ponti, il quale nella prima stesura del progetto intendeva realizzare la sede come un “edificio insegnante”, una sorta di laboratorio. Ponti pensava che l’architettura dell’edificio dovesse rappresentare il primo “insegnamento ambientale”.
TORRE PIRELLI (1956)
Progettata dallo Studio Ponti Fornaroli Rosselli con la collaborazione dello Studio Valtolina – Dell’Orto, la Torre Pirelli, definita spesso “piccolo grattacielo”, è alta 127,10 metri, profonda, al centro, 18,50 e larga 70,40, non poggia su un basamento ed emerge distaccata dagli edifici circostanti, nettamente più bassi.L’invenzione strutturale richiese grande maestria da parte di Nervi e Danusso, impegnati in questo progetto per la “determinazione” della struttura. Il problema della stabilità in un edificio in cemento armato, il cui rapporto larghezza/altezza è così piccolo, fu risolto da Nervi grazie ad una serie di accorgimenti: un sistema a “gravità”, concentrato nei due triangoli rigidi delle punte, nei quattro pilastri rigidi, posti al centro della struttura e, infine, nella torre centrale degli ascensori.Ponti nel progettare questa torre si era prefissato quattro obiettivi principali: invenzione strutturale, essenzialità, espressività e illusività.Gli ultimi due obiettivi non sono perfettamente riusciti. Infatti, come spiega lo stesso Ponti per quanto riguarda l’espressività la Pirelli è “verticale” sicuramente sui lati, ma sulla facciata, nonostante i dovuti accorgimenti, prevale la rigatura orizzontale. Per quanto riguarda l’illusività, Ponti avrebbe voluto ottenere l’effetto della spaccatura verticale alle due estremità della torre, pensata come una fenditura luminosa continua e, invece, appare segmentata dalle solette dei balconcini, che furono prolungate per motivi strutturali.
CASA MELANDRI (1957)
Nel progettare questa casa Ponti gioca con alcuni dei suoi elementi preferiti: volumi a diamante, il contrasto dei volumi pieni e sporgenti sui vuoti delle finestre e i materiali da lui amati, l’alluminio argento, la ceramica a diamante di colore grigio. Altra caratteristica primaria in questo edificio è la scala che per cinque piani appare come un caleidoscopico gioco di colori, fra pareti e gradini stessi.
CASA PONTI (1957)
In questa casa Ponti abitò con la sua famiglia dal 1957 in poi e racchiude tutte le sue innovazioni in merito a pianta, pareti, mobili e oggetti.La pianta presenta uno spazio unico, con pareti scorrevoli, la finestra arredata, i mobili autoilluminanti, i pannelli organizzati, il pavimento e il soffitto rigati in diagonale, un colore unico per tutta la casa, le sedie e i letti tutti uguali, le pitture da tavolo. Tipicamente pontiani degli anni ’50 sono i dipinti su perspex, da ammirare controluce, magari come vetrate alle finestre.Particolare importante della casa è la facciata che si presenta con una composizione delle aperture diversa per ogni piano.
PALAZZO UFFICI INA (1963 - 67)
La facciata di questo edificio presenta un rivestimento in ceramica. Le piastrelle utilizzate da Ponti sono in parte lisce e in parte a diamante.Tra le vetrine al pianterreno e la superficie in ceramica corre una pensilina continua in rame.Ponti apprezzava molto le facciate in ceramica e ne specificava le qualità: la pioggia le lava, e quindi difficilmente vi si accumula lo sporco, la forma delle piastrelle a diamante fa sì che si rifletta il sole, creando notevoli effetti di luce che vengono accentuati grazie alle vetrate a filo delle superfici piane su cui si riflette il cielo.
CHIESA DI SAN FRANCESCO (1964)
La chiesa sorge all’interno di un antico giardino e si affaccia, col suo fronte stretto, sul sagrato. L’edificio è affiancato da altri due, anch’essi religiosi sempre di Gio Ponti e le tre facciate presentano un motivo unico e spettacolare che sembra un tutt’uno con il cielo.Degna di nota è la larga rampa d’accesso, con una balaustra inclinata all’infuori che dà l’impressione di sollevarsi dal suolo per inglobarsi al corpo dell’edificio.Per quanto riguarda l’interno elementi di rilievo sono: l’altare isolato, che permette ai fedeli di disporsi tutto intorno, e le cappelle con ante chiudibili.
CHIESA PER L’OSPEDALE DI SAN CARLO (1966)
Nel progettare questa chiesa, Ponti mette in risalto molti dei suoi principi.La pianta a diamante, con gli ingressi trasparenti posti al centro, rispecchia il principio di “invenzione formale”.Il rivestimento in ceramica, sempre a diamante, dà la sensazione che sia un edificio più leggero, più sottile e più grande di quanto non sia in realtà. Questo effetto è ottenuto grazie ai giochi di luce e di prospettive ed è il risultato del principio pontiano dell’”illusività”.Per quanto riguarda la visione “notturna”, Ponti ha ben studiato il disegno delle aperture e, dotando la facciata nord di grandi aperture a diamante e quella sud di sottili feritoie, fa sì che esse contribuiscano, con i giochi di luce, a escludere la necessità di ogni altro tipo di decorazione.Il collegamento della chiesa con l’ospedale vero e proprio è ottenuto grazie ad un percorso coperto.
EDIFICIO MONTEDORIA (1970)
L’edificio, composto da due corpi diseguali, presenta una delle tipiche soluzioni pontiane per le facciate degli edifici cittadini: il fronte ritmato in una sequenza di settori verticali modulari, ognuno dei quali comporta una diversa distribuzione delle aperture.Piastrelle verdi, lisce e a diamante, posate casualmente, in modo tale da ottenere straordinari effetti di riflessione della luce formano il rivestimento della facciata. Questi effetti sono intensificati dalle vetrate che, essendo poste a filo di facciata, riflettono il cielo.
PALAZZO SAVOIA ASSICURAZIONI (1971)
In questo edificio, con annesso un grande giardino, Ponti mette in risalto il principio della “verticalità”.Questo effetto è ottenuto grazie alla diversa angolazione attribuita alle facciate, un espediente usato per creare un’altezza apparentemente maggiore (principio dell’”illusività”).L’edificio, infatti, risponde, come spesso accade nei progetti di Ponti, ad un gioco ben studiato di superfici, piuttosto che di volumi, accentuato dagli effetti di luce creati dai riflessi della ceramica che ricopre le superfici stesse.
Museo di Storia Naturale
Ricostruzione dell’antico mare di Besano
Triassico, 238 milioni di anni fa. Nel diorama si nota la presenza di un Tanistrofeo e di un Askeptosauro.
Camptosaurus dispar, Upper Jurassic, USA Allosaurus fragilis, Upper Jurassic, USA
Camptosaurus dispar, Giurassico superiore, USA Allosaurus fragilis, Giurassico superiore, USA
La foresta secondaria africana
Questo tipo di foresta, molto più luminosa di quella vergine, si riconosce per la presenza dell’albero parasole africano (Musanga cecropioides) dalle caratteristiche foglie palmato-incise a raggiera. La foresta secondaria presenta un gran numero di specie floricole e eliofile: Imenotteri della famiglia dei Crisididi, Lepidotteri delle famiglie dei Papilionidi e dei Ninfalidi, Coleotteri delle famiglie dei Cerambicidi, dei Crisomelidi e degli Scarabeidi, ecc. Numerosi gli insetti con forme e colori mimetici, che si nascondono in tal modo nell’ambiente in cui vivono: tra questi la Petrognatha gigas che imita la superficie di una corteccia. Il suolo della foresta è frequentato da molti insetti solitari, fra cui il grosso dinastino Eunema Pan e da schiere di aggressive formiche, fra cui il Paltothyreus tarsatus, chiamato formica cadaverica per il nauseante odore che emana, e varie specie delle sottofamiglie dei Dorilini, con colonie formate talvolta da oltre due milioni di individui (formiche legionarie).
Capodoglio, Cetacei Odontoceti Fisiteridi
Capodoglio maschio lungo 12 metri, spiaggiato a Forte dei Marmi (Lucca) il 17 giugno 1988. Lo scheletro è montato in posizione di immersione.
Capra delle nevi nel parco nazionale Waterton/Glacier (Montagne Rocciose, Canada e USA)
La Capra delle nevi (Oreamnos americanus), degli Artiodattili Bovidi, è un animale tipico delle montagne nord americane, imparentato con il camoscio. La capra delle nevi che ha zampe corte e muscolatura delle spalle particolarmente poderosa che forma la caratteristica gobba è un’ottima scalatrice e, grazie a un cuscinetto elastico posto sotto gli zoccoli, riesce ad arrampicarsi su pareti molto ripide anche aventi pendenze di 80 gradi dunque quasi verticali.
La rimonta dei salmoni nella Riserva McNeil River (USA)
Ogni anno, tra luglio e agosto il fiume McNeil, nella Penisola dell’Alaska, si riempie di Salmoni cane che risalgono la corrente dal mare verso le aree di riproduzione. L’abbondanza di pesci attira fino a più di 80 Grizzly in un solo giorno lungo le rapide.
Alce americano nella foresta boreale (Canada)
E’ qui rappresentato un Alce americano (Alces), animale tipicamente solitario che appartiene alla famiglia degli Artiodattili Cervidi. I maschi di questa specie durante la stagione riproduttiva (cioè tra la fine di settembre e la fine di ottobre) si servono delle enormi corna non permanenti per affrontarsi in combattimenti tesi alla conquista della femmina. Il parco nazionale di La Mauricie si estende su una superficie di 544 chilometri quadrati nel Québec.
Tigre nella foresta siberiana
Il diorama riproduce un boschetto della riserva naturale Kredovaya Pad’ (una piccola riserva creata nel 1916, sito nella foresta temperata della Siberia sud orientale). Nella riserva vivono la Tigre siberiana (Panthera tigris altaica), dei Carnivori Felidi, il più grande felino vivente, che ha una lunghezza media di 2,80 metri e un peso di circa 300 chilogrammi. Questo enorme felino caccia all’agguato prede medie e piccole che vengono in genere catturate dopo un breve inseguimento. Le prede più piccole vengono uccise con un morso sul collo, mentre quelle più grandi trovano la morte per soffocamento. La sopravvivenza della tigre siberiana è stata messa a dura prova dal bracconaggio: oggi sopravvivono in Siberia, Corea e Cina nord orientale dai 150 ai 300 esemplari.
Yak nel bacino dell’Aru, riserva naturale di Chang Tang (Tibet)
Lo Yak (Bos grunniensis) è un mammifero ruminante, dell’ordine degli Artiodattili e della famiglia dei Bovidi, che anziché muggire emette una specie di grugnito. Il diorama riproduce l’altopiano tibetano nord occidentale, a una quota di circa 5000 metri, ove il maschio di yak vive in mandrie con numerose femmine e alcuni maschi. In genere gli yak hanno pelo nero e presentano una leggera sfumatura di grigio sul muso, ma circa un migliaio di esemplari della regione del monte Aru, (come quello qui fotografato), hanno il mantello bruno dorato. Gli yak furono addomesticati dai Tibetani circa tremila anni or sono per il trasporto, ma anche per utilizzarne la carne, il latte e la pelle.
Gelada nel parco del Simyen (Altopiano etiopico)
Il diorama è ambientato in una prateria d’alta quota sita sull’altopiano dell’Etiopia settentrionale. In prossimità di un burrone due gruppetti di Gelada (Theropitecus gelada) si stanno affrontando mentre da una roccia assistono alla scena due Saltarupe. Per spaventare i gelada maschi sollevano il labbro superiore fino a coprire il naso.
Stagione degli amori nel parco Bialowieza (Polonia)
Siamo in un angolo della superstite foresta originaria europea. È settembre, apice della stagione degli amori per il Bisonte europeo. In un vecchio bosco di tigli e carpini bianchi, un maschio sta annusando l’aria in cerca di femmine pronte per l’accoppiamento.
Orso nero (Baribal) nel parco di Yellowstone (USA)
Il diorama riproduce un angolo della foresta di conifere nordamericana e precisamente la zona di transizione tra la prateria temperata e la foresta di abeti di douglas; qui un giovane Orso nero americano (Ursus americanus), dal muso trafitto da aculei, si scontra con un grosso orso adulto, mentre la madre assiste alla scena. L’orso nero americano, è un carnivoro degli Ursidi che, nonostante il suo nome, può presentare il mantello di diversi colori: il suo pelo può essere infatti nero, bruno cioccolato o bruno cannella, raramente anche bianco o azzurro. Nella stessa cucciolata si possono avere orsetti dai manti di colori differenti; la colorazione non cambia per tutta la vita.
Bue muschiato e Caribù nella riserva naturale di Telon (Canada)
Il diorama riproduce uno scorcio di tundra artica canadese dei territori del nord-ovest. Il Bue muschiato (Ovibos moschatus) è un Artiodattilo ruminante che vive allo stato selvatico in Groenlandia e in America settentrionale. Esso è detto muschiato perché la sua carne prende l’odore del muschio, che costituisce la sua principale fonte di sostentamento. Il bue muschiato può raggiungere i 2 metri di lunghezza e 1 metro in altezza, ha corna laterali e rivolte verso il basso, coda corta, pelo folto e lanoso. Dotato di vista e udito acuti il bue muschiato pur essendo lento nei movimenti, sa correre. In genere vive in branchi di circa 15 individui, ma i maschi adulti vivono isolati. Il Caribù (Rangifer tarandus) e la renna dell’Europa e dell’Asia settentrionale sono sottospecie di un’unica specie, la più settentrionale della famiglia dei Cervidi. I caribù vivono in branchi omogenei formati da femmine coi piccoli e giovani maschi di un anno; i branchi sono molto numerosi, contano anche molte migliaia di esemplari.
L’orso bianco (ursus maritimus), Parco Nazionale della Groenlandia
L’Orso bianco o Orso polare detiene con l’orso Kodiak dell’Alaska il primato di maggiore carnivoro terrestre vivente. Le dimensioni variano stabilmente col sesso. I maschi sono lunghi 2-2,50 metri, alti al garrese 1,20-1,60 metri e pesano 300-800 kg. Le femmine sono lunghe 1,60-2 metri, alte 1 metri e pesano 300 kg. Vive nelle desolate distese glaciali artiche, stando il più sovente tra i ghiacci. È un ottimo nuotatore. Le sue prede abituali sono le foche, in primo luogo la foca dagli anelli, adulti e giovani, che cattura in primavera. La Foca dagli anelli (Phoca hispida) è una delle più tipiche foche artiche. Gli adulti sono caratterizzati da un colore del dorso grigio scuro, sul quale spiccano degli anelli grigio-biancastri, il ventre è argentato e senza macchie scure. Lunga circa 1,30 metri con i maschi leggermente più grandi delle femmine.
Uccelli nidificanti nelle Isole Lofoten
Il diorama presenta uno scorcio di una Falesia Artica nelle Isole Lofoten (Norvegia), dove nidificano in un grande assembramento numerose specie di uccelli marini, tra cui Alcidi, Laridi e Sule. In queste condizioni le varie specie competono tra loro per l’occupazione degli spazi di nidificazione.
Elefante Marino del Sud con esemplari di Pinguino Reale
L’Elefante marino (Mirounga leonina) è il più grande carnivoro vivente in quanto può raggiungere una lunghezza di 5 - 6 metri. Il peso degli esemplari maschi adulti può raggiungere i 3700 chilogrammi, mentre le femmine pesano al massimo 900 chili. Alla nascita i piccoli pesano circa 45 chilogrammi, ma dopo circa tre settimane pesano già circa 130 chili. L’elefante marino, animale attivo di notte, può resistere sott’acqua anche mezz’ora; la sua testa ha forma differente a seconda del sesso e dell’età: i maschi presentano la tipica proboscide. La durata media della vita dell’elefante marino si aggira attorno ai 20 anni; l’accoppiamento avviene a partire dal decimo anno d’età. Il Pinguino reale (Aptenodytes patagonica) è alto, in media, circa 90 centimetri e il suo peso oscilla tra i 15 e i 20 chili. Esso vive in enormi comunità, formate da decine e centinaia di migliaia di individui. Il pinguino reale non nidifica, ma cova l’uovo tenendolo al caldo tra le zampe.
African elephant (Loxodonta Africana) White Rhinoceros (Ceratotherium simum cottoni)
L’elefante africano nella savana della Tanzania settentrionale
Lince rossa nel parco nazionale Saguaro (deserto di Sonora, nord America)
Il diorama mostra un momento particolare della vita del deserto di Sonora: quello in cui, dopo un’abbondante pioggia, compaiono i fiori su un grande esemplare di Cactus saguaro (Carnegiea gigantea), pianta tipica della zona, dal cui tronco una Lince rossa (Lynx rufus) si sta avventando su una Lepre della California (Lepus californicus). La lince rossa ha una distribuzione molto vasta nel continente nordamericano, è presente dai boschi canadesi fino al deserto messicano; la sua dieta è molto varia, si nutre di piccoli roditori e lepri, ma anche di uccelli o rettili. Animale solitario, la lince rossa è solita cacciare di notte o alle prime luci del giorno.
Predazione nel parco nazionale Serengheti (Tanzania)
Nelle famiglia dei Leoni, animali solitamente gregari e territoriali, sono le femmine che procurano il cibo, spesso agendo in gruppo. Le prede delle leonesse variano dai grandi mammiferi ai piccoli roditori, dai rettili agli uccelli: quanto popola la savana erbosa africana. Nella ricostruzione, l’ambiente della savana della Tanzania è rappresentato all’inizio della stagione secca che di solito nel parco del Serengheti va da luglio a ottobre. La presenza di una notevole estensione di erba, pur inaridita, consente la vita di numerosi ungulati e dei loro predatori. Due leonesse hanno appena cacciato e un leone (Panthera leo) si avvicina per nutrirsi mentre sopraggiungono alcuni avvoltoi. Per poter cacciare grossi mammiferi, quali i bufali una leonessa si scaglia dapprima sul dorso dell’esemplare poi, una volta gettatolo a terra, gli si avventa sul collo o sul muso soffocandolo; così facendo evita che la preda si possa difendere colpendola con calci o cornate.
Antilopi nel parco nazionale Kruger (Sud Africa)
Il diorama riproduce una pozza fangosa della savana sudafricana presso la quale nel mese di maggio, all’inizio della stagione secca si sono riuniti, per abbeverarsi, alcune antilopi e altri animali tipici della zona che è caratterizzata da alcuni cespugli e da alberi di mopane. L’Antilope alcina (Taurotragus oryx) appartiene alla famiglia degli Artiodattili Bovidi ed è la più grande antilope vivente; il maschio di questa specie può raggiungere i 900 chilogrammi di peso, ma nonostante la sua mole a volte compie notevoli balzi in verticale, probabilmente allo scopo di mettersi in mostra davanti ai compagni. Nel diorama sono presenti anche un’Antilope Kudù maggiore (Tragelaphus strepsiceros), un’Antilope equina (Hippotragus equinus) e, sullo sfondo, l’Impala (Aepyceros melampus), i cui maschi adulti, durante la stagione degli accoppiamenti, sono territoriali: un maschio adulto controlla un harem composto da alcune decine di femmine e scaccia i maschi giovani quando si avvicinano.
Antilopi al pascolo nella savana montana dell’Africa meridionale (parco Golden Gate Highlands)
Il diorama, ambientato a circa 2000 metri di quota, mostra la savana d’alta quota, che fornisce buoni pascoli per gli erbivori, benché vi si trovi una vegetazione più povera rispetto ai pascoli di pianura. Si osservano due esemplari di Damalisco dalla fronte bianca (Damaliscus dorcas Phillipsi) e uno Gnu dalla coda bianca (Connochaetes gnou), appartenente agli Artiodattili Bovidi, specie tipica delle montagne equivalente dello gnu comune presente nelle savane di pianura. In passato ridotti, a causa della caccia, a poche centinaia di esemplari ancor oggi gli gnu dalla coda bianca rimangono piuttosto rari.
Nandù nella Pampa (Argentina)
Pampa nell’antica lingua inca significa ‘pianura’, e il termine è oggi usato per indicare la tipica prateria sudamericana. Le erbe, molto alte, nascondono quasi del tutto anche i grandi Nandù (Rhea americana), uccelli corridori tipici di questo ambiente. Nel diorama si vedono un maschio, una femmina e tre pulcini. Come gli struzzi delle savane africane e gli emù australiani i nandù possono correre fino a raggiungere una velocità di circa sessanta chilometri orari. I nandù, che si nutrono prevalentemente di radici, foglie, e insetti, sono uccelli gregari, che vivono cioè in gruppi misti di maschi, femmine e piccoli, gruppi formati da un minimo di quattro a un massimo di trenta esemplari. Durante il periodo riproduttivo i maschi difendono il proprio territorio ove si accoppiano con numerose femmine. La cova delle uova è compito esclusivo del maschio. Pochi giorni dopo la nascita i pulcini seguono il maschio con il quale si mantengono in contatto tramite continui fischi.
Ippopotamo in un canneto sulle rive di un lago africano (Parco Queen Elisabeth, Uganda)
L’Ippopotamo (Hippopotamus amphibius) trascorre in acqua la maggior parte delle ore della giornata, esce dall’acqua preferibilmente all’ora del tramonto e di notte. Il suo grosso corpo cilindrico gli consente di galleggiare anche nelle acque fangose, mentre la posizione di orecchie, occhi e narici, gli permette di respirare e controllare l’ambiente circostante esponendo fuori dall’acqua solo una piccola parte del capo. Sott’acqua l’ippopotamo si muove con agilità, può camminare sul fondo di una pozza e rimanere totalmente immerso per alcuni minuti; pur dotato di un corpo massiccio (che nei maschi può pesare circa 2.500 chilogrammi e nelle femmine 1.400) è comunque in grado di correre anche sulla terraferma con notevole agilità, raggiungendo una velocità di circa 30 chilometri all’ora. L’ippopotamo si nutre di erbe e germogli. Il Sitatunga (Tragelafus spechei), degli Artiodattili Bovidi, è l’antilope più adatta alla vita nei canneti e nelle paludi perché i suoi zoccoli hanno le punte divergenti in modo da impedire all’animale di affondare nel terreno fangoso, mentre il pelo particolarmente lungo e fitto è in grado di proteggerlo dall’umidità.
Struzzi nella savana spinosa africana
Siamo nella savana spinosa africana caratterizzata da arbusti e alberi adatti a un terreno arido. La scena rappresenta una piccola zona della riserva nazionale Samburu, sita in Kenya, dove una coppia di struzzi, formata dal maschio e dalla femmina dominante, si avvicenda nella cura del nido ove diverse femmine hanno deposto le loro uova, mentre un piccolo dik-dik passa tra la vegetazione. La femmina dello Struzzo (Struthio camelus) emette dei richiami che stimolano i pulcini a rompere il guscio in modo tale che le uova si schiudono contemporaneamente. Il numero complessivo di uova che possono venire covate è di 25; le uova deposte dalla femmina dominante sono poste al centro del nido. Le savane si sviluppano nelle regioni tropicali ove il clima è caratterizzato da periodi di siccità intercalati a periodi di pioggia.
Antilopi e scimmie Entello nel parco nazionale Sariska (savana alberata indiana)
Ci troviamo nella zona aperta della savana alberata indiana, ambiente in gran parte distrutto dall’uomo per ricavare legname e terre da coltivare, e più precisamente nella zona sita al confine con un ambiente più arido. Nel diorama sono osservabili due tipiche Antilopi indiane insieme con alcune Scimmie entello (Presbytis entellus) che sono abilissime a muoversi sugli alberi, tra i rami. L’antilope più grande è un Nilgau (Boselaphus tragocamelus), e come suggerisce il suo nome scientifico ricorda, per alcune caratteristiche, il toro (bos), il cervo (elaphus), la capra (tragos) e il cammello (camelus). L’esemplare di Antilope cervicapra (Antilope cervicapra) qui osservabile è un subadulto; queste antilopi sono agilissime: fanno balzi lunghi fino a 6 metri e alti anche 3 metri. Il maschio adulto è più scuro, le femmine sono più chiare e senza corna.
Orice e antilope nel deserto della Namibia (parco Namib-Naukluft)
In questo diorama sono presentate alcune specie particolarmente adatte alla vita nel duro e inospitale ambiente del deserto: l’animale in primo piano è un Orice meridionale (Oryx gazela) mentre in secondo piano è visibile un’Antilope saltante (Antidorcas marsupialis). Quest’ultima quando è in allarme spicca un salto e contemporaneamente rizza una striscia di pelo bianco sul dorso, striscia di pelo che in situazione di riposo resta celata in una piega della pelle.
Emù nel parco nazionale Currawinya (savana arida australiana)
Il diorama mostra un Emù in corsa che fa sollevare dal suolo, su cui si erano posati per mangiare, alcuni pappagalli tipici delle terre rosse dell’Australia. Siamo nell’ambiente detto ‘mulga’, una savana arida ove è diffusa l’acacia (Acacia aneura) e dove riescono comunque a sopravvivere molte altre specie, per esempio (nelle zone meno aride) gli eucalipti. L’emù (Dromaius novaehollandiae) è un ottimo corridore, come lo struzzo e il nandù. Maschi e femmine hanno aspetto simile, ma nella stagione dell’amore le femmine hanno il capo e il collo ricoperti da un folto piumaggio nero. I pulcini hanno una colorazione a strisce, il che li rende più facilmente mimetizzabili nella vegetazione.
Graffiti nella riserva nazionale Air Ténéré (Deserto del Sahara)
Queste incisioni, difficili da collocare in modo preciso nel tempo, ma forse risalenti al 4.000- 3000 a.C., sono presenti sulle rocce di un massiccio roccioso che interrompe l’immane distesa di dune del Sahara, e mostrano come in un passato remoto l’ambiente avesse le caratteristiche climatiche e la fauna tipica della savana. Nel diorama sono presenti sulle rocce esemplari di Pecora crinita (Ammotragus lervia), una specie in via d’estinzione perché vittima di caccia spietata. La pecora crinita ha zoccoli larghi e appiattiti, ideali per muoversi agevolmente sulla sabbia. Dietro la roccia su cui sono incisi i graffiti si scorgono due Antilopi (Addax nasomaculatus).
Antilocapra e cane della prateria nella prateria nordamericana (parco nazionale di Badlands)
E’ qui ricostruito uno scorcio della vasta prateria nordamericana: la sezione del terreno rende visibili una delle tante gallerie del reticolo di tane di alcuni esemplari di Cane della prateria (Cynomis ludovicianus). Il cane della prateria, roditore degli Sciuridi, deve il suo nome al verso, simile a un latrato, che emette in caso di pericolo. Quando sono all’aperto i cani della prateria, che vivono in colonie formate da centinaia di individui, trascorrono la maggior parte del tempo alla ricerca del cibo: si nutrono di erbe, fiori, semi, radici, e anche insetti. L’Antilocapra (Antilocapra americana), un ungulato degli Artiodattili Bovidi, è il mammifero più veloce del continente americano, infatti può raggiungere gli 80 chilometri orari. Quando un’antilocapra si sente in pericolo avverte i suoi simili rizzando i peli bianchi sul posteriore: peli che formano così uno ‘specchio’ visibile a grande distanza. L’Antilocapra in inverno forma mandrie numerose, mentre in estate i maschi sono territoriali e i gruppi sono composti da pochi individui.
Deserto dei Gobi, nell’Asia centrale, unico deserto ove vivono ancora cammelli selvatici
La scena mostra un cammello selvatico nel parco nazionale Great Gobi Desert. Solo qui vivono ancora popolazioni di cammelli selvatici, nonché l’asino selvatico, e il rarissimo orso bruno del Gobi. Il Cammello (Camelus bactrianus) è un ruminante caratterizzato da due gobbe di grasso sul dorso, costituenti una riserva alimentare. La forma selvatica del cammello, come quella visibile nel diorama, ha pelo bruno più corto e gobba e zampe più piccole rispetto alla forma domestica. Per sopravvivere in condizioni estreme, nelle zone desertiche, il cammello ha messo a punto adattamenti particolari: ha sviluppato la capacità di regolare il consumo d’acqua (che non può immagazzinare in grande quantità nello stomaco, come si riteneva in passato), limitando la traspirazione e utilizzando, in caso di necessità, tutta l’acqua contenuta nel corpo senza però alterare mai la composizione del sangue. Per proteggersi durante le tempeste di sabbia il cammello ha muscoli particolari che gli consentono di aprire e chiudere le narici.
Orso bruno nel parco nazionale d’Abruzzo
Il diorama è ambientato in Abruzzo, nel mese di giugno, sul massiccio della Camosciara, territorio ricco di selve e di acque, dunque habitat ideale per gli orsi, tipici animali silvicoli, che trovano nel sottobosco la fonte per la loro alimentazione. Goloso anche di miele, l’orso è inoltre un abile cacciatore ed abbatte persino animali di media mole, talvolta anche caprioli o camosci. L’Orso bruno (Ursus arctos), è il più grosso carnivoro europeo, ha corporatura robusta ed è dotato di una forza straordinaria; il suo manto, folto e a pelo lungo, è di colore variabile dal bruno chiaro al bruno scuro marroncino. L’orso è un plantigrado, che nuota bene, mentre si arrampica raramente, è dotato di sensi acuti, tranne la vista; ed è per sua natura girovago, capace di compiere anche notevoli spostamenti, ma più spesso è sedentario. In genere silenzioso se disturbato l’orso emette una specie di grugnito, che può essere prolungato se l’animale è particolarmente irritato. Durante i mesi invernali gli orsi stanno senza cibarsi né bere per un periodo lungo, ma non si tratta di un vero e proprio letargo, infatti è in questo periodo che hanno luogo i parti e vengono allattati i cuccioli.
Cervo nel parco nazionale dello Stelvio
Il diorama è ambientato in Val di Trafoi, in Alto Adige. Il Cervo nobile, detto anche Cervo elafo o Cervo europeo (Cervus elaphus) si distingue dagli altri abitatori delle nostre montagne per la mole, per le corna, grandi e ramificate, dette “palchi” e per la pelliccia ruvida di colore bruno fulvo tendente al rossastro in estate, che assume un colore grigiastro più o meno scuro in inverno. I giovani hanno il manto maculato di bianco fino alla muta del primo autunno. Le corna molto sviluppate e imponenti sono possedute solo dai maschi e sono costituite da una sostanza ossea compatta. Fino a una certa età i palchi crescono ogni anno, poi a sviluppo completo, a maturità raggiunta non crescono più. Il cervo è un animale silvicolo, attivo dal crepuscolo all’alba, che si muove agilmente nonostante la sua notevole mole. Ama le foreste montane e la vicinanza dell’acqua; nelle ore di luce il cervo se ne sta appostato nel folto della foresta. Le femmine coi giovani formano branchi guidati da una femmina adulta, mentre i maschi adulti stanno appartati. La durata della vita media di un cervo è di circa vent’anni.
Stambecchi nel parco del Gran Paradiso
Lo Stambecco, ruminante della famiglia dei Bovidi, è una capra selvatica tipica dell’alta montagna. Di forme pesanti e robuste lo stambecco è inconfondibile per le corna a forma di scimitarra che sono molto sviluppate nei maschi e molto più corte nelle femmine. Il tronco dello stambecco è tarchiato, gli arti robusti, la pelliccia è folta soprattutto in inverno, le femmine hanno colori più chiari e meno contrastati. E’ impossibile confondere lo stambecco con il camoscio che ha forme più snelle e corna a uncino. Lo stambecco vive di norma al di sopra della vegetazione arborea tra i 2000 e i 3500 metri e affronta l’inverno in alta montagna, scende verso il fondovalle a primavera quando la neve abbandona i prati lasciando allo scoperto erba tenera che offre ristoro agli animali esausti. Abilissimo arrampicatore, dotato di zoccoli larghi che gli forniscono un appoggio stabile lo stambecco trova sulle rupi il suo habitat ideale. Le femmine e i piccoli maschi vivono in branchi (anche di un centinaio di capi) distinti da quelli dei maschi adulti, mentre i vecchi maschi vivono spesso isolati.
Cinghiale nel parco naturale della Maremma
Il diorama mostra le pendici occidentali di Poggio Lecci, sito nel parco naturale della Maremma. Una scrofa, coi suoi piccoli, è colta in atteggiamento di difesa in quanto ha incontrato un maschio adulto (un verro) alla ricerca di cibo. Il Cinghiale (Sus scrofa) è un ungulato non ruminante della famiglia dei Suidi, dotato di corpo possente, a forma di cuneo, caratteristica che gli consente di intrufolarsi nella macchia più fitta. Ha pelo ispido con sottopelo folto e lanoso, è onnivoro, ma si ciba per il 90% di vegetali; ha denti canini a crescita continua che nei maschi formano robuste zanne. Il cinghiale si adatta a vivere in ambienti assai vari, ma il suo habitat ideale è un bosco con sottobosco ricco e la macchia fitta; è animale che ama l’acqua e il fango. I cinghiali vivono in branchi anche numerosi, si riproducono tra ottobre e fine gennaio e dopo una gestazione di circa quattro mesi in estate danno alla luce cinque o sei piccoli. La durata massima della vita di un cinghiale è di circa vent’anni.
Camoscio nel parco naturale Adamello-Brenta (Trentino)
Nel parco naturale Adamello Brenta, un esemplare di maschio adulto ripreso in atteggiamento di minaccia, cioè con i peli del dorso eretti, impone, all’epoca degli amori, la dominanza ad un giovane maschio in posa di sottomissione; in secondo piano è visibile una femmina. Il Camoscio (Rupicapra), della famiglia dei Bovidi, è il ruminante più diffuso sulle Alpi; si distingue dallo stambecco per la corporatura più snella e per le caratteristiche corna color ebano, a forma di uncino, che sono presenti in ambo i sessi. Il camoscio in estate vive a quote molto alte, mentre in inverno scende a livello dei boschi; dotato di eccellente olfatto si ciba di circa trecento diverse varietà di piante a seconda delle stagioni. Ha abitudini diurne e generalmente pascola nelle prime ore del giorno e al tramonto. Le femmine con i piccoli vivono in branchi, invece i maschi adulti sono solitari. Il camoscio ha una vita media di circa quindici anni, una vita massima di ventidue.
Capriolo nella riserva naturale del Carso
In un tratto di antica landa carsica alberata situata nel comune di Duino, si vede un Capriolo (Capreolus), animale che vive bene in pianura, in collina e in montagna. Attivo soprattutto al crepuscolo si nutre di gemme, foglie, piante erbacee, erbe, frutta selvatica. Il capriolo ha olfatto e udito ottimi, mentre la vista è meno sviluppata. Quando deve lanciare il grido d’allarme il capriolo abbaia oppure, è il caso delle femmine e dei piccoli, fischia. Il diorama presenta un bosco di carpini neri e ornielli nella stagione autunnale: un capriolo maschio adulto, accompagnato da due femmine, si è girato in atteggiamento di sospetto. In estate i caprioli tendono a vivere isolati e marcano la propria area, col secreto delle ghiandole facciali, sfregando il capo sui tronchi e i rami degli arbusti. I soli maschi hanno brevi palchi, a tre ramificazioni, dalla conformazione inconfondibile. Il mantello estivo dei caprioli è fulvo-rossiccio, mentre quello invernale è grigio-bruno con un vistoso specchio bianco attorno alla regione anale. La vita media dei caprioli è di 12 - 14 anni.
Muflone nella foresta demaniale di Montarbu (Nuoro)
Ruminante della famiglia dei Bovidi e progenitore della pecora domestica, il Muflone (Ovis musimon), le cui terre d’origine sono la Sardegna e la Corsica, presenta un mantello di pelo corto e ruvido che nel maschio adulto è caratterizzato dalla cosiddetta ‘sella’ cioè una zona del dorso ove il manto assume colore chiaro. Animale diurno, dotato di ottima vista, il muflone si adatta a vivere nei boschi e nei prati come in zone rocciose e si nutre di foglie o erbe prative. Vive in branchi numerosi formati dalle femmine e dai piccoli, cui si uniscono i maschi adulti in autunno/inverno, epoche della riproduzione. Per avvertire di un pericolo i componenti del branco il muflone bela o fischia. Nel diorama si può vedere l’ambiente della Sardegna nel mese di ottobre, e precisamente il monte Tonneri situato nella foresta demaniale di Montarbu.
Daino nel parco naturale della Maremma
Il Daino è un Cervide originario del Mediterraneo orientale che ha aspetto inconfondibile per il manto maculato di bianco e i palchi allargati a pala. I palchi, che sono portati solo dai maschi, vengono rinnovati ogni anno: cadono nel mese di aprile e sono nuovamente ricresciuti entro agosto o settembre. Dotato di ottima vista il daino, che ha abitudini più diurne rispetto agli altri cervidi italiani, animale decisamente gregario vive in branchi variamente composti e si nutre di gemme, foglie e frutta. Nel diorama sotto un pino ad ombrello (Pinus picea) nel sottobosco rado di lentisco (Pistacia lentiscus) oltre alla coppia di daini è visibile anche un rettile non velenoso: il Cervone (Elaphe quatorlineata). Il parco naturale della Maremma ha sede nella provincia di Grosseto.
Capra selvatica nella riserva naturale di Montecristo
La Capra (Aegagrus hircus) è simile allo stambecco ma è più snella di corporatura ed ha corna più leggere; predilige un ambiente arido, roccioso, con vegetazione di arbusti e cespugli. Il diorama è ambientato nell’isola di Montecristo (nell’arcipelago toscano). A Montecristo vive l’unica popolazione italiana di capre selvatiche. Siamo in giugno, l’ora è il tardo pomeriggio, e all’interno di un ‘tafone’, cioè di una cavità scavata ad opera del vento nella roccia granitica, un maschio e una giovane femmina di capra selvatica stanno per andare a brucare nella macchia mediterranea, cespugli di rosmarino e cisto. Nel diorama si possono scorgere anche il Gabbiano reale, il Gabbiano corso e la Vipera di Montecristo, forma locale più simile alla vipera presente nell’Italia meridionale.
Lupo nella riserva naturale dell’Orfento (Abruzzo)
Il diorama è ambientato in una radura sita nella valle del fiume Orfento, sulle pendici della Maiella. Un branco di lupi, terminata la caccia, fa ritorno alle tane: in primo piano si vede un giovane lupo maschio di circa un anno e mezzo in atteggiamento di sottomissione rispetto a una femmina di rango superiore che è in posizione di dominanza come dimostrano l’atteggiamento del suo muso e la sua coda alzata; più oltre si vede il maschio capo branco mentre emette un ululato. Il Lupo (Canis lupus) è il Canide di maggior mole ed è il progenitore del cane domestico, è un carnivoro che vive di solito in branchi costituiti da una coppia e dalla sua progenie. I piccoli aprono gli occhi dopo due settimane. In questa fase gli altri membri del branco procurano il cibo sia alla madre sia alla prole. L’alimentazione si basa su prede selvatiche ed eventualmente domestiche, ma pure sui rifiuti. Il lupo è oggi in via di estinzione; la vita media di un lupo in natura non supera in media i dieci anni.
Gatto selvatico nel parco naturale dei monti Sibillini
Il Gatto selvatico (Felis silvestris) è il più grande dei gatti domestici: può raggiungere una lunghezza di un metro e 20 centimetri. Ha corpo robusto e slanciato, agilissimo, testa corta, rotondeggiante, zampe forti e lunghe, occhi gialli. Il suo pelo è folto, di color grigio fulvo, più chiaro sul ventre. Il gatto selvatico ha abitudini notturne e arboricole, salta agilmente di ramo in ramo alla ricerca di uccelli e piccoli mammiferi.
Linci sui monti del Lagorai
La Lince (Lynx) è un felino carnivoro dalla testa rotondeggiante e dalle orecchie appuntite che sono dotate alla sommità di caratteristici ciuffi di peli. Essa ha corpo agile e robusto che termina con una coda piuttosto corta (lunga circa 15 centimetri per un esemplare lungo circa un metro e 10 centimetri); la pelliccia delle linci è molto morbida. Un tempo assai diffusa nelle regioni temperate e fredde, oggi la lince è piuttosto rara. Il diorama è ambientato nel monumento naturale di Perda ‘e Liana, geotopo costiero sito in un’area vincolata per il suo valore paesaggistico e idrogeologico.
Marmotta nel parco naturale Piemontese Orsiera, Rocciavrè (Torino)
Suggestivo quadro di vita d’alta montagna, con un vivace gruppo di Marmotte colte in diversi atteggiamenti comportamentali presso l’imbocco di una tana. In alto volteggiano alcuni Gracchi, tipici uccelli alpini.
Gufo reale nella riserva integrale di Sasso Fratino (Forlì)
Sul far della sera, nella secolare foresta di Faggio di questa celebre Riserva Naturale dell’Appennino tosco-emiliano, ci sorprende uno stupendo Gufo reale che, ad ali spiegate, sta atterrando nell’atto di ghermire un riccio.
Gallo cedrone nella foresta demaniale di Tarvisio (Udine)
Ambientato nel cuore della grande Foresta di Tarvisio, con un maschio adulto di Gallo cedrone, colto nella tipica parata.
Lepre alpina e pernice bianca nel parco naturale dell’Argentera (Cuneo)
Ambientazione invernale sullo sfondo del M. Gelas nelle Alpi Marittime, con due tipicissime specie alpine, che mostrano con la loro livrea bianca lo straordinario adattamento sulla coltre nevosa.
Coniglio selvatico nel parco naturale dell’Etna
Sullo sfondo di una delle cime dell’Etna il diorama presenta un vivacissimo gruppo di Conigli selvatici presso una loro tana, scavata nel terreno formatosi da una vecchia colata lavica. Notare la Ginestra dell’Etna fiorita.
Nella Garzaia dell’isolone di Oldenico (Vercelli)
Nel Parco delle Lame del Sesia osserviamo, dall’alto di un albero, una tipica scena di nidificazione di Ardeidi in una Garzaia.
Comunità Ornitica dei laghi costieri del parco nazionale del Circeo (Latina)
Ambientazione invernale sulle rive dei laghi costieri del noto parco laziale, con svariati Limicoli in migrazione. Questi laghi costituiscono una zona strategica per la conservazione in Europa di alcune di queste specie di uccelli.
Colonia di nidificazione di Laridi nelle Valli di Comacchio (Ferrara)
Viene presentata una colonia di Laridi nidificanti sulla spiaggia di uno stagno salmastro nelle Valli di Comacchio. La scena è ambientata nella tarda primavera e sono presenti il Beccapesci, la Sterna comune, il Fraticello, il Gabbiano corallino, la Volpoca e il Corriere piccolo.
Biologia dei Necrofagi (Nuoro)
Quadro ambientato non oltre il 1950 nella foresta demaniale Montes in provincia di Nuoro, sotto il maestoso torrione del Novu San Giovanni, in Sardegna. Vediamo una scena di interazione tra Avvoltoio monaco, Grifone e Gipeto, intenti a consumare una carogna di Muflone. Accanto una Volpe sarda e diversi uccelli. Negli ultimi decenni il Gipeto e l’Avvoltoio monaco sono scomparsi dalla Sardegna.
La lepre nel parco regionale lombardo della Valle del Ticino (Milano)
Presso le rive del Ticino, in un boschetto di Roverella, osserviamo una Lepre comune, colta nel momento della fuga. Osservare, tra l’altro, un gruppo di Cardellini e, sul tronco, il Torcicollo. In basso, mimetizzato sulla lettiera, un Succiacapre.
La comunità palustre di vertebrati nella riserva naturale del Lago di Mantova
In uno scorcio inconfondibile del canneto sono visibili alcuni caratteristici uccelli palustri, tra cui da destra a sinistra, una Cannaiola, sorpresa nell’atto di imbeccare un giovane Cuculo, dei Basettini e due Cannareccioni. Notare in acqua, tra le foglie di Ninfea, una Biscia dal collare e due Rane verdi comuni.
Colubro lacertino e Lucertola ocellata nel parco regionale del Finalese (Savona)
Su una roccia nel Parco ligure del Finalese a Capo Noli assistiamo ad un approccio di predazione da parte di un grande Colubro lacertino sulla Lucertola ocellata, il più grande Lacertide europeo. La scena si svolge in primavera in un ambiente di macchia mediterranea.
La Faina ed il Riccio nel parco regionale del Promontorio di Portofino (Genova)
In una località di transizione, tra il bosco di latifoglie (versante nord) e la macchia mediterranea (versante sud) del Promontorio di Portofino, si nota una Faina ed il Riccio in un boschetto di Nocciolo e Orniello. Sugli alberi il Ghiro ed il Moscardino.
Graffiti & Street Art — Foto di strada
Graffiti & Street Art — Piazza Monte Titano
Graffiti & Street Art — KayOne
Graffiti & Street Art — Performance (Museo della Scienza)
Graffiti & Street Art — Viale Sarca / Casa Loca
Graffiti & Street Art — I tombini di Montenapoleone
Graffiti & Street Art — Quadri (Street Art Museum)
Graffiti & Street Art — Gli artisti
Airone
"Riguardando le ultime cose che ho dipinto sono rimasto sorpreso, ma non stupito, dalla constatazione che l'elaborazione di un linguaggio espressivo sempre più personale mi abbia pian piano ricondotto a ciò che so fare con più naturalezza: l'utilizzo di parole e frasi, a volte dirette a volte ironiche e allusive, all'interno di composizioni creative di varia natura. Ricordo quando, sui muri di Milano nei primi anni '90, usavo inserire aforismi in latino o proverbi in dialetto milanese nel contesto di classici pezzi da writer puro, suscitando una certa curiosità tanto negli altri artisti di strada quanto nel pubblico comune: cercavo sempre di mitigare la mia grafia da "scrittore urbano" ad una che anche il pubblico più vasto potesse comprendere con facilità. Oggi, dicevo, mi sembra di aver recuperato almeno in parte quel processo comunicativo. La forza delle parole appare ormai la sola in grado di opporre una pur debole barriera al sempre più rapido deteriorarsi dell'offerta di stimoli cognitivi, compressi in un circo visivo sostenuto e dopato dal marketing di creatività a tutti i livelli. Creatività a volte genuina ma resa spesso sterile da una forzosa ripetizione a fini di lucro che finisce per svuotarla di ogni residuo significato. Le parole invece continuano a dare fastidio, a creare dissidenza, a generare opinione pubblica indipendente".
Atomo
Davide Tinelli si dedica da diversi anni alla urban art, durante la sua attività ha ricevuto diversi riconoscimenti. Ha esposto in diverse occasioni in Italia e in Spagna. Ha inoltre preso parte a diverse esposizioni collettive, tra le più significative: Street Art Sweet Art al PAC di Milano, la mostra Nuova Figurazione Italiana a Bollate e l'esposizione intitolata Scala Mercalli presso l'auditorium di Roma. Ha inoltre recentemente preso parte al Meeting internazionale della cultura del Mediterraneo ad Algeri.
El Gato Chimney
El Gato Chimney nasce a Milano nel 1981, dove vive e lavora. In contemporanea agli studi di grafica editoriale, inizia la sua carriera artistica da autodidatta, sviluppando un precoce interesse per i graffiti, che lo portano a produrre con successo nell'ambito della street art, che cita ancora fra le sue maggior influenze stilistiche, insieme alla cultura steampunk e al surrealismo. Se ci si "immerge" nelle opere di El Gato Chimney, è difficile dimenticarsi del suo mondo, in cui spesso, campi ricoperti da una dolce glassa rosa lasciano spazio ad ambienti che ricordano luna park abbandonati grondanti di desolazione e ruggine - un mondo apparentemente disabitato dagli esseri umani, che fa da casa a teiere volanti e creature di metallo fluttuanti. Attenzione però perché nelle sue opere nulla è come sembra e niente è lasciato al caso: obiettivo dell'artista è quello di rendere attivo il ruolo dell'osservatore, mettendolo di fronte ad un dipinto dai molteplici significati. Alla fine, numeri e simboli disseminati per il dipinto potranno forse offrire la soluzione dell'enigma. Sicuramente invogliano a immergersi in ogni piccolo dettaglio di questi paesaggi onirici, pieni di colori brillanti e di creature incredibilmente vive, che stanno aspettando solo di raccontarvi la loro versione della storia.
Ericsone
"Spinto da una senzazione più che da una idea sensata", Maurizio Ricucci in arte Ericsone nasce a Milano nell'agosto del 1983. Linee enormi ed espressioni al di là del grottesco sono ormai il suo marchio di fabbrica, corpi elastici incastrati in blocchi di lettere e lingue enormi attraversati da onomatopee tipiche dei Marvel comics, tinte ultra piatte sotterrano l'universo di sfumature che le gamme cromatiche. "Prendete un'ambientazione cartoon e chiudetela dentro una scatola con personaggi che sembrano usciti da un Pulp movie di Quentin Tarantino, infine sbatteteci dentro una Hit come "Ring My Bell" di Anita Ward, shekerate il tutto per bene e otterrete l'ingrediente XXX per accedere al mondo di Ericsone (colonna sonora inclusa)". Nell'agosto 2009 collabora a un progetto di musica sperimentale con lo pseudonimo di BoogieVandal, tra produzioni artistiche e musicali riesce a fondere il funk all'illustrazione raggiungendo finalmente un buon punto di partenza per quella che sarà la sua futura evoluzione stilistica.
Flycat
Flycat, all'anagrafe Luca Massironi nasce a Milano nel 1970. Incontra la cultura Hip Hop e l'arte Spray agli inizi degli anni '80, nello stesso periodo conosce a Milano il maestro newyorkese "A-One" (noto esponente con Basquiat, Cutrone e Rammelzee dell'Avanguardia newyorkese'80, scomparso nel 2001), da cui apprende le fondamenta sulle quali egli svilupperà il suo stile pittorico. Flycat è riconosciuto come personaggio di spicco del panorama Hip Hop/Spray Art a livello internazionale. Agli inizi degli anni '90 decide di dare un nome allo stile di pittura che andava sviluppando: Pzyco Futurizm, un richiamo dovuto anche ad una tradizione importante come il 'Futurismo' e la 'poesia visiva' di cui l'energia è ancora percepibile nella nostra città. Pzyco Futurizm non è solo pittura, colore e forme ma è anche suono, poesia rap. "Nel mio percorso ho avuto il piacere e l'onore di conoscere e imparare da coloro che consideravo e che considero tutt'ora i più grandi 'Maestri' di questo meraviglioso Movimento artistico/culturale, in un tempo dove si era ancor privi del Web e quando una stretta di mano racchiudeva ancora tutta una serie di valori. Quest'arte è la mia vita senza la quale non esisterei ed è per questo che Le sono grato ogni giorno".
Gatto Nero
Alias Alessandro Gatti nato a Milano nel 1973. "Una rete è un insieme di trasporti condutture e cavi che ci permette di fare arrivare le più svariate cose nel punto in cui servono. Mi rendo conto che il pianeta terra ha bisogno di un sacco di cose nei punti più svariati, e che non solo tutti questi oggetti devono arrivare in loco e in orario, ma che prima di arrivare deve partire una richiesta dal punto di necessità, e arrivare per tempo a destinazione. E mi rendo anche conto che costruire una rete ha un costo e che per questo chi la costruisce fa pagare un pedaggio che normalmente dovrebbe limitarsi al costo di costruzione e gestione della struttura. E mi rendo pure conto che la tendenza generale è quella di dare la gestione delle reti a società che garantiscono il perfetto funzionamento del meccanismo. Ma purtroppo mi rendo conto che quasi sempre le cose non sono così semplici. Il nostro pianeta è avvolto in un gomitolo così fitto e complesso da renderne impossibile la gestione. Il risultato è un gigantesco e colloso strato appiccicoso che ricopre il pianeta in maniera quasi casuale che invece di distribuire le risorse le sparpaglia creando sprechi e perdite che lasciano sconfinate zone completamente a secco. Come artista ho il compito di descrivere questo caotico sistema e so di non riuscire a vedere molti pezzi, sono vuoti e così li lascio nei miei quadri con bianco liscio e lucido che contrasta con il materico strato di realtà sul quale emerge la figura di una donna resa ancora più affascinante da questo suo essere vista solo in pezzi".
KayOne
KayOne, al secolo Marco Mantovani, è insieme un giocoliere, un artista e un mago, che nel suo laboratorio visivo mescola senza soluzione di continuità colle, terre sabbie, pigmenti, lacche, smalti, spray, vernici, e poi metalli, legno, tela, carta, secondo una ricetta che pare insieme antichissima e assolutamente nuova e originale, del tutto logica e coerente eppure ogni volta diversa dalle precedenti; una ricetta di manipolazione della materia e della forma che solo lui conosce e sa ogni volta magicamente riprodurre, e grazie alla quale manipola, mixa, impasta e trasforma il senso stesso e più profondo della forma. Pittore insieme istintivo e controllatissimo, KayOne sa infatti costruire il quadro con uno strato misto di calore e insieme di freddezza: è il calore di una pittura che vive di un gesto veloce, immediato, vibrante, e di una materia corposa, stratificata, magmatica, quantomai viva e pulsante. Attraverso un mix di studiato dinamismo e di calcolata gestualità, di calore e di freddezza, di calcolo quasi matematico e di fortissima emotività, da questo incrocio di straripante energia visiva e di perfetta tenuta dell'immagine finale, nasce l'originalità e la forza della pittura di KayOne
Leo
Leonardo Montemanni nasce ad Asmara in Eritrea l'8 giugno del 1971. Nel 1988 l'incontro decisivo con il Graffiti o "Writing". Il graffitismo, appena sbarcato in Europa, rappresentava agli occhi dei primi pionieri, come Leonardo, una cultura affascinante e misteriosa. Leonardo utilizza quello che ha imparato per strutturare progetti sociali, culturali ed educativi in quartieri ad alto rischio della propria città e provincia. Leonardo Montemanni ha un'impostazione stilistica figurativa che nel graffitismo muove i primi passi nella cosiddetta corrente "aerosol-art", l'utilizzo aerografico della bomboletta spray. Il suo forte sono i puppets, i personaggi che animano le grandi composizioni murali dette "Hall of fame". Assieme ai figurativi Leo porta avanti uno studio stilistico della lettera cimentandosi con le più svariate tecniche e spaziando dagli storici "trow-ups bubble style" fino ad arrivare a forme evolute di "wildstyle" e ai primi esperimenti di "3D" e iper-realismo in Italia. I temi trattati da Leonardo sono prevalentemente i bambini, ritratti durante il sonno o in momenti di gioco, è il tentativo di ricercare un canale comunicativo, che attraverso la pittura crei un contatto diretto con una parte intima insita in ognuno di noi, il sogno come elemento di connessione tra razionale e spirituale.
Mambo
Elvis Pregnolato, in arte Mambo, nasce a Cles (TN) nel 1974 per poi trasferirsi pochi anni dopo sui colli della provincia bolognese dove vive con la madre, pittrice a sua volta, che lo incoraggia da subito a sviluppare il suo precoce talento artistico. Gli elementi principali che contraddistinguono il percorso artistico di Mambo e ne determinano il fascino e l'unicità all'interno della scena street art italiana, si colgono nell'abilità e l'interesse nei confronti della continue decontestualizzazioni con uno stile peculiare, ironico e dissacrante, che coniuga Dada e Pop art. Altra caratteristica è il gusto spiccato per la resa pittorica, alla ricerca di quella perfezione e cura per i minimi dettagli che risulta ben evidente in ciascuna delle sue opere, siano esse volte alla riproduzione realistica o all'astrazione. Tutte queste caratteristiche vengono sovente poste al servizio del messaggio auto affermativo tipico dei writing, verso cui Mambo si pone in maniera inusuale, operando sorprendenti "ready made", che lasciano trapelare un'ombra di ironia, e dando vita a un gioco di rimandi in cui la figura, il lettering e l'oggetto ritrovato sono spesso inglobati l'uno all'altro, finendo per fondersi nell'acquisizione di un nuovo, potente, codice espressivo.
Max Gatto
Alias Massimiliano Gatti, nasce nel 1973 a Milano dove vive e lavora. Inizia la sua attività artistica lavorando nel campo dell'illustrazione e del fumetto. Negli anni, ha accostato all'attività di illustratore un lavoro di ricerca personale realizzando tele, sculture e installazioni con le quali ha partecipato ad innumerevoli esposizioni, tra le più significative e recenti: nel 2006 partecipa, realizzando una serie di wall painting, alla manifestazione My name is presso la Triennale Bovisa di Milano, nel 2007 prende parte alla mostra Street Art sweet art a cura di Alessandro Riva al PAC, Padiglione di Arte Contemporanea, di Milano e lo stesso anno partecipa alla tappa milanese del tour mondiale della Cowparade dello scultore svizzero Pascal Knapp. Negli ultimi anni l'artista si è dedicato principalmente al wall painting realizzando lavori per l'università Bocconi di Milano, Mediaset e altri. Dopo aver conosciuto Raptuz entra a far parte della famosa TDK Crew di Milano con la quale organizza e partecipa ad iniziative quali L.A. Goldrush a Los Angeles.
Mr. Wany
Andrea Sergio nasce a Brindisi nel 1978. La sua pittura nasce dall'esperienza metropolitana del writing, dalla passione-ex-professione del cartoon giapponese e delle ultime tecniche grafiche, dalla vulcanica personalità creativa. Balza subito all'occhio l'originalità della sua ricerca e sperimentazione cromatica, utilizza modi e tecniche variegate, creando sintesi insospettabili e fluide, fra colature di colore, tags, pensieri scritti stilizzati o criptati, e disegni fantastici, surreali, onirici. Inventa un mondo in cui vivono nuovi simboli e personaggi, un mondo enfatizzato, deformato, decostruito, in cui l'artista "scolla" dal supporto murale i suoi soggetti, trascinandoli sulla tela o trasformandoli in toys ed installazioni. E' così che giunge, dunque, a far "resuscitare" anche oggetti senza vita, frammenti di strada come materassi, frigoriferi, lavatrici, televisori, recuperandoli nelle discariche e facendoli diventare angeli, bambole felliniane, animaletti un po' teneri un po' cinici, richiami sensuali e sessuali. Tutto viene eseguito con grande ironia, con il gioco dei pensieri che ridimensiona la realtà e sperimenta nuovi orizzonti; ed è così che la sua arte fluttua nell'universo dei più dinamici linguaggi contemporanei.
Raptuz
Raptuz all'anagrafe Luigi Muratore nasce nel 1968 nell'hinterland milanese, fin da piccolo viene a contatto con le realtà di una provincia disagiata e non propriamente "tranquilla". Nel 1990 fonda con un gruppo di artisti la TDK Crew, che in breve tempo diventa un vero e proprio mito nell'ambiente del writing italiano. La Crew, conosciuta sia per gli innumerevoli lavori su commissione, sia e soprattutto per la sua "parte oscura", come l'artista ama definire l'attività "non proprio autorizzata" su treni e metropolitane, resta tutt'ora un punto di riferimento nello scenario italiano. La pittura di Raptuz riflette un'esistenza sempre più sofferta, propria dell'epoca moderna, instaurando stretti rapporti con il linguaggio informale e con il cromatismo di Pollock. L'informale non è tanto nel segno quanto nella materia che richiama la rugosità del muro grezzo, risolvendosi nel gesto forte e con colori che si accendono di una carica simbolica. Elementi grafici, elementi figurativi, scritte quasi propagandistiche, segni, gesti, sfumature, sovrapposizioni e schizzature coesistono come elementi in diverso rapporto tra loro, parte di un mondo personale, infinitamente variabile interpretabile secondo infinite prospettive, pur nell'apparente continuità dell'impostazione di base.
Rendo
Renato Di Lorenzo, in arte Rendo,inizia la sua avventura nel mondo della cultura hip hop all'età di 15 anni, folgorato dall'energia della break dance e dei graffiti visti nel film Beat Street e nella mostra Arte di Frontiera. Dopo aver praticato per quasi dieci anni la tradizionale attività di writer, Rendo intraprende un nuovo ciclo della sua formazione personale affacciandosi al mondo del design, da prima come studente, fino ad arrivare all'insegnamento. Quest'esperienza cambia inevitabilmente la sua originaria visione del mondo dei graffiti, innescando un lungo periodo di riflessione e ripensamento dei canoni estetici usati in passato, portandolo verso la scultura, prima delle lettere e in seguito di elementi astratti. In qest'ultimo anno ha esplorato la potenzialità delle pittosculture che gli permettono di raffigurare in modo semi bidimensionale, e con una maggior libertà espressiva le sue strutture spaziali che a volte diventano complessi sistemi di narrazione.
Schiavon
Alessio Schiavon nasce a Madonna di Campiglio nel 1975. La cultura DIY (Do it yourself) applicata agli studi di grafica tramutano adesivi e poster nel suo naturale mezzo di espressione creativa. "Quando sono arrivato in città la cosa che più mi ha colpito furono i volti e le espressioni delle persone, segnati dalla vita nella metropoli ed in parte mascherati... tutti sembravano voler apparire per quello che non erano. Cominciai così a dipingere queste persone usando supporti presi in strada come cartoni, porte di armadi, pezzi di legno ecc..." Nasce così il progetto di propaganda "Untho". La parola "Untho" nasce dall'insieme di queste idee e serve a definire i primi lavori di Alessio. Untho è difatti un falso acronimo delle parole: UrbaN TrasH Optimized. La parola "Urban" rappresenta la città in quanto il soggetto principale dei lavori di Alessio sono proprio le persone che la vivono. "Trash" ovvero spazzatura si riferisce agli elementi che prende dalla stada. "Optimized" si riferisce invece alle foto dei quadri preparate per essere pubblicate nel suo sito, untho.net, ottimizzate. Iniziò così a semplificare le linee dei suoi lavori fino ad ottenere la sagoma di Untho, unendola poi a un messaggio: "Untho is never tired". E' un messaggio chiaro, provocatorio, che esprime la tensione che Alessio vede nei volti della gente. Inizia a stampare poster e adesivi in casa per poi attacarli in strada. Nel frattempo viaggia per fare snowboard (dieci anni da professionista, tutt'ora supportato da alcune delle più importanti aziende sul mercato)) ed in ogni posto visitato lascia un poster/adesivo Untho. Ad oggi Untho non è soltanto un progetto artistico ma anche una linea di abbigliamento dove chi acquista una t-shirt, diventa portabandiera di un messaggio: Untho is Never Tired.
Sea Creative
Fabrizio Sarti in arte Sea nasce a Varese nel 1977. Nel 2000 decide di riversare tutte le esperienze maturate in strada su supporti più tradizionali quali tele, tavole in legno e abbigliamento, dando così inconsapevolmente inizio al progetto SeaCreative. All'interno di questa nuova dimensione artistica Sea dà sempre più spazio allo studio dei suoi personaggi, che pian piano diventano i protagonisti indiscussi dei suoi lavori. Sea ritrae quasi sempre personaggi che affiorano nella sua mente, frutto di input metropolitani che può dare una città come Milano, ma visti e rivisitati in chiave fumettistica. Sono personaggi vagamente goffi e decadenti, immortalati per sempre sulla tela nel momento del loro incontro con la mente di Seacreative; figure che emergono da grandi fondi piatti con vistose colature di colore e che molto spesso mantengono il bianco della tela;uomini per sempre sul punto di dire qualcosa, con l'atteggiamento un po' spavaldo e sbruffone di chi incontrandoti ti dice: "what's up dude?". Il lavoro di SeaCreative risponde fondamentalmente all'urgenza irrinunciabile di dipingere. Non c'è superfice, materiale o spazio che non può essere saturato con i suoi personaggi dall'aria distaccata. Facce ghignanti che ricordano a chi passa che tutto lo spazio che non riempiamo con l'arte è inevitabilmente regalato al nulla.
Senso
Alessandra Odoni in arte Senso nasce a Bergamo nel 1977. "Fare street art è soprattutto un tipo di approccio, è la cultura del lavorare "fuori", spesso lontano dai classici fogli, quadri, supporti che fanno "cornici" ben definite sia fisiche che concettuali. La strada non ha cornici, e se le ha sono momenti di uno sguardo che passa distratto e incostante come l'umore. Il fuori è un qualcosa di "vivo", è un organismo che si modifica in ogni istante a prescindere che io decida di intervenirci sopra o meno, è una vita che non si ferma al contrario di un quadro quando l'opera è finita, ma continua a migrare e ad evolversi. Cerco un dialogo con gli spazi, dilato la cornice per farla svanire, prediligo i luoghi abbandonati perché lì è l'ambiente e lo scorrere del tempo a far da padrone e non la città con le sue pareti verticali più o meno belle, più o meno decorative. Più che un artista mi sento un archeologo o chirurgo che disseziona cadaveri (in questo caso tessuti urbani) uso un linguaggio surreale, illustrativo e fumettistico per raccontare la fanta-realtà in cui vivo". Ritratti collettivi immaginari, Eco insostenibile e Slow Connection sono i tre lavori presentati per la mostra al museo. Ho utilizzato un misto di tecniche artigianali e digitali, così come i supporti, (carta cartone legno e pellicola pvc). In questo caso ho approfondito in chiave simbolica la realizzazione di alcuni nodi. Tutti e tre i lavori, riprendono la mia passione per i libri tecnici, gli schemi e le illustrazioni mediche e scientifiche. Il mio sguardo su tutto ciò è da profana, osservo queste illustrazioni in maniera molto disincantata, ciò nonostante le reputo molto poetiche e ricche di spunti interpretativi.
Tawa
Nato a Milano nel 1973, dove vive e lavora. L'artista si avvicina all'Aerosol Art a partire dal 1990, iniziando il suo percorso artistico con pratiche di writing quotidiane, dipingendo lettere su carrozze di treni e muri con il suo stile originale e innovativo: l'Anatomic Style. Il nome di questo stile prende vita dall'intrecciarsi di ossa e parti organiche che vanno a creare lettere disposte in forma simmetrica. Così viene conosciuto nel panorama artistico italiano e non. Dalla metà degli anni '90 partecipa a varie convention e nel contempo svolge diversi lavori su commissione per IBM, Perugina, Timberland e altri. Nel 1999 e nel 2001 viene invitato a esporre i propri quadri all'Airbrush di Milano e da quel momento inizia a dipingere intensamente su tela.
Vire
Raffaele Collu, classe 1976, vive e lavora a Milano. Inizia la propria carriera artistica come writer, dipingendo lettere e dinamiche sulle più svariate superfici della propria città. Da qui l'interesse per la materia e per i segni. Un periodo di completo isolamento lo porta a sviluppare un interesse per la natura, che diventa il focus della poetica dell'artista. Il punto di partenza è un gesto pittorico molto forte che rimanda alla calligrafia estremo-orientale. Segue una lavorazione stratificata, una serie di "pulizie", tesa a definire particolari e nel contempo a lasciare trapelare parte del lavoro iniziale ricominciando con un segno semplice, veloce e colorazioni slavate. Le ultime produzioni dell'artista presentano nella parte inferiore zone d'ombra sempre più marcate, una sorta di anima da cui nasce la composizione e in netto contrasto con quest'ultima. Fondamentale l'influenza dell'estetica tradizionale orientale e della teoria dei colori di J.W. Goethe.